Donne palestinesi riprendono l’occupazione con videocamere

sabato 8 marzo 2014

 


Negli ultimi anni  le donne palestinesi provenienti da tutti i ceti sociali hanno preso parte ad un progetto video per documentare le violazioni dei diritti umani sotto l’occupazione.
 In onore della Giornata internazionale della donna, una di loro racconta la sua storia.

Sintesi personale

Manal Ja’bri
Il mio nome è Manal Ja’bri, ho 38 anni di età e ho sette figli, di età compresa tra i  9 e i 18 anni, e io sono l’unica a lavorare nella mia famiglia. Sono cresciuta in una casa vicino l’insediamento  di Kiryat Arba. I coloni hanno bruciato la  casa della mia famiglia .  Uno dei problemi nella società palestinese è che le persone non distinguono tra israeliani, ebrei e coloni – sono tutti coloni per noi. Anch’io la pensavo nello stesso modo, ma nel corso degli anni ho imparato a capire la differenza.
Tre anni fa ho letto che  B’Tselem, un’organizzazione israeliana finalizzata a documentare le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, cercava ricercatori   in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, dove le tensioni sono alte e gli scontri sono all’ordine del giorno, per utilizzare telecamere   e documentare le  violazioni israeliane.  Il filmato evidenzia all’opinione pubblica israeliana e internazionale la realtà della vita sotto l’occupazione.
Quando ho iniziato a lavorare per B’Tselem sono stato spesso criticata dai palestinesi   in quanto lavoravo per un’organizzazione israeliana. Col tempo, però, i palestinesi hanno imparato a fidarsi di B’Tselem, perché sanno che le nostre telecamere sono là fuori per salvaguardare i loro diritti umani. Oggi, io sono responsabile del progetto video di B’Tselem e mi sento più fiera, più forte e più sicura di me 

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‘Atta Najar, Salam Najar e Mi’ad Najar controllano  le telecamere e confrontano i filmati. (Foto: B’Tselem)

I miei figli   sono stati criticati a scuola dai loro amici perché “la madre lavora con gli ebrei.” Lmia  famiglia non approvava il mio lavoro, sostenendo che “è un lavoro da uomo”. Eppure, col passare del tempo, tutti si sono resi conto che lavoravo per il loro bene e la mia famiglia ha visto come sono stata in grado di sostenere i miei figli.
Il mio telefono squilla non-stop: le vittime chiamano per segnalare abusi,  volontari chiamano per segnalare gli incidenti che hanno filmate, giornalisti e attivisti per i diritti umani provenienti da altre organizzazioni chiamano per chiedere informazioni su eventi specifici,  giovani uomini e donne chiamano e chiedono di entrare nel progetto video.  Con una macchina fotografica in una mano e le carte degli altri, inizio la mia corsa  quotidiana da checkpoint a checkpoint. Il lavoro ha orari insoliti, tanto che spesso torno a casa a tarda notte o deve uscire  per documentare gli abusi  a  tarda notte.
Molte volte i soldati e i  coloni imprecano contro di me, a volte io sono attaccata e arrestata. L’umiliazione di essere arrestata e il  trattamento che subiamo  da parte dei soldati è spesso molto difficile da affrontare.
Oggi, oltre al sostegno della mia famiglia, ho anche il sostegno dei miei colleghi. Questo mi ha reso quello che sono ora: un modello agli occhi delle donne volontarie  del progetto video. Sono molto orgogliosa di queste donne  che sono diventate molto più forte e sicure di sé.
Abbiamo introdotto una nuova cultura nella nostra società conservatrice, una cultura in cui le donne stanno coraggiosamente  affrontando con le loro macchine fotografiche soldati e posti di blocco. I soldati   si stanno abituando a questa vista, la presenza della fotocamera  li calma, impedendo in tal modo la violenza potenziale.   Penso che il mio lavoro   sia un modo per combattere l’occupazione, documentando e filmando   quanto accade .
In questa giornata internazionale della donna, vorrei una vita migliore per le donne palestinesi, molte delle quali sono state uccise in episodi di violenza domestica .
Vorrei che  fossimo in grado di camminare liberamente senza bisogno di una macchina fotografica per difenderci o per documentare le umiliazioni dell’occupazione.
Vorrei iniziare a utilizzare le telecamere per mostrare la bellezza della nostra natura e città.
Vorrei una vita dignitosa  per tutte le donne di tutto il mondo e per le loro famiglie   e per i loro  bambini.

