Don Chisciotte in Palestina

  

            Don Chisciotte attaccava i mulini a vento e tutti a ridergli addosso, poi si è capito che nella scelta di attaccare i centri di produzione e lavorazione di energia ed alimenti c’era un ché di razionale e lungimirante, infatti quando in seguito hanno preso a farlo gli eserciti, non ha riso più nessuno.

            Accogliendo la parte razionale delle gesta di Don Chisciotte gli israeliani hanno deciso di prendersela con gli ulivi dei palestinesi. Sono anni che la guerra contro gli ulivi va avanti, in breve: 120.000 alberi abbattuti in 4 anni durante la prima Intifada (1987) per ragioni di sicurezza; 600.000 ulivi abbattuti per costruire il muro dal 2001 in poi; centinaia di uliveti abbandonati poichè ritrovatisi al di là della barriera di separazione, dunque in territorio israeliano, o per far posto alle colonie (aumentate del 173 % negli ultimi 20 anni) o perchè confinanti con esse. Quelli che resistono subiscono poi i periodici attacchi dei coloni, tanto che la raccolta delle olive avviene oramai sotto la supervisione dell’esercito o delle forze di interposizione internazionali.

            Dico questo perchè dal 20 ottobre si è aperto il periodo di raccolta delle olive il quale è prossimo a concludersi, e come ogni anno in questo mese si è avuto il picco di tensioni fra coloni e contadini. Dall’inizio del 2011 sono stati abbattuti 7.500 ulivi, 2.500 solo a settembre, fra questi quelli dei bambini del “Progetto ulivi” ad Al Walaje, vicino Betlemme.

Negli ultimi tempi io e la mia collega ci portavamo anche i bambini con cui noi lavoriamo, disabili fisici e mentali nonchè orfani. Il progetto era ben fatto e dava i suoi frutti: impegnare bambini di diversa estrazione religiosa e sociale nella coltivazione di ulivi, ognuno il proprio, per ovviare a problemi comportamentali, ma anche a fenomeni quali deficit educativo, delegittimazione familiare e culturale, conseguenza dell’occupazione militare dei Territori. Martedì 12 ottobre tuttavia la responsabile del progetto ci ha fatto sapere che la notte prima bulldozer israeliani erano entrati nel campo, distruggendo gli ulivi e la capanna degli attrezzi con una costosa pompa idraulica all’interno, le attività andavano sospese per ragioni di sicurezza.

            Una possible spiegazione di tale azione può essere trovata nel fatto che il progetto oltre a valore culturale e pedagogico, aveva valore simbolico. Il campo sul quale i piccoli lavoravano era vicino alla colonia illegale di Har Gilo, già bollato come inutilizzabile dall’esercito israeliano. Riprendere a lavorarci voleva dire “resistere”, per giunta poi c’erano di mezzo gli ulivi. È risaputo che l’attaccamento del popolo palestinese a quest’albero è strettissimo e antichissimo, divenuto per questo il simbolo dell’attacamento degli arabi alla propria terra. Gli ulivi sono per i palestinesi quello che il Premio Nobel Elias Canetti avrebbe definito un simbolo di massa, ossia unità collettive non costituite da uomini, ma nelle quali le masse di uomini si riconoscono in base a caratteristiche avvertite come comuni. Simboli di massa sono ad esempio il grano, la foresta, la sabbia, e anche gli uliveti.

È per questo che i palestinesi raccolgono le olive con le mani, ramo per ramo, perchè le verghe potrebbero spezzare i rami più deboli e ti parlano dell’abbattimento di un ulivo come dell’arresto di un figlio: il danno, riguardo agli ulivi, oltre che materiale è simbolico. Con gli ulivi i palestinesi condividono l’estetica del conflitto, un ulivo sembra sempre un sopravissuto, con il tronco scavato e la chioma sgraziata, sembra sempre averne passate tante, proprio come i palestinesi. Del resto deve crescere e sopravvivere in assenza di acqua, lo stesso che i palestinesi. L’ulivo non è un albero divertente, non puoi costruirci casette sopra, non puoi appenderci altalene, ma poi ti da l’olio che è l’essenziale, la gente qui è gente essenziale. E poi sono incostanti, un po’ inaffidabili, come gli ulivi, alcuni anni pieni di frutto ed altri avari, ma quello che possono te lo offrono sempre. Per annientare l’identità palestinese o per sostenere che non ce ne sia mai stata una bisogna che non vi siano più ulivi, perchè quelli la custodiscono, per questo gli israeliani si dedicano a ciò con tanta perizia; ma anche, penso io, per far piazza pulita dei ramoscelli, per non rischiare che qualcuno di essi poi veramente porti la pace.

            Oggi so che il “Progetto ulivi” andrà avanti, che ci si sta procurando nuovi alberelli e questo perchè visto che gli israeliani hanno accolto l’aspetto razionale del gesto di Don Chisciotte, ai palestinesi non è rimasto che accogliere quello folle: il rimanere attaccati ad una causa anche se questa non sembra avere speranze di vittoria. Ora ci son dei bambini che per resistere ad Israele piantano ulivi e quelli che con i bulldozer glieli distruggono; i bambini lavorano e gli adulti giocano alla guerra, ed io non so più dire cosa è folle e cosa razionale. So che quando la razionalità non lascia speranze, la follia diventa ragionevole ed è allora che non ride più nessuno, come non rideva Don Chisciotte che nella sua sfumata e problematica schizzofrenia, sapeva di aver vinto tutte le sue guerre.

di Andrea Colasuonno

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