Deludere il popolo siriano – Prima Parte


Di Richard Falk

15 novembre 2017

[Nota introduttiva: quella che segue è un’estesa intervista del novembre 2017 che è incentrata sul fallimento dell’ONU e del mondo di soccorrere il popolo siriano con un intervento umanitario tempestivo ed efficace. L’intervista è stata condotta da un giornalista  turco, Salva Amor, e sarà pubblicato sulla rivista Caucasus International. Il testo dell’intervista è stato leggermente modificato.]

Un’occasione mancata

  1. In precedenza lei si è riferito alla Siria come a “un caso ideale per un interventoumanitario”, tuttavia,  invece che diventare un primo esempio di intervento umanitario   positivo si è trasformato in una delle più grandi crisi umanitarie  in cui gli abitanti di metà del paese sono diventati rifugiati o sfollati. Che cosa ha reso un tale caso ideale di intervento umanitario, una delle peggiori risposte umanitarie che abbiamo visto in tempi recenti?

Risposta: Non ricordo questo riferimento alla Siria come ‘un caso ideale’, ma forse lo intendevo in senso ipotetico, cioè se si fosse mai richiesto ‘un intervento umanitario’ doveva esserci in Siria, specialmente nelle prime fasi del conflitto. Tuttavia, sono incline a pensare che l’intervento per il cambiamento di regime era, in tutte le sue fasi, una missione impossibile. Dovremmo tenere a mente che il registro di veri esempi positivi di quello che si chiama ‘intervento umanitario’, è stato penoso.   Quando l’intervento ha avuto successo la motivazione non è stata prevalentemente umanitaria, ma è stata invece una confluenza di interessi strategici di vari tipi con una sfida umanitaria. In Siria gli interessi strategici non erano sufficientemente forti da giustificare i costi probabili, specialmente dopo l’Iraq e l’Afghanistan.

Talvolta l’intervento è una copertura per scopi non-umanitari, come in Afghanistan (2002), in Iraq (2003), e in Libia (2011) e può essere efficace per ottenere scopi immediati di cambiamento di regime, ma è estremante costoso in base alla prospettiva dell’umanitarismo, se valutato da una prospettiva di violenza prolungata, di caos della società e di sofferenza umana.

Inoltre è soltanto marginalmente di successo in senso strategico, data la resilienza dell’opposizione sul territorio e la pressione per un’occupazione a lungo termine, se si devono mantenere i guadagni originati dell’intervento.

Altre volte è presente la motivazione umanitaria, come in Siria, ma non c’è alcuna giustificazione strategica di peso sufficiente, e ciò che viene fatto da attori esterni o dall’ONU è insufficiente per controllare il risultato, e spesso finisce con l’intensificare la portata delle sofferenze sopportate dalla popolazione. In effetti, l’intervento umanitario raramente ottiene un beneficio netto in base alla prospettiva della popolazione che presumibilmente si sta soccorrendo. Forse il Kosovo (1999) è il caso recente migliore in cui un presunto intervento umanitario ha avuto un valore strategico sufficiente per essere efficace, e, tuttavia, sembra aver lasciato in migliori condizioni la popolazione kosovara, dopo, sebbene anche il Kosovo non è un caso chiaro.

Fallimenti e implicazioni di inazione

  1. I fallimenti umanitari in Siria e per i rifugiati siriani nei paesi confinanti, compresi Giordania, Turchia, Libano e Iraq hanno implicazioni di vasta portata per l’UE dato che milioni di rifugiati scelgono di rischiare la vita per entrare e in Europa, causando l’esodo più vasto fin dalla II Guerra mondiale. Si sarebbe potuta evitare  l’ondata di profughi che in fuga verso in Europa se ci fosse stato un intervento umanitario più positivo e organizzato?

