Dieci anni fa, per non dimenticare…

Dopo dieci anni e mentre continua ad essere ancora costruito, rileggere il racconto dal Diario delle Suore del Charitas Babby Hospital sul muro a Betlemme è davvero impressionante . Quel primo marzo 2004 che descrivono con lucidità: L’inaugurazione della nostra prigione…

Dieci anni fa, per non dimenticare…

1 marzo 2004
Uno ad uno, sei blocchi di cemento alti otto metri vengono posati in un largo solco da un’altissima gru. Sono i primi sei blocchi del muro. Da oggi, primo marzo 2004, Betlemme può chiamarsi “ufficialmente” una prigione. Ecco il primo pezzo di muro… ce lo troviamo davanti quasi all’improvviso, orribile. Il suo grigiore sta davanti a noi, abnorme, inumano: ci taglia fuori completamente dalla vita di normali, liberi esseri umani. L’hanno iniziato a pochi passi dal nostro ospedale. Davanti al muro regna il silenzio, anch’esso divenuto grigio e pesante. Sono pochi gli abitanti di Betlemme che si recano a vedere la triste novità di questi giorni, e per un po’ la giudichiamo quasi indifferenza, ma essi il muro non lo vogliono neppur vedere, non ne vogliono neppur sentir parlare, nauseati fino in fondo di una vita priva di dignità, vissuta pagando per tanta violenza.

(…) I padroni del muro pagano bene, sembra, e vale la pena adeguarsi, anche se è un lavoro da schiavi: almeno i palestinesi potranno sfamarsi per qualche mese. Molti altri giovani che non hanno una “fortuna” del genere, tentano di passare il filo spinato, dove ancora c’è qualche spazio libero, e di raggiungere Gerusalemme, ma vengono respinti dai fucili dei soldati. Questa è una storia che dura da giorni: rispediti indietro con la forza, quei ragazzi rimangono appollaiati sui muriccioli esterni dell’ospedale, aspettando il momento propizio per tentare nuovamente di passare il confine. Nuovamente inseguiti dai soldati,
vengono a rifugiarsi nel nostro cortile. La storia continuerà così fino a quando ci sarà qualche piccolo spazio ancora libero dal muro, nel quale sperare di infilarsi.

3 marzo 2004
I blocchi di cemento già innalzati sono 18. Ci dicono che li trasportano da Haifa a Betlemme, due alla volta: di più non ce ne stanno sul veicolo, tanto sono enormi. Davanti a noi si sta formando così una parete grigia che ci taglia il verde e l’azzurro di questa primavera già dirompente, una parete grigia che ormai è l’unico sfondo dei bellissimi mandorli in fiore del giardino di Manal.

7 marzo 2004
A poco a poco la popolazione si rende conto di questa enorme cosa grigia che grava su Betlemme, ma è tuttora difficile crederci, tanto è lo shock che si prova appena la si vede a distanza. I più se ne vanno senza neppure avvicinarsi, e con rabbia e disgusto, muti,impietriti, cercando di nascondere la disperazione di pensare ad un futuro sempre più nero, spesso imprecando contro il cielo e contro tutti. Da chi invocare giustizia, difesa?
Quale sarà il futuro di Betlemme?
Chi abita dentro il muro, deve “arrangiarsi” dentro il muro.
Ed Elias, e tanti altri… cercano di trattenere le lacrime, senza riuscirci troppo. L’angoscia per il futuro è più forte che mai, e l’umiliazione è profonda…

25 marzo 2014
Del muro si dicono già cose terribili. La sua costruzione è stata ultimata in molte zone
della Palestina, trasformando città e villaggi in prigioni a cielo aperto. Innumerevoli
giovani e padri di famiglia, non possono più raggiungere il luogo di lavoro e la propria
terra da coltivare; la disperazione per un futuro del tutto incerto fa letteralmente
impazzire, rende disposti a tutto… anche a rischiare la propria vita. Jamileh, una donna di età matura, madre di sei figli, ci racconta quello che ha visto con i propri occhi. Per mezzo di un pullman organizzato dalla Croce Rossa, Jamileh riesce un giorno ad andare a far visita a suo figlio Nizar nelle prigioni israeliane. Con lei partono la nuora e quattro dei loro cinque bambini. Il viaggio è massacrante: i continui posti di controllo, le soste forzate e le perquisizioni moltiplicano la lunghezza del viaggio, che invece di due ore ne dura sette e più. Ma la stanchezza del viaggio è poca cosa, racconta Jamileh, rispetto allo shock provato nell’avvicinarsi al muro, nei pressi di Betlemme.

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