Discorso del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas

Assemblea Generale delle Nazioni Unite
29 novembre 2012
Discorso del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas

Signor Presidente dell’Assemblea Generale, Eccellenze, Signore e Signori,

La Palestina giunge oggi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite mentre sta ancora curando i suoi feriti e seppellendo i suoi morti: bambini, donne e uomini che sono stati uccisi nell’ultima aggressione israeliana; ancora stiamo ricomponendo i pezzi della nostra vita quotidiana tra le rovine delle nostre case distrutte dalle bombe nella striscia di Gaza. Hanno distrutto intere famiglie, uomini, donne e bambini, uccisi insieme ai loro sogni, alle loro speranze, al loro futuro e al loro desiderio di vivere una vita normale, in pace e libertà.

La Palestina arriva oggi all’Assemblea generale perché crede nella pace e perché la sua gente, come ha dimostrato nei giorni scorsi, ha un disperato bisogno di pace. La Palestina viene oggi a questo prestigioso forum internazionale, rappresentante e protettore della legalità internazionale, riaffermando la convinzione che la comunità internazionale sia in questo momento davanti all’ultima possibilità per salvare la soluzione dei due Stati. La Palestina viene a voi oggi in un momento di ridefinizione regionale e internazionale, per ribadire la sua presenza e per cercare di proteggere le possibilità e le basi di una pace giusta, profondamente auspicata per tutta la regione.

Signor Presidente, Signore e Signori,
l’aggressione israeliana contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza ha confermato ancora una volta la necessità urgente e pressante della fine dell’occupazione israeliana, per restituire alla nostra gente libertà e indipendenza. Questa aggressione conferma inoltre il persistere del governo israeliano nella propria politica di occupazione, basata sulla forza bruta e sulla guerra. Scelta che obbliga la comunità internazionale ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti del popolo palestinese e della pace.

Questo è il motivo per cui siamo qui oggi.
Dico con grande dolore e tristezza: certamente nessun paese al mondo avrebbe voluto che decine di bambini perdessero la vita per veder riaffermati i principi di libertà e indipendenza. Non c’era bisogno di migliaia di incursioni aeree con tonnellate di esplosivi per ricordare al mondo che c’è tuttora un’occupazione militare e che è tempo che questa veda la fine, e che il popolo venga liberato. E non c’era alcun bisogno di una nuova, devastante guerra per ricordarci che ci manca la pace.
Questo è il motivo per cui siamo qui oggi.

Signor Presidente, Signore e Signori,
Il popolo palestinese si è miracolosamente ripreso dalle ceneri della Nakba del 1948, che aveva l’obiettivo di espellerlo dalla sua terra per sradicare e cancellare la sua presenza, presenza che ha le sue radici nella profondità della terra stessa e della storia. In quei giorni bui, quando centinaia di migliaia di palestinesi sono stati strappati dalle loro case e dispersi dentro e fuori la loro patria, trasferiti da un paese bello, accogliente e prospero in campi profughi a causa di una campagna di pulizia etnica e di esproprio tra i più terribile della storia moderna, in quei giorni bui, la nostra gente aveva guardato alle Nazioni Unite come a un faro di speranza e lanciato un appello per porre fine all’ingiustizia e per ottenere giustizia e pace, la realizzazione dei nostri diritti, e ancora oggi le persone credono in questo e continuano ad attendere.
Questo è il motivo per cui siamo qui oggi.