Women behind the lens: Palestinians filming the occupation | +972 Magazine

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Donne palestinesi riprendono l’occupazione con vi…

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ARTICOLO ORIGINALE

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Women behind the lens: Palestinians filming the occupation

For the past several years, Palestinian women from all walks of life have been taking part in a video project to document human rights violations under occupation. In honor of International Women’s Day, one of them tells her story. 

By Manal Ja’bri

My name is Manal Ja’bri, I am 38-years-old and I have seven children, between the ages of 9 and 18, and I am the sole breadwinner in my family. I grew up in a house near the West Bank settlement of Kiryat Arba. Settlers burned my family’s home and used to beat us on our way to school. One of the problems in Palestinian society is that people don’t differentiate between Israelis, Jews and settlers – they are all settlers to us. I used to think the same way, but over the years I learned to tell the difference.

Three years ago, I read a wanted ad in the newspaper for field researchers for B’Tselem, an Israeli organization dedicated to documenting human rights violations in the occupied territories. B’Tselem trains Palestinians in specific locations in the West Bank and East Jerusalem, where tensions are high and clashes are commonplace, to use video cameras to capture those violations. The footage exposes the Israeli and the international public to the reality of life under occupation.

When I first started working for B’Tselem, I was frequently criticized by Palestinians for working for an Israeli organization. Over time, however, Palestinians have learned to trust B’Tselem, because they know that our cameras are out there to safeguard their human rights. Today, I am in charge of B’Tselem’s video project, and I feel prouder, stronger and more self-confident.

'Atta Najar, Salam Najar and Mi’ad Najar check out the cameras and compare footage in Hebron. (photo: B'Tselem)

‘Atta Najar, Salam Najar and Mi’ad Najar check out the cameras and compare footage. (photo: B’Tselem)

My children used to get criticized at school by their friends because “their mother works with the Jews.” Meanwhile my family did not approve of my work, claiming that “it is a man’s job.” Yet, as time went by, everyone saw that what I did worked for their benefit, and my family saw how I was able to support my children.

My phone rings non-stop: victims call in to report abuses; volunteers call to report incidents they’ve filmed; journalists and human rights activists from other organizations call to ask about specific events; and young men and women call and ask about joining the video project. All this makes for a long list of responsibilities and even longer work days. With a camera in one hand and papers in the other, I start my day racing from checkpoint to checkpoint, all the while stopping on the way to chat with passersby about the situation. The job has unusual hours, such that I often get back home late at night, or must leave at a moment’s notice to document late-night abuses.

Many times the soldiers and settlers curse at me; sometimes I am even attacked and arrested. The humiliation of being arrested and our treatment by the soldiers is often very difficult to deal with.

Watch Manal Ja’bri speak about her experiences filming the occupation:

Today, in addition to my family’s support, I also have the support of my colleagues.  This has made me what I am now: a role model in the eyes of the women volunteers of the video project. I am very proud of these women, and can see how volunteering in the project made them much stronger and more self-assured.

We have introduced a new culture into our conservative society, a culture where women stand bravely, gripping their cameras tightly as they face soldiers and checkpoints. Soldiers have grown accustomed to this sight, and the presence of the camera often makes them calmer, thereby preventing potential violence. Along with the video volunteers, I feel that my job is but one way of fighting the occupation. By documenting and filming, I am shooting back.

On this International Women’s day, I wish for a better life for Palestinian women, too many of whom have been killed in domestic violence incidents as of late.

I wish for us to be able to walk freely without needing a camera to defend ourselves or to document the indignities of the occupation.

I wish to start using cameras to show the beauty of our nature and cities.

I wish for a dignified and just life for all the women around the world, for them and for their families and children.

Read more:
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