“Dopo ogni attacco, speravamo che la vita sarebbe migliorata”

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/43411

22/07/2021

A due mesi dall’ultima offensiva militare israeliana su Gaza, Haitham Saqqa, assistente del Programma di Medical Aid for Palestinians (Assistenza Medica per i Palestinesi – MAP) a Gaza, riflette sulla vita sotto occupazione, assedio e frequenti attacchi.

Fonte: english version

Di Haitham Saqqa – 13 luglio 2021

Sono nato e cresciuto a Khan Younis, nel sud di Gaza. Ho avuto la possibilità di viaggiare solo una volta al di fuori di Gaza, quando mi sono recato in Svizzera per parlare al Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nel dicembre 2017, tre anni dopo l’offensiva israeliana del 2014 a Gaza. Ho presentato un rapporto a nome del MAP, sulle violazioni israeliane del diritto palestinese all’assistenza sanitaria, alla libertà di movimento e dei diritti delle persone con disabilità.

Ho vissuto tutta la mia vita a Gaza sotto occupazione. Ho un forte ricordo di alcune esperienze che sono diventate riferimenti importanti nella mia vita. Uno che non dimenticherò mai è l’assalto israeliano di 22 giorni nel dicembre 2008.

Non posso dimenticare il primo momento di questo attacco: il 27 dicembre, verso le 11.30, pochi giorni dopo Natale. Ero alla caffetteria della mia Università, stavo facendo colazione con i miei compagni di classe, quando enormi esplosioni ci hanno circondato. Fuoco e bagliori hanno illuminato il cielo e sono stati seguiti da persone che urlavano e fumo che riempiva l’Università.

Le notizie hanno iniziato a riportare esplosioni in tutta Gaza. Oltre 1.400 persone sono state uccise e altre migliaia sono rimaste ferite. I miei compagni di classe e io ci siamo separati; ognuno stava cercando di raggiungere la propria casa sano e salvo. Non ricordo se ci siamo salutati. Inoltre non sapevo se sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto i miei compagni di classe. Ognuno di noi ha preso strade diverse.

Quella notte, il padre del mio amico Mohammed mi ha chiamato per informarmi che Mohammed e suo fratello Deia erano stati uccisi in un attacco.

Penso che l’attacco del 2008 abbia cambiato la mia vita per sempre. Non solo per la grandissima distruzione che ha causato e la perdita che ho vissuto, ma anche perché è stata la mia prima esperienza di lavoro con MAP, raccogliendo dati sui danni alle infrastrutture sanitarie nella mia città durante e dopo l’attacco.

Sono passati quattro anni e Gaza ha subito un altro attacco nel 2012. Poi, dopo altri due anni, Israele ha lanciato “l’Operazione Protective Edge” di 51 giorni che ha ucciso oltre 2.251 palestinesi.

Non avevo la cognizione del tempo durante l’aggressione del 2014. Era il Ramadan e stavo digiunando. Anche Eid al-Fitr ha avuto luogo durante gli attacchi in corso, quindi non abbiamo potuto festeggiare. Abbiamo ospitato nella nostra casa più di 50 persone sfuggite agli attacchi aerei e ai bombardamenti di terra dai villaggi a Est di Khan Younis.

È stato così difficile per me ascoltare i nomi delle persone che sono state uccise, ferite, sfollate o le cui case sono state distrutte. Ho perso il mio amico Saleem con cui giocavo a calcio ogni fine settimana. Lui e i suoi fratelli hanno aperto un piccolo caffè sulla spiaggia a Khan Younis per guadagnarsi da vivere durante l’estate. Hanno chiamato la caffetteria “Fun Time Cafeteria” (Caffetteria Momenti di Svago).

I tre fratelli decisero che non potevano lasciare il loro caffè durante il bombardamento: era tutto ciò che possedevano. Un attacco israeliano di F-16 ha colpito la caffetteria ed i tre fratelli sono stati uccisi. Sono rimasti sepolti sotto la sabbia della spiaggia per alcuni giorni, prima che la Protezione Civile Palestinese riuscisse a recuperare i loro corpi.

Dopo ognuno di questi attacchi, speravamo e pensavamo che la vita sarebbe migliorata. Ogni volta che gli assalti finivano, pensavamo che sarebbero stati gli ultimi. Ma la situazione continua a peggiorare e l’assedio di 14 anni di Gaza continua a soffocarci.

Ecco perché nel marzo 2018, un gruppo di giovani a Gaza ha iniziato la “Grande Marcia del Ritorno”, che mirava a porre fine alla chiusura illegale e al blocco di Gaza. I giovani si riunivano ogni giorno e notte presso la recinzione perimetrale vicino al confine tra Gaza e Israele per protestare pacificamente. I palestinesi suonavano, ballavano, cucinavano e raccontavano storie. Le famiglie si sono unite agli eventi e l’area vicino alla recinzione è diventata un’area di ritrovo per gli abitanti di Gaza.  Alcuni professori universitari hanno persino tenuto lezioni per i loro studenti lì.

Ma le manifestazioni pacifiche sono state accolte con l’uso devastante e spesso letale della forza da parte di Israele. Secondo il Ministero della Sanità Palestinese, sono stati uccisi più di 214 palestinesi, tra cui 46 bambini e almeno tre operatori sanitari. Uno di loro era Razan Al-Najjar, 20 anni, che si era offerta volontaria come medico durante durante la Grande Marcia del Ritorno.

Più di 36.100 palestinesi sono rimasti feriti durante le manifestazioni, di cui quasi 8.800 bambini. Uno su cinque dei feriti, oltre 8.000, è stato colpito da munizioni letali e oltre l’88% di quelle ferite erano lesioni agli arti. Più di 150 di queste lesioni agli arti hanno provocato amputazioni e invalidità permanente. Oltre 1.200 persone con ferite particolarmente devastanti hanno richiesto un trattamento di ricostruzione dell’arto doloroso e complesso del tipo sostenuto dal MAP a Gaza.

È molto importante per me iniziare con questa introduzione prima di iniziare a parlare dell’ultima offensiva militare israeliana nel maggio 2021. È importante perché fa parte della mia crescita a Gaza; fa parte del mio passato, presente e futuro. Tutte queste esperienze hanno condizionato la mia vita e la mia infanzia. Ogni volta che sperimentiamo la guerra, sperimentiamo la perdita. Soffriamo, cresciamo, ci rafforziamo, risorgiamo, e iniziamo nuove esperienze.

Questo è la prima parte di un blog in due parti di Haitham Saqqa, assistente al programma del MAP a Gaza.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

 

“Dopo ogni attacco, speravamo che la vita sarebbe migliorata”

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