Dignità umana. Ma non per tutti. Carneficina siriana e moderazione israeliana

di Gideon Levy

11 giugno 2011. Vediamo il regime siriano massacrare decine di dimostranti disarmati ogni giorno, e diciamo che “sta trucidando il suo stesso popolo”; ma quando l’esercito israeliano uccide 23 manifestanti siriani disarmati in un solo giorno, ci vantiamo del fatto che esso “ha agito con moderazione.
I dimostranti nella città siriana di Hama e i manifestanti al confine del Golan si assomigliano non solo nel loro ricorso a mezzi non letali, ma anche nei loro obiettivi. Sia gli uni che gli altri stanno cercando di cambiare l’ordine costituito. E la risposta delle autorità in entrambi i casi – l’uso di proiettili veri contro i manifestanti – è sorprendentemente simile.
In Israele la gente subito spiegherà che l’esercito israeliano compie ogni sforzo per non uccidere i manifestanti, e in effetti il numero di vittime in Siria è molto più elevato, ma i mezzi sono gli stessi – l’uso di proiettili veri contro manifestanti disarmati. E il conteggio delle vittime potrebbe perfino risultare comparabile se i manifestanti del Golan insisteranno nella loro ribellione – e l’opinione pubblica israeliana siate certi che non avrà alcun problema rispetto a questo, naturalmente.

Lungo la recinzione di confine sulle alture del Golan, Israele ha eretto un’ulteriore barriera di sicurezza ancora più robusta per proteggersi. Con questa barriera, abbiamo creato il nostro mondo, il mondo dei nostri sogni, l’illusoria bugia che ci raccontiamo visto che nessun Paese riconosce la nostra sovranità sul Golan!
Ma attraversare il confine con le alture del Golan -tutti lo pensano- costituisce una minaccia alla sovranità di Israele.

Ci dispiace ma la colpa è tutta loro. Le IDF hanno trovato un modo per dimostrare che la maggior parte delle vittime sono state responsabili della loro morte. Il pensiero che quei giovani determinati sul Golan stanno rischiando la vita proprio a causa della stessa coscienza politica e democratica, identica a quella che sta motivando i loro colleghi nelle città siriane che si stanno ribellando contro il regime di Assad, semplicemente non ci viene in mente.

Sul nostro confine sono dei rivoltosi. Nelle città siriane sono manifestanti. Laggiù vi è un’ammirevole protesta nonviolenta, mentre quella stessa battaglia quando viene combattuta sul nostro confine è considerata violenta, e i suoi protagonisti vanno incontro alla morte.

Ci siamo inventati una lettura della situazione perfetta: Assad ha mobilitato questi giovani palestinesi per distrarre l’attenzione. A noi difenderci dai terroristi.

Qualcuno qui ha forse pensato al viaggio “della memoria” compiuto da un giovane palestinese siriano che ha attraversato il confine ed è riuscito ad arrivare a Jaffa per visitare la casa ancestrale della sua famiglia? Magari possiamo provare a ricordare al lettore israeliano che questi sono figli di rifugiati, alcuni dei cui antenati sono stati espulsi da Israele nel 1948 e non è stato permesso loro di tornare. E altri sono stati espulsi o sono fuggiti dalle alture del Golan nel 1967, e sono stati privati anch’essi del loro diritto di tornare.
Forse è possibile ricordare che Israele in larga misura conquistò il Golan nel 1967 come risultato di un’iniziativa israeliana. Forse è possibile ricordare che da tre generazioni queste famiglie di rifugiati vivono in condizioni disumane nei loro campi profughi. E’ vero che ciò è colpa del regime siriano, ma anche Israele ha una responsabilità per il loro destino. Forse è perfino possibile dire che vi è un grado di legittimità nella loro lotta, proprio come la lotta dei loro colleghi contro il regime siriano è legittima. Sia gli uni che gli altri vogliono una vita di libertà e dignità. Nessuno di essi ne può disporre.

Nel nuovo mondo arabo che sta prendendo forma davanti ai nostri occhi, a un certo punto questi giovani sia in Siria che al confine del Golan dovranno essere ascoltati, e alcune delle loro richieste dovranno ricevere una risposta, soprattutto se essi persevereranno nella loro lotta disarmata.

Ma noi ci siamo messi tutto dietro le spalle. Nasconderemo la testa sotto la sabbia. Costruiremo un’altra recinzione di confine, e un’altra ancora. Chiameremo “notte” il giorno e “giorno” la notte, continuando a ripeterci che stiamo agendo con moderazione – uccidendo con proiettili veri 23 giovani che non hanno sparato un solo colpo. Accuseremo loro e i loro leader della responsabilità della loro morte. La cosa importante è che le nostre mani siano pulite, le nostre orecchie siano tappate e i nostri occhi siano chiusi. (Haaretz)

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