Di Jule, Flotilla e dintorni

admin | June 28th, 2011 – 10:42 am

Ieri sera è stato proiettato al Meeting antirazzista dell’Arci in corso a Cecina Arna’s Children, che rivisto dopo l’uccisione di Juliano Mer Khamis il 4 aprile scorso fa ancora più impressione. E’ una carrellata sui visi dei morti: i bambini del Teatro di Arna, Arna malata che torna a incontrarli, i bambini che diventano ragazzi e poi giovani uomini e poi muoiono. Le madri che rimangono…

E’ il più bello e struggente documentario sul conflitto, uno di quelli sui quali non è possibile non versare lacrime, che scendono giù peraltro inavvertite.

Il mio minitour italiano a parlare di rivoluzioni arabe finisce oggi. Urge tornare a scrivere, a documentarsi e pure a riposarsi. Devo dire che è stato un tour estremamente interessante e piacevole. Il desiderio di sapere di più delle rivoluzioni è diffuso, palpabile. Questo pubblico meriterebbe, da parte di noi giornalisti, una informazione più qualificata, e profonda. Vox clamans, lo so… ma sono sempre stata testarda.

L’introduzione triste di questa mattina –  da un Meeting che invece è molto piacevole, allegro e pienissimo di spunti e di incontri – è perché un breve sguardo sulla Palestina oggi ci sta tutto. La questione della Freedom Flotilla sta infatti montando: il governo israeliano ha prima messo in guardia, poi ha minacciato, poi ha fatto la voce durissima, e infine il premier Benjamin Netanyahu ha chiesto alle forze armate israeliane di mostrare “moderazione”. Un catalogo delle reazioni che spiega quanto la questione della Freedom Flotilla sia, oggi ancor più di un anno fa, in occasione del convoglio guidato dalla Mavi Marmara, motivo di imbarazzo per Tel Aviv. L’ufficio stampa del governo israeliano ha anche dovuto ritrattare una precedente minaccia, secondo la quale i giornalisti presenti sulle navi della Flotilla diretta a Gaza sarebbe stati banditi da Israele per dieci lunghi anni.

Dalla Corsica è partita la prima delle dieci navi, il convoglio quanto prima si riunirà. Sulla nave canadese c’è anche Amira Hass, grande giornalista, donna coraggiosa, israeliana appartenente a una minoranza coraggiosissima.

Ci sono, però, altre cose che succedono, tra Palestina e Israele, che sembrano lontane dalla Flotilla e dalla destinazione della Flotilla (Gaza) e che invece non lo sono. La prima, per esempio, riguarda gli scontri di ieri a Gerusalemme tra destra israeliana ortodossa (quella più legata ai coloni) e polizia. Motivo: l’arresto di Dov Lior, uno dei rabbini più radicali e razzisti. Centinaia di ortodossi della destra più retriva si sono opposti all’arresto con l’accusa di incitamento di Lior (peraltro rilasciato dopo due ore), con episodi di vera e propria guerriglia urbana.  La vera battaglia per Israele, dice Yigall Walt su Ynet, è quella tra laici e ortodossi, tra le diverse tribù di Israele, i diversi gruppi sociali…

Una battaglia che si combatte, peraltro, proprio mentre in Israele monta sempre di più un altro motivo di imbarazzo. E cioè la decisione della politica palestinese di andare dritta all’Onu a far riconoscere lo Stato di Palestina. La riserva è stata sciolta, e i palestinesi andranno a New York al Palazzo di Vetro, anche se dal punto di vista formale il  riconoscimento fallirà. Dal punto di vista politico, però, la campagna per il ricoscimento ha già messo in posizione di seria debolezza Israele. E lo si vede dai più diversi segnali. Compresi quelli che non dovrebbero riguardare le questioni dei due Stati sulla linea del 1967. Come un ponte, il ponticello che unisce la Plaza di fronte al Muro del Pianto con la Spianata delle Moschee alla porta Mughrabi, l’unica da cui possono entrare i non musulmani, controllatissima dalle autorià israeliane. Bisogna fare un ponticello nuovo, ma – come tutto ciò che succede tra le antiche mura – è motivo  di polemica tra le comunità (e le ragioni per la polemica sono fondatissime). La polizia israeliana ha dunque consigliato, dice Haaretz, di cominciare i lavori a settembre. Non prima. Altrimenti, sarebbe impossibile controllare la tensione alle stelle.

Sulla riconciliazione palestinese, intanto, tutto tace. Ancora. La questione dell’incarico di primo ministro non riesce a sciogliersi, ed è la patente dimostrazione che c’è chi rema contro. Spesso fuori dalla politica palestinese. Probabilmente, in più di qualche cancelleria.

Nel fermo immagine, Ala, uno dei bambini di Arna, di fronte alla sua casa distrutta dagli israeliani nel campo profughi di Jenin. Il suo sguardo che tenta di trovare forza spostando gli occhi di qua e di là diventerà poi fermo, da grande, quando sarà il comandante della difesa del campo. Ed è lui, nel documentario, l’ultimo morto, prima della parola fine. Prima di lui, Juliano Mer Khamis (zio Jule, come lo chiamano i ragazzi) mostra i destini terribili di quasi tutti gli altri bambini di Arna. Tra loro, tra quei bambini di Arna immolati al conflitto, c’è anche lui. Ed è per questo che quel documentario, bellissimo, è ora una staffilata.

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