Risposta: E’ possibile che se la Siria avesse posseduto vaste riserve petrolifere, l’intervento contro il regime di Damasco sarebbe stato sufficientemente robusto da farlo cadere e da creare stabilità prima che le condizioni di combattimento provocassero massicci spostamenti interni di popolazione e giganteschi flussi di rifugiati, compreso l’afflusso verso l’Europa. In questo senso, la Libia con il petrolio, ha indotto a un intervento di quel genere, anche se era stata un’impresa più facile, dato che il regime di Gheddafi aveva molto meno appoggio popolare rispetto al regime di Assad,  non era così ben equipaggiata militarmente e mancava di alleati nella regione. In Siria, a causa delle divisioni geopolitiche regionali e globali, la politica di intervento e di contro-intervento era di gran lunga più complicata e impediva ai potenziali intervenienti contrari al regime, di prendere grandi impegni. Nelle prime fasi del conflitto, la Turchia e gli Stati Uniti hanno calcolato male i costi e la portata di un intervento riuscito in Siria, supponendo che un tentativo indiretto e di basso livello avrebbe potuto essere efficace per ottenere il cambiamento di regime che aveva frainteso le condizioni prevalenti in Siria.

La reazione migliore

  1. In base alla sua esperienza, quale sarebbe stata la reazione umanitaria ideale alla guerra in Siria? Chi sarebbe stato il migliore per attuarla?

Risposta: Come si accennava nelle mie prime risposte, non c’è una reazione ideale e l’attuale sistema mondiale non è in grado in modo affidabile, di gestire un intervento umanitario in una situazione come quella che esisteva in Siria. Avere una qualsiasi possibilità di efficacia, richiederebbe di affidare l’impresa a ino o due stati potenti, ma anche la situazione che ne seguirebbe sarebbe molto incerta. In un contesto post-coloniale inevitabilmente ci sarà una forte opposizione nazionalista territoriale all’intervento e all’occupazione esterna che generalmente provocano un caos grave e prolungato. Se il paese è molto piccolo e può essere sopraffatto (Granada, Panama)

Senza un contro-intervento, l’impresa talvolta funzionerà. L’Iraq serve da chiaro esempio di un intervento che ha liberato il paese da un brutale tiranno, ma ha prodotto violenza interna tra regioni e tribù in concorrenza, e ha generato una lotta settaria estrema tra Sunniti e Sciiti, e anche una serie di battaglie etniche, tribali e regionali.

In un mondo governato meglio e che lungi dall’esistere, l’ONU avrebbe agito energicamente e con l’appoggio dei governi regionali in Medio Oriente, i protagonisti della geopolitica (Stati Uniti e Russia) non avrebbero perseguito i loro piani di azione strategici, e un intervento politicamente neutrale avrebbe creato le condizioni per una transizione politica democratica nel dopo-Assad, compresa l’attribuzione  della sua responsabilità dei crimini passati. La sola menzione di questo scenario auspicabile è sufficiente a rivelarne il suo carattere utopico. Specialmente in Medio Oriente, la geopolitica di un obiettivo regionale e globale distorcono malamente tutti i tentativi di costruire una risposta umanitaria alla repressione e alle gravi violazioni dei diritti umani. Sullo sfondo, ma non lontano sullo sfondo, c’è l’importanza del petrolio.

I paesi che hanno sperimentato massicci interventi (Iraq, Libia) possedevano abbondanti riserve di petrolio, mentre quelli che hanno poco petrolio o che non ne hanno affatto o sono statti ignorati oppure hanno sopportato prolungati conflitti sanguinosi. Il caso peggiore è la Siria che è diventata scenario di interventi in concorrenza e compensativi, motivati da ambizioni politiche e strategiche e avendo soltanto un’esile ragione di propaganda associata con il desiderio di alleviare una crisi umanitaria che, nel caso minore, era un obiettivo molto subordinato degli intervenienti su entrambe le parti.

Lezioni per il futuro

4a. Come può il mondo imparare dai fallimenti umanitari e dall’inazione che ci sono stati in Siria negli scorsi 7 anni? Quali opportunità di proteggere, difendere o sostenere il popolo siriano abbiamo perduto?

Risposta: Secondo me, è un errore parlare di ‘inazione’ nel contesto siriano. Ci sono stati massicci interventi di tutti i tipi da entrambe le parti del conflitto per opera di vari protagonisti, ma nessuno è stato sufficientemente decisivo per porre fine alla guerra e nessuno principalmente motivato da preoccupazioni umanitarie. Naturalmente, qui e là si sarebbero potute salvare delle vite, specialmente se l’equilibrio di forze all’interno della Siria fosse stato meglio capito in Occidente in una  prima fase del conflitto. Qualunque intervento in Siria è stato in gran parte un faccenda di ingrandire il conflitto stesso e le sofferenze che lo accompagnano.

