Dov’è finito l’oro blu di Gheddafi?

Mercoledì, 25 Luglio 2012

 La sezione di una conduttura – Foto: peakwater.org

Avevamo già scritto sull’enorme quantità d’acqua presente nel sottosuolo africano, soprattutto nella zona del deserto del Sahara: il più grande “giacimento” di oro blu, strategicamente fondamentale più delle risorse petrolifere, è ilNubian Sandstone Aquifer System, che racchiude in sé miliardi e miliardi di litri di acqua dolce. La superficie globale del sistema di acque “fossili” nubiano è di 2,2 milioni di km2 e si estende tra la Libia (760,000km²), l’Egitto (826,000km²), il Ciad (235,000km²) e il Sudan (376,000km²), paesi che però non hanno mai raggiunto nessun accordo sulla gestione del bacino. Dal punto di vista ambientale, oltre che politico, le conseguenze di un cattivo utilizzo potrebbero essere catastrofichecon l’estinguersi del bacino nel giro di 50 anni. Per questo l’ONU ha creato The Nubian Aquifer Project, significativamente coordinato dalla AIEA (l’agenzia per l’energia atomica), che dovrebbe tutelare il complesso e delicato sistema idrico.

Lo sfruttamento di tale ricchezza riguarda la vita stessa dei popoli che si affacciano su questo mare sotterraneo. I possibili fruitori di questo deposito si trovano però sulla riva del Mediterraneo, a grande distanza dalla riserva d’acqua che dunque deve essere collegata alla costa con imponenti opere idrauliche. Ripercorrere la storia dei tentativi di utilizzo di questo giacimento significa soffermarsi sulle tappe decisive delle vicende africane degli ultimi 50 anni.

Protagonista indiscusso di questa storia è sicuramente il colonnello Gheddafi, a cui non mancava di certo la capacità visionaria concretizzata in gesti eclatanti e stravaganti – nonché feroci e violenti – ma anche in progetti all’avanguardia che volevano fare della Libia della “rivoluzione verde” il modello, alternativo a quello occidentale, per i paesi in via di sviluppo. Con questo spirito, all’inizio degli anni ‘80, nacque il progetto del Great Made Man River, il Grande Fiume artificiale, che doveva collegare attraverso 4 mila km di condutture l’acqua del bacino nubiano a Tripoli e alla zona costiera. La costruzione si snodava in 5 fasi che si sono quasi concluse nel 2005.

Le cifre sono impressionanti anche se variano enormemente secondo le fonti e le ricerche: secondo stime indipendenti l’opera consta di circa tre mila pozzi che pompano l’acqua da 450 -650 metri di profondità; il costo complessivo è stimato a 25 miliardi di dollari; il costo per un metro cubo d’acqua è di 0,35 dollari contro i 3 dollari che servono per desalinizzare un metro cubo d’acqua di mare. Altri numeri parlano di una portata massima di 6,5 milioni di metri cubi al giorno per 5000 km di acquedotto. In questi casi però è difficilissimo trovare le cifre esatte: per esempioFamiglia Cristiana parlava di “Una riserva stimata in un flusso ininterrotto per duecento anni con una portata simile a quella del Nilo: 35.000 chilometri cubi di acqua in totale. Per avere un termine di confronto: l’Italia ogni anno può disporre di 47 chilometri cubi, più o meno il volume del lago di Garda. Ma il bacino fossile della Libia è destinato a finire perché non ci sono più le piogge che alimentano le falde. L’acqua sotterranea è pompata da una profondità di 270 metri in un serbatoio che alimenta la rete. Il costo di un metro cubo di acqua è uguale a 35 centesimi di dollaro. Il costo di un metro cubo di acqua desalinizzata è di 3.75 dollari. Oggi sembra conveniente sfruttare lo scrigno idrico nascosto sotto la sabbia. Ma le generazioni future corrono il rischio di rimanere a secco”.

Così descriveva l’opera l’agenzia ANSA: “Da centinaia di pozzi a mille metri di profondità presso l’oasi di Tazerbo e dalla zona di Sarir, un vero oceano di acqua fresca viene convogliato così verso la costa. Lo schema dell’impianto ricorda la ‘p’ greca: due lunghe ‘gambe’ che si dirigono rispettivamente verso est dai campi dei pozzi idrici di Kufra e Tazerbo fino a Bengasi, e verso ovest dai pozzi di Sarir, Wadi Aril e Fezzan fino a Tripoli. Il tratto superiore segue la costa da Tripoli, scende a Sirte e prosegue fino a Tobruk… “

Quest’opera tornò alla ribalta durante la guerra dello scorso anno quando sembra che l’acquedotto sia stato bombardato dalla NATO, il 22 luglio 2011, in un tipico presunto “effetto collaterale” che ogni operazione militare determina. Il condizionale è tuttavia d’obbligo in quanto solamente i siti dell’informazione indipendente, spesso pregiudizialmente ostili a qualsiasi azione occidentale, hanno rilanciato la notizia che poi, nel giro di pochissime settimane, è stata “oscurata” dalla Rete. È abbastanza strano infatti constatare che le ultime notizie sull’argomento, presenti in internet sia in italiano sia in inglese, datano tutte 2011. Pure il sito ufficiale dell’acquedotto è irraggiungibile.Possibile che nessuno si occupi più della vicenda? Nel mare magnum della Rete si trovano però rotte interessanti da seguire con circospezione ma non da scartare a priori. Una di queste piste si trova sul sito di Germana Tappero Merlo, un’analista di politica internazionale, che nell’aprile scorso ha scritto un lungo articolo sul tema, nel quale si può leggere: “L’attacco Nato a quella struttura sarebbe servito per spianare la strada a Gaz de France-Suez e Veolia, leader francesi nella gestione delle acque, così come alla multinazionale Kellogg Brown & Root per la ricostruzione dell’intera rete di pipeline, perché parallelamente all’acquedotto, viaggiano anche un gasdotto e un oleodotto.

Il GMMR è, quindi, una grande infrastruttura, costata 25 miliardi di dollari (1/10 del costo di un impianto di desalinizzazione con la stessa portata), costruita con manodopera per lo più straniera, e finanziata totalmente con investimenti libici, senza interventi esterni né del Fondo Monetario né della Banca mondiale, ma nemmeno della Cina. Un fatto, quindi, alquanto eccezionale in Africa.

È, infatti, un’opera che riflette il desiderio di acquisire conoscenza tecnologica e di svilupparsi, così come il desiderio di autonomia della Libia di Gheddafi, ossia di resistenza a qualsiasi intervento finanziario esterno in grado di influenzare scelte strategiche per la nazione”.

Come con il petrolio anche con l’acqua della Libia la politica internazionale gioca una partita i cui contorni sono oscuri ma ugualmente decisivi per il futuro. La scarsità di notizie non fa che confermare questo assunto.

Piergiorgio Cattani

http://www.unimondo.org/Notizie/Dov-e-finito-l-oro-blu-di-Gheddafi-136236

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