Signore e Signori,
nel corso della nostra lunga lotta nazionale, la nostra gente ha sempre cercato di garantire equilibrio e conformità tra gli obiettivi e i mezzi della lotta e il diritto internazionale, avendo presente il momento storico e le mutate condizioni dei tempi. Ed il nostro popolo ha sempre cercato di non perdere la sua umanità, i suoi più alti e profondamente radicati valori morali e la sua capacità di resilienza, costanza, creatività e speranza, nonostante gli orrori della Nakba, della quale ancora oggi si pagano le conseguenze.
Nonostante l’enormità e il peso di questo compito, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), l’unico, legittimo rappresentante del popolo palestinese, leader stabile e continuo della sua rivoluzione, si è costantemente adoperata per raggiungere questa equilibrio tra lotta e diritto. Quando il Consiglio nazionale palestinese, sotto la guida del Presidente Yasser Arafat decise nel 1988 di proseguire l’iniziativa di pace palestinese, adottando la dichiarazione di indipendenza, basata sulla risoluzione 181 (II) (29 novembre 1947), da voi promulgata, fu impresa difficile e coraggiosa, una decisione storica, che ha definito i requisiti per una riconciliazione che avrebbe voluto voltare pagina su guerra, aggressione e occupazione.
Questo non era cosa facile. Ancora, abbiamo avuto il coraggio e il senso di responsabilità di prendere la decisione giusta per proteggere gli interessi nazionali superiori della nostra gente e per confermare la nostra adesione alla legittimità internazionale, decisione difficile e coraggiosa che in quello stesso anno fu accolta, sostenuta e benedetta da questo alto consesso che oggi ci ospita.

Signore e Signori,
abbiamo sentito e anche voi avete sentito, in particolare negli ultimi mesi l’ ondata incessante di minacce israeliane in risposta alla nostro impegno politico e diplomatico per l’acquisizione da parte della Palestina dello status di Stato di osservatore non membro delle Nazioni Unite. E avete sicuramente visto come alcune di queste minacce si siano concretizzate in maniera barbara e orribile pochi giorni fa nella Striscia di Gaza.

Non abbiamo sentito nessun funzionario israeliano esprimere parole di sincera preoccupazione per salvare il processo di pace. Al contrario, il nostro popolo ha sopportato e continua a sopportare intensi attacchi militari, l’isolamento di Gaza, l’espansione delle colonie e la pulizia etnica, in particolare a Gerusalemme Est, arresti di massa, attacchi da parte dei coloni e altre pratiche che rendono l’ occupazione israeliana simile a un sistema di apartheid e coloniale, in cui il razzismo e l’istigazione all’odio sono stati istituzionalizzati.

Ciò che permette al governo israeliano di continuare palesemente con le sue politiche aggressive e la perpetrazione di crimini di guerra deriva dalla sua convinzione di essere al di sopra della legge e di essere immune da qualsiasi responsabilità e conseguenza. Questa convinzione è rafforzata dalla mancata condanna e richiesta di cessazione di questi crimini che ha portato ad equiparare la vittima e il carnefice.
E’ arrivato per il mondo il momento di dire chiaramente: basta con l’aggressione, le colonie e l’occupazione.

È per questo che siamo qui oggi.

Signore e Signori,
Non siamo venuti qui per delegittimare lo Stato di Israele, ma piuttosto siamo venuti per affermare la legittimità della Palestina come Stato che dovrà acquisire la propria indipendenza. Non siamo venuti qui per rendere più complicato il processo di pace, che Israele ha ridotto in stato comatoso, ma piuttosto per lanciare un ultimo serio tentativo per raggiungerla. Il nostro sforzo non intende porre fine a quello che resta dei negoziati, nonostante abbiano perso di credibilità, ma piuttosto mira a cercare di dare loro nuova vita e creare basi solide tenendo in considerazione le risoluzioni internazionali affinché il processo di pace possa avere successo.

Signore e Signori,
A nome dell’Organizzazione di liberazione della Palestina, io dico: noi non ci arrendiamo, noi non ci stancheremo, la nostra determinazione non si indebolirà e continueremo a lottare per raggiungere una pace giusta.
Tuttavia, prima di tutto, io affermo che il nostro popolo non rinuncia ai propri inalienabili diritti, come definito da risoluzioni delle Nazioni Unite. E il nostro popolo si appella al diritto di difendersi contro l’aggressione e l’occupazione e continuerà con fermezza la resistenza pacifica e non cesserà di costruire il proprio futuro nella propria patria. E porrà fine alla divisioni interne per rafforzare la propria unità nazionale. Al contempo, non abbandoniamo l’idea di uno stato palestinese indipendente stabilito sui territori occupati nel 1967, con capitale Gerusalemme Est. Questo stato vivrà in pace accanto allo Stato di Israele, trovando una soluzione per la questione dei profughi basata sulla risoluzione 194 (III) delle Nazioni Unite, e in linea con quanto previsto dall’iniziativa di pace araba.