Il conflitto stesso è stato circondato da rivendicazioni propagandistiche contradditorie che rendevano difficile percepire la realtà per il pubblico, e perciò c’è stata una resistenza politica a un intervento più esplicito e forse più efficace di cambiamento di regime.

Indifferenza:

4b. C’è qualche correlazione tra l’aumento dell’Islamofobia e l’inazione del mondo verso le sofferenze del popolo siriano? Il continuo martellamento di odio verso la religione islamica ha creato l’indifferenza verso chi di loro sta soffrendo? Oppure questa vasta indifferenza è una reazione naturale a questa enorme crisi umanitaria?

Risposta: L’indifferenza in relazione alla Siria, è principalmente una faccenda di confusione e di sfiducia pubblica. La confusione sulla natura del conflitto e la sfiducia riguardo ai motivi dei protagonisti politici che sono intervenuti su entrambe le parti. L’impennata nell’Islamofobia è attribuibile all’interazione della crisi dei rifugiati in Europa e del verificarsi di incidenti terroristici perpetrati dall’ISIS e dai suoi sostenitori. Naturalmente il massiccio flusso di rifugiati è stato indotto dalla violenza nelle zone di combattimento in Siria, e questo ha reso l’Europa molto interessata a risolvere il conflitto, anche se voleva dire permettere a un regime criminale di rimanere al potere.

Suppongo che l’indifferenza citata nella sua domanda sia più evidente in relazione al dramma del popolo Rohingya nel Myanmar che come reazione alla Siria dove, come ho continuato a far capire, il contesto politico domina la sofferenza umana e l’identità islamica delle persone vittimizzate è secondaria. Vale anche la pena ricordare l’indifferenza globale per il genocidio in Ruanda (1994) che si sarebbe potuto evitare, o almeno minimizzare, con un intervento tempestivo e di portata relativamente piccola. E di tanto in tanto, se il contesto sarà di supporto, l’Occidente interverrà sulla parte islamica come in Bosnia e in Kosovo negli anni ’90, dove era in opposizione alla parte cristiana.

  1. L’ONU ha consegnato una grossa porzione dei 4 miliardi di dollari dei suoi sforzi di aiuto in Siria, al regime siriano o ai suoi partner che sono stati approvati da Bashar Al Assad. In che modo l’ONU giustifica il fatto di aver fornito diecine di milioni di aiuti umanitari a uno dei peggiori governi che ha assediato, ridotto alla fame, bombardato e ucciso migliaia di persone del suo popolo?

Risposta: Suppongo che la giustificazione fondamentale per questo comportamento sia che dal punto di vista dell’ONU il regime di Damasco rimane il governo legittimo della Siria che rappresenta il paese all’ONU. Naturalmente, questa è una giustificazione legalista ed elude la vera crisi umanitaria e anche i crimini del regime di Assad. Finora, dato che c’è uno stallo geopolitico regionale (Iran  contro Arabia Saudita) e globale (Russia contro Stati Uniti e Turchia), l’ONU ha cercato di rimanere distante dall’ambito della controversia politica nella misura possibile, allo stesso tempo facendo ciò che può per alleviare le sofferenze umane. Non sono informato riguardo al fatto che gli aiuti dell’ONU raggiungano la popolazione civile come affermato. Le parole usate nella tua domanda indicano che ci dovrebbe essere un certo meccanismo  che può impedire che un governo che commette reati ripetuti contro il suo popolo venga trattato dall’ONU come un normale stato membro; questo però non è probabile che avvenga a breve, ed è difficile,  dato che il Sistema ONU è costruito intorno a idee di ordine mondiale con al centro gli stati.

Nella foto: una donna coi i suoi bambini fugge da un quartiere di Aleppo bombardato.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/failing-the-people-of-syria

Originale: Richardfalk.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

Deludere il popolo siriano – Prima Parte

http://znetitaly.altervista.org/art/23628

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