Discontinuità oppure business ad usual?

admin | December 20th, 2012 – 3:40 pm

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Discontinuità oppure business as usual? La domanda è ancora una volta questa, quando si pensa a cosa riserverà l’anno che verrà a israeliani e palestinesi. Uno scontro a bassa intensità con alcune fiammate, ormai considerate ineludibili? Oppure un nuovo capitolo, seppur ancora confuso, tale da cambiare i parametri del conflitto più irrisolvibile del Medio Oriente?

Stavolta, seppure disseminato delle solite pietanze che il menù mediorientale di fine anno ci riserva, è l’elemento della discontinuità a prevalere. Più nella cucina palestinese che in quella israeliana, a dir la verità. Il primo piatto israeliano, infatti, è ben conosciuto: elezioni parlamentari, ancora una volta anticipate, il cui esito – dicono gli analisti più accreditati – dovrebbe confermare una tendenza in atto da anni. E cioè lo spostamento a destra di un corpo elettorale su cui inciderà poco, se non nulla, l’ultimo scandalo politico-giudiziario che ha costretto il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman alle dimissioni, ma non all’uscita di scena politica. È ancora lui l’alleato indispensabile per il premier uscente Bibi Netanyahu, che non intende indietreggiare da nessuna delle sue prese di posizione, soprattutto quella riguardante l’aumento esponenziale degli insediamenti israeliani dentro Gerusalemme est. D’altro canto, l’opposizione di centro e centro-sinistra si differenzia ben poco dalla destra, quando si parla di palestinesi, di processo di pace, e in particolare del nodo cruciale, di sostegno alle colonie, su cui nessuna delle due avversarie – né Shelli Yachimovic né tanto meno Tzipi Livni – intende recedere. Le colonie, insomma, non si toccano: sono ormai un dato acquisito della politica di Israele, che sembra – a questo punto – non essere intaccata dagli sconvolgimenti regionali degli ultimi due anni. A meno che non emerga una sinistra oltre il Labour Party che rimetta in gioco il fronte pacifista…

Qualsiasi cosa succeda intorno, però, i vecchi parametri non si toccano, in Israele. Eppure, la discontinuità è sotto gli occhi di tutti. Solo formale, nel caso del riconoscimento dello Stato di Palestina all’Onu come osservatore non permanente. Ma le parole modificano il vocabolario, e dunque la stessa percezione del conflitto. I palestinesi non sono più relegati in un “territorio” o in una confusa “entità”. Fanno parte di uno Stato, seppur inesistente, fluido, spaccato, frammentato, che si chiama Palestina.

Tutto è cambiato. Il nome dell’ANP, diventato Palestina. Ed è cambiato anche – pesantemente – l’equilibrio politico regionale che rende Hamas sempre meno isolata e sempre più determinante nel futuro prossimo. Le dichiarazioni radicali di Khaled Meshaal nella sua storica visita a Gaza dopo 45 anni di esilio lasceranno il tempo che trovano, e a risalire in superficie sarà il tentativo da parte di Hamas di farsi sdoganare da un attacco islamista a tre punte – e Egitto, Turchia e Qatar – che ha ora i suoi problemi, ma purtuttavia è ancora forte. D’altro canto, a far uscire definitivamente Hamas dall’isolamento è stato il governo israeliano presieduto da Netanyahu, piuttosto che la presidenza islamista egiziana. È stato il governo israeliano ad accettare non solo una trattativa indiretta con Hamas, ma a concordare – stavolta, sia pur a distanza – su un documento unico con il movimento islamista per porre fine all’ultima, breve e sanguinosa Guerra di Gaza.

Cosa significa, questo, se non discontinuità rispetto agli ultimi vent’anni in cui Hamas era stata espunta dal quadro politico, sia dagli israeliani sia dall’elite arafattiana? La vera discontinuità, però, sta soprattutto nella inarrestabile perdita di valore e di senso della Soluzione dei 2 Stati. Una perdita di valore e di senso che sempre paradossale, all’indomani della conquista del seggio numero 194 da parte della Palestina al Palazzo di Vetro. Eppure, proprio il riconoscimento di una Palestina solo formalmente racchiusa nei confini del 1967 (la presenza delle colonie israeliane rende quel limes puro esercizio intellettuale) rimette in discussione tutto. A cominciare dalla lettura storica, dalla narrazione, dalla narrative, come la chiamerebbero gli studiosi anglosassoni del conflitto israelo-palestinese. Si ricomincia dal 1948, insomma, e non più dal 1967, proprio quando la Linea Verde viene finalmente accolta con uno scrosciante applauso dall’Assemblea Generale dell’Onu.

Si ricomincia dal 1948 perché la questione nodale dei rifugiati rientra nel negoziato, ora che esiste – solo sulla carta – uno Stato di Palestina. E perché la guerra civile siriana e l’instabilità giordana hanno rotto uno status quo su cui si basavano i vecchi parametri del conflitto arabo-israeliano. La fuga dei palestinesi dal grande campo profughi di Yarmouk, a Damasco, non potrà far altro che far emergere una questione che tutti hanno voluto lasciare sopita, rimettendola pesantemente sul tavolo delle trattative, e facendo ritrovare all’OLP un ruolo che aveva perso a vantaggio dell’ANP.

Di fronte alla discontinuità, c’è il rischio che l’inadeguatezza dimostrata negli anni più recenti dalla comunità internazionale – anche di fronte al Secondo Risveglio Arabo – si trasformi in un’altra questione aperta sul tavolo delle trattative. A cominciare dalla linea che il presidente Barack Obama vorrà dare al suo secondo mandato. Una prima indicazione riguarda il successore di Hillary Clinton alla segreteria di Stato. Il nome del senatore John Kerry è stato solo formalmente accolto con un benvenuto dalla audience dell’Israele che conta. A una prima lettura, Kerry viene considerato una scelta più favorevole a Israele di quanto sarebbe stato l’investimento di Susan Rice. Ma Kerry è colui che nel febbraio 2009 si recò nella Gaza devastata dall’Operazione Piombo Fuso non solo per rendersi conto dei danni, ma anche per mandare un messaggio -nei fatti- di quanto l’amministrazione Obama avesse subito quella guerra. Portò, allora, una lettera di Hamas al consolato americano a Gerusalemme, pur senza incontrare nessuno del movimento islamista palestinese. Quel viaggio potrebbe non significare nulla, ma nel mondo dei gesti e dei segnali che è la diplomazia, anche quella visita potrebbe contare.

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