De blogger disputandum

admin | September 25th, 2012 – 9:21 pm

http://invisiblearabs.com/?p=4933

E così, il blogger è diventato una professione. E se non una professione, almeno un ruolo sociale riconosciuto. Uno di quei ruoli che fanno tanto glam. Oppure no? Oppure, ancora una volta, la discussione culturale italiana si contraddistingue per la sua evanescenza? Per la sua straordinaria abilità di nascondersi dietro una parola, senza riconoscerne il peso?

Ri-leggersi non fa bene, anche se ogni tanto aumenta l’autostima. Comunque, ho peccato, e sono andata a ri-leggermi i pensierini sull’oggetto (virtuale) blog che mi aveva chiesto di scrivere – era circa il 2008 – il mio caro, carissimo amico Pino Bruno. È l’amico più esperto di web che io abbia, uno dei giornalisti italiani che conoscono meglio le origini, l’evoluzione e le possibilità del mondo virtuale. Il suo  di blog – il futuro non è più quello di una volta –  è una di quelle letture quotidiane ineludibili, se ci si vuol capire qualcosa. Allegro, ridanciano, mai spocchioso, alcune volte didascalico, altre per addetti ai lavori. Lo capisco anch’io, il suo blog, e questo vuol dire che non è poi così difficile.

Comunque, qualche anno fa Pino Bruno mi chiese di scrivere non più di una paginetta su una parola del web. Pino Bruno stava costruendo un libro prezioso, Dolce Stil WebLe parole al tempo di internet(Sperling & Kupfer 2009). Un bignami per entrare nel mondo virtuale senza sentirsi del tutto sguarniti. Il tema a piacere, e io scelsi il blog, perché – in fondo – mi aveva un po’ cambiato la vita. Lo avevo aperto da poco, invisiblearabs, ancora con blogspot perché ero veramente analfabeta, e non era ancora venuto il momento di spostarmi su wordpress. E poi anche la lunghezza dei post era diversa: frasi brevi, pensieri in libertà, qualche citazione, sollecitazione, rimando da una parte all’altra del Mediterraneo…

Il blog lo avevo aperto perché, da qualche anno, seguivo altri blog, quelli dei ragazzi arabi, che cercavano di dire al mondo che stava succedendo molto, sotto la polvere degli stereotipi. Il mondo, però, leggeva altri blog, quelli statunitensi, e pensava che i diari virtuali fossero tutti la stessa cosa. Che i blogger arabi appartenessero alla stessa generazione dei blogger statunitensi, che facessero parte della stessa classe sociale, che percepissero – magari – soldi per produrre ciò che mettevano in rete. Erano invece diversi, perché a seconda della latitudine e delle spinte culturali i blog e i blogger cambiano.

Mi cito:

i blog, nel mondo arabo, sono in tutto e per tutto diari, anche se sono e-diari. Riescono, cioè, a lasciare socchiusa, per il lettore, la porta verso sentimenti, desideri, rabbie e riflessioni. E a far intravedere i semi di quello che in futuro succederà.

Quanto a me, dopo tanta frequentazione di blog, un blog l’ho aperto anch’io ovviamente. Ma non ho scimmiottato i giovani blogger arabi, e il mio diario virtuale l’ho concepito in maniera molto diversa. Vuoi per l’età, che non dà più quella spavalderia e quell’innocenza capace di far mostrare la propria stanza dei giochi. Vuoi perché, nonostante sia un’emigrante, rimango italiana ed europea. Anche questo modo di fare blog, però, ha una sua dignità. E contiene dentro di sé il grande, primo significato dei blog: la loro incredibile democraticità, che consente di dire senza dover per forza essere ricchi. Un po’ e-tazebao, un po’ e-diari, un po’ e-samiszdat. E-parole.

I blog, dunque, sono democratici. I blog sono liberi. I blog sono appassionati, in genere, perché hanno solamente le griglie individuali, alle quali non si sommano altre griglie. I blog fanno parte di un tessuto e-sociale. I blog non sono colonne di piombo virtuale fatti solo per essere visibili, e dire “io c’ero”. Non sono editoriali su schermo. Non soggiacciono alle stesse regole di un giornale, anche se a prima vista – per i non esperti – un giornale online sembra in tutto e per tutto un giornale.

I blogger, a loro volta, diventano blogger quando decidono di avere una frequentazione continua con un’agorà come quella telematica. Di avere un obiettivo che dura nel tempo e rende il proprio diario virtuale un oggetto durevole, anche se a prima vista etereo. Un oggetto con una sua fisionomia, indipendenza, unicità. Sono questi – a mio parere – i tre requisiti che rendono un blog un oggetto riconoscibile della Rete, persino – a suo modo – una fonte. E se dura, se è riconoscibile, è perché sa usare il linguaggio della rete, la lingua della rete, le regole della rete. L’interazione della rete, che non vuol dire – semplicemente – la serie di commenti sotto l’editoriale, ma vuol dire un chiacchiericcio continuo che comincia sul blog, continua su FB, fa una sosta e si sposta su twitter, per poi farsi privato con la messaggistica uno-a-uno. Scritta o in video che sia.

Conclusione, (quasi) scontata, in giorni in cui la discussione (italiana) in rete si concentra – con l’uscita di Huffington Post Italia – su questa strana nuova figura che appare all’orizzonte, quasi fosse la riproposizione dei guru di qualche anno fa. Non basta un PC, una ADSL, e una e-pagina e-patinata per fare un blogger. Sono d’accordo, d’accordissimo con Gennaro Carotenuto, un altro che la Rete la conosce, la conosce molto meglio di me…

Per la playlist non cambio brano, stasera, nel tepore di una fine estate che non vuole lasciare il passo.Come away with me è troppo bella. Norah Jones.

L’immagine è un poster sulla libertà di internet, e ricorda il primo cybermartire, Zouhair Yahyaoui. Il giorno della sua morte, il 13 marzo, è diventata la giornata della libertà della Rete

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