Tuttavia è nostro obbligo ribadire che per la soluzione dei due stati, le opportunità si stanno restringendo e il tempo si sta rapidamente esaurendo. La pazienza e la speranza stanno venendo meno. Le vite innocenti che sono state strappate dalle bombe israeliane – come le 168 vittime, soprattutto bambini e donne, tra cui i 12 membri della famiglia Dalou, in Gaza – sono un doloroso richiamo per il mondo intero che questo regime di occupazione razzista e coloniale sta rendendo la soluzione a due Stati, e la possibilità di realizzare la pace, una scelta molto difficile, se non impossibile.

E’ il momento di agire ed è il momento di andare avanti.
È per questo che siamo qui oggi.

Signor Presidente,
Signore e Signori,
Al mondo viene chiesto oggi di fare un passo importante per rettificare l’ingiustizia storica inflitta al popolo palestinese a partire dalla Nakba del 1948.

Ogni voce di sostegno al nostro impegno di oggi è una voce preziosa di coraggio, e ogni Stato che appoggerà la richiesta della Palestina di diventare uno Stato osservatore non membro affermerà il proprio sostegno morale e di principio per la libertà, i diritti dei popoli, il diritto internazionale e la pace .
Il vostro sostegno per la nostra iniziativa oggi è un messaggio di speranza per milioni di palestinesi in Palestina, per i rifugiati nei campi profughi, sia in patria che nella diaspora, e per i prigionieri che lottano per la libertà nelle carceri israeliane. Questo è un messaggio che la giustizia è possibile, che ci sono ragioni di speranza e che i popoli del mondo non accettano la continuazione dell’occupazione.

È per questo che siamo qui oggi.
Il vostro appoggio darà a un popolo assediato da un regime di occupazione razzista e coloniale un motivo di speranza. Il vostro sostegno testimonia al nostro popolo che non è solo e che il rispetto del diritto internazionale non sarà mai una una scelta vana.

Con la nostra richiesta di diventare uno stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, riaffermiamo che la Palestina rispetterà sempre la Carta e le risoluzioni delle Nazioni Unite e il diritto internazionale umanitario, sostenendo l’uguaglianza e garantendo le libertà civili, il rispetto della legge, promuovendo la democrazia e il pluralismo e sostenendo e proteggendo i diritti delle donne.

Come abbiamo promesso ai nostri amici, ai fratelli e alle sorelle, noi continueremo a consultarci con loro al fine di ottenere l’approvazione di questa autorevole assemblea per la nostra richiesta di rafforzare lo status della Palestina. I nostri prossimi passi saranno intrapresi con serietà e in modo responsabile e ci impegneremo per rafforzare la cooperazione con paesi e popoli del mondo al fine di ottenere una pace giusta.

Signore e Signori,
Sessantacinque anni fa, in questo giorno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la risoluzione 181 (II), che divise la terra di Palestina storica in due Stati e che divenne il certificato di nascita per lo stato di Israele.
Sessantacinque anni dopo, la stessa data in cui questa stimata istituzione ha stabilito la Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, l’Assemblea Generale si trova ad affrontare un dovere morale, dal quale non può esimersi, un dovere storico che non può essere ulteriormente rimandato e si trova di fronte al dovere reale di salvare le prospettive di pace prima che sia troppo tardi.

Signor Presidente,
Signore e Signori,
L’Assemblea Generale è chiamata oggi ad rilasciare il certificato di nascita della realtà dello Stato di Palestina.

Ed è soprattutto per questo che siamo qui oggi. Grazie.

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