Dov’è la primavera palestinese?

Tuesday, 07 February 2012 08:44 Elena Viola (Alternative Information Center)

 Una donna palestinese a Beit Sahour lancia pietre contro i soldati israeliani. È il 1988, la Prima Intifada (Foto: Body on the line Blog/Les Palestiniens)

La rivoluzione egiziana ha da poco celebrato il suo primo anno di nascita. C’è da aspettarsi una simile Primavera Araba in Palestina?

Il vento rivoluzionario è soffiato su molti Paesi del Nord Africa, del Medio Oriente e del Golfo Persico, a partire dal dicembre 2010. Le prime proteste sono scoppiate in Tunisia ma i tumulti hanno presto coinvolto anche Egitto, Libia, Yemen, Bahrein e Siria. Tali rivolte sono state interpretate come il tentativo popolare di rovesciare regimi oppressivi e autoritari e di instaurare un governo rappresentativo.

Se la politica regionale è in fermento, la Palestina appare però piuttosto quieta. Oggi, domandiamo a Nassar Ibrahim – scrittore, attivista palestinese e co-direttore dell’Alternative Information Centre – perché non si sia ancora manifestata una Primavera Araba in Palestina.

“Stiamo vivendo la nostra ‘Primavera Araba’ da 30 anni ormai – risponde Ibrahim – Mentre l’intero mondo arabo era addormentato, i palestinesi hanno visto la Prima e Seconda Intifada, assieme ad altre diverse altre forme di resistenza”.

Ibrahim aggiunge che la situazione politica in Palestina è ben differente da quella tunisina o egiziana, dove il movimento popolare è riuscito a rovesciare il governo oppressivo e ad indire nuove elezioni. Lì, infatti, continua Ibrahim, “le forze popolari erano coscienti di avere il potere di cambiare la politica interna, quella esterna, e pure il sistema economico locale.”

In Palestina è poco probabile che si verifichi un simile scenario per almeno tre motivi.

“Prima di tutto noi palestinesi viviamo sotto l’occupazione israeliana e nulla potrà cambiare, finché gli altri Paesi arabi non ci affiancheranno nel combattere lo status quo. Questi Paesi devono capire che non si tratta di una questione esclusivamente israelo-palestinese ma di un vero e proprio conflitto che vede i Paesi arabi contrapposti ad Israele”.

“Secondo, se anche facessimo cadere l’Autorità Palestinese, cambierebbe qualcosa? Una nuova Autorità Palestinese sarebbe in grado di fermare l’occupazione israeliana o di migliorare la nostra pessima condizione economica? Non ho la benché minima intenzione di schierarmi a favore dell’attuale governo palestinese ma, quello che sto cercando di dire è che, per assistere ad un cambiamento reale, la prima cosa da ribaltare completamente è la strategia dell’Autorità Palestinese sul territorio”.

Ibrahim aggiunge, e questa è la terza motivazione, che molti palestinesi considerano ancora i partiti politici alla stregua di movimenti di resistenza. La gente ripone(va) grandi speranze in questi ‘movimenti’ ma, dal momento che negli anni non sono stati in grado di introdurre alcun cambiamento positivo, ha sviluppato un senso di sfiducia. Inoltre, c’è una diffusa paura dell’ignoto. Alcuni palestinesi preferiscono che le cose rimangano così come sono, perché non c’è certezza che un mutamento porti con sé un qualche miglioramento. I due primi punti citati – cioè l’occupazione israeliana e la strategia dell’Autorità Palestinese – sono correlati.

Ripensando agli eventi occorsi in Egitto e Tunisia, Ibrahim fa leva sul fatto che, sebbene furono i milioni di persone scese in strada a protestare e a rovesciare il regime, i partiti politici presero poi le redini del movimento. “Questo dimostra che non ci può essere alcuna strategia senza partiti politici che la mettano in atto e, perciò, i palestinesi non potranno avere successo, se agiscono da soli”, conclude Ibrahim.

Aggiunge poi: “Non credo troverai alcun palestinese che non voglia liberarsi dall’occupazione israeliana ma, allo stesso tempo, i palestinesi sono frustrati dall’uso che i politici fanno della loro resistenza. Il popolo sacrificherebbe la propria vita per combattere l’occupazione, se i partiti politici gli conferissero una strategia da seguire”.

Per fare un esempio, “se Mahmoud Abbas si ostina a dire che l’unico modo per fermare l’occupazione israeliana è ricominciare i negoziati di pace con la controparte, perché la gente dovrebbe decidere di soffrire sulla strada?!”.

“In Palestina non è realistico pensare a una sommossa che, appena nata, spazzi via l’occupazione e la corruzione interna al sistema politico. Qui la situazione è molto più complicata. Dobbiamo affrontare l’occupazione, diverse fratture interne e la pressione economica crescente”. Ibrahim aggiunge che, dopo due Intifade e più di 40 anni di occupazione, i palestinesi “sono alla ricerca di qualcosa di diverso. Mirano, infatti, all’equilibrio tra resistenza alle ingiustizie quotidiane e conseguimento di una vita ‘normale’