Dopo due decenni, la corte suprema israeliana deciderà il destino dei borghi palestinesi di Masafer Yatta

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Articolo pubblicato originariamente su Haaretz e tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto

Durante il mandato di cinque primi ministri, la Corte Suprema israeliana non è riuscita a pronunciarsi su un agglomerato di villaggi palestinesi nelle aride colline a Sud di Hebron per far posto ai campi di addestramento dell’esercito israeliano.

Di Amira Hass

L’Alta Corte di Giustizia terrà un’altra udienza martedì per le due istanze contro lo sfratto permanente dei residenti di Masafer Yatta dalle loro case, parte di un’offerta dello Stato per dichiarare parte della Cisgiordania sudorientale una “Zona di Fuoco” per le normali esercitazioni militari israeliane.

Dopo aver rinviato una decisione sulle istanze per due decenni, l’Alta Corte dovrebbe emettere presto la sua sentenza definitiva. Dare seguito alle richieste dello Stato per un’evacuazione totale significherebbe la fine di otto villaggi palestinesi a Masafer Yatta, noti anche come le colline di Hebron Sud, e la cancellazione del loro particolare stile di vita, sviluppato nel corso di molte generazioni.

Lo Stato afferma che i residenti palestinesi sono trasgressori che risiedevano nell’area solo stagionalmente con i loro greggi prima che l’area fosse ufficialmente designata come Zona di Fuoco 918 all’inizio degli anni ’80.

Al di là dell’opinione legale che lo sfollamento forzato di una popolazione protetta che vive sotto occupazione violi il diritto internazionale, i ricorrenti sostengono che le loro famiglie hanno vissuto in questi villaggi rupestri nell’area da prima ancora che fosse fondato lo Stato di Israele. Presuppongono inoltre che Masafer Yatta costituisca un tessuto unico di comunità, con legami di famiglia e mezzi di sussistenza in simbiosi tra di loro e con la città principale della regione, Yatta.

UN PRETESTO PERFETTO

Gli abitanti dei villaggi si guadagnano da vivere grazie alla pastorizia e all’agricoltura non irrigata, mentre Yatta fornisce loro servizi educativi, medici e commerciali, nonché un posto dove vivere durante il caldo intenso dei mesi estivi.

Sebbene Israele affermi che la loro “vera” casa è Yatta nel tentativo di annullare la loro pretesa sulla propria terra, nessuno di Masafer Yatta nega il suo stretto, persino simbiotico legame con la città, perché questo è esattamente il modo in cui molte comunità palestinesi si sono sviluppate per centinaia di anni.

Man mano che le popolazioni di persone e bestiame si moltiplicavano, i residenti si spingevano più lontano per trovare nuove fonti d’acqua e altre terre per pascolare e coltivare. Le grotte servivano come loro dimora primaria in queste nuove estensioni. Con il tempo, più persone si trasferirono nelle terre di confine e con loro si costruirono nuove case e ovili, nonché edifici pubblici e strade di collegamento.

Dopo la guerra del 1967, Israele ha agito per fermare questo naturale e ben noto processo di sviluppo in tutta la Cisgiordania occupata e la designazione di una Zona di Fuoco è stato uno dei suoi mezzi per raggiungere questo obiettivo.

Nel luglio 2020, alla Corte è stato presentato un documento portato alla luce dall’Istituto per la Ricerca sui Conflitti Israelo-Palestinesi Akevot, che rivelava lo scopo esplicito dietro l’istituzione della Zona di Fuoco. In una riunione congiunta del Comitato per gli Affari dei Coloni il 12 luglio 1981, alla presenza del governo israeliano e dei rappresentanti dell’Organizzazione Sionista Mondiale, il Presidente del Comitato e l’allora Ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon disse al rappresentante dell’esercito che “ulteriori aree di addestramento devono essere chiuse al confine, tra il fondo delle colline di Hebron e il deserto della Giudea”, in altre parole, Masafer Yatta, al fine di fermare “la proliferazione degli abitanti dei villaggi arabi sul fianco della montagna verso il deserto”.

Poco dopo la sua proclamazione, nacque la Zona di Fuoco 918.

I residenti, tuttavia, rimasero sul posto con pochi problemi fino al 16 novembre 1999, quando l’esercito e l’Amministrazione Civile espulsero con la forza dalle loro case più di 700 persone. Questa era l’era dei negoziati di pace israelo-palestinesi, basati sugli accordi di Oslo; Il laburista Ehud Barak fu Primo Ministro e Ministro della Difesa. A capo degli organismi che hanno effettuato lo sgombero di massa c’erano Shaul Mofaz, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, Yaakov Or, a Capo del Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT), e Dov Zedaka, Capo dell’Amministrazione Civile.

Cinque Primi Ministri, nove Ministri della Difesa, sette Capi di Stato Maggiore dell’esercito e otto Coordinatori delle attività del governo nei territori si sono succeduti da quando sono state presentate le prime istanze all’inizio del 2000 contro gli sgomberi.

In un’ordinanza provvisoria, i giudici ordinarono al governo di consentire il ritorno dei residenti espulsi fino a quando non fosse stata emessa una sentenza. Ma l’ordinanza provvisoria non menzionava gli edifici adibiti ad abitazione, le grotte, le cisterne d’acqua e gli ovili già demoliti dall’esercito, né ne ordinava la ricostruzione. Ciò ha consentito all’Amministrazione Civile di considerare tutto ciò che è stato costruito successivamente a Masafer Yatta come costruzione illegale. Da allora i borghi subiscono regolari demolizioni, nonché la confisca di veicoli e strutture mobili. L’Amministrazione Civile impedisce inoltre ai villaggi l’allaccio all’acqua e alla rete elettrica.

Per anni la Procura di Stato e l’esercito hanno chiesto di rinviare le loro risposte alle istanze. La risposta dello Stato è finalmente arrivata nell’aprile 2012, in cui si affermava che l’esercito aveva apportato alcune modifiche al piano originale della Zona di Fuoco e chiedeva invece la demolizione e l’evacuazione di otto dei dodici villaggi. La risposta affermava che Barak, che era allora Ministro della Difesa, sosteneva la posizione dell’esercito. Di conseguenza, l’Alta Corte di Giustizia ha disposto l’annullamento delle istanze. Le due nuove istanze depositate nel 2013 sono quelle che verranno discusse martedì.

DODICI GIUDICI, DUE MEDIAZIONI FALLITE

Nel tentativo di risolvere la controversia, i giudici hanno proposto due processi di mediazione. Il primo mediatore, nel 2004, era nientemeno che Dov Zedaka, l’ex Capo dell’Amministrazione Civile. Il secondo mediatore, nel 2013, era l’ex Procuratore Generale e giudice della Corte Suprema in pensione Yitzhak Zamir. La prima proposta avrebbe visto i residenti trasferirsi in un’area diversa, mentre la seconda prevedeva che lasciassero le loro case e pascolassero le loro greggi in coordinamento con il calendario delle esercitazioni dell’esercito. Masafer Yatta si oppose a entrambe le proposte.

Dodici giudici della Corte Suprema, in vari collegi, hanno ascoltato le istanze dal 2000. I primi sono stati l’ex Presidente della Corte Suprema Aharon Barak e i giudici Dalia Dorner e Ayala Procaccia, che hanno ordinato il ritorno delle persone sfrattate. Isaac Amit, Esther Hayut e Uzi Vogelman hanno deciso nel 2012 di annullare le istanze originali.

Nell’agosto 2020, i giudici Amit, Menachem Mazuz e Hanan Melcer, gli ultimi due prossimi al pensionamento, hanno discusso le nuove istanze. Il collegio dei tre giudici ha chiarito che preferiva che le parti raggiungessero un compromesso. Con gli abitanti dei villaggi che si rifiutano di lasciare le loro case e il governo che insisteva sul fatto che non c’è alternativa a questa Zona di Fuoco, l’ipotesi degli avvocati era che i giudici fossero vicini all’emettere di una sentenza.

Sette avvocati della Procura di Stato rappresentavano la posizione ufficiale che i palestinesi che vivono nella regione sono trasgressori e devono essere trasferiti per attivare completamente la Zona di Fuoco: Mike Blass, Orit Koren, Eran Ettinger, Hila Gorni, Ilil Amir Kasif, Aner Helman e Itzchak Bart. A differenza, gli avvocati dei residenti di Masafer Yatta sono rimasti gli stessi: Dan Yakir dell’Associazione Israeliana per i Diritti Civili (ACRI) e Shlomo Lecker.

Un altro avvocato, Netta Amar-Shiff, che lavorava per l’ACRI quando è stata presentata la prima istanza, ha rappresentato negli ultimi anni il Consiglio di Masafer Yatta, che comprende 14 villaggi, inclusi gli otto destinati alla demolizione. Nel febbraio 2021, Amar-Shiff ha presentato una richiesta per includere il Consiglio locale come amicus curiae: “amico della Corte”. Ha aggiunto il parere di diversi esperti, tra cui un archeologo e uno storico, oltre a testimonianze e dichiarazioni giurate che descrivono la profondità dell’attaccamento degli abitanti del villaggio alla regione e alle loro terre e attestando la loro continua presenza nel tempo.

All’udienza di martedì, i giudici David Mintz, Ofer Grosskopf e Isaac Amit dovrebbero decidere se accogliere la richiesta del Consiglio, guidato da Nidal Younis del villaggio di Jinba, di aderire come amicus curiae. Il governo si oppone alla richiesta, anche se ritiene che i documenti supportino effettivamente la posizione secondo cui la presenza palestinese nell’area della Zona di Fuoco prima degli anni ’80 era solo stagionale. Poiché due dei giudici del presente collegio, Grosskopf e Mintz, non hanno mai ascoltato prima la causa, l’Alta Corte ha accolto la richiesta dell’ACRI che l’udienza affronti nuovamente anche la sostanza delle istanze, e non solo la richiesta amicus curiae.

Il Professor Rassem Khamaisi, urbanista e geografo urbano presso l’Istituto di Tecnologia Israeliano Technion di Haifa, ha preparato un piano generale per i villaggi. Nel suo parere, incluso nella richiesta di adesione come amicus curiae, scriveva: “Nonostante la dichiarazione di Zona di Fuoco militare interdetta 918, giuridicamente e di fatto nell’area continuano ad esistere villaggi e comunità senza alcuna collocazione alternativa appropriata per le loro particolari esigenze e stili di vita. Gli abitanti dei villaggi sono nati e cresciuti in essi, hanno costruito case, lavorato le loro terre, trovato il loro sostentamento, dato in matrimonio i loro figli e lasciato loro in eredità il proprio patrimonio culturale”.

Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i territori occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità di corrispondente per i territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolte dei suoi articoli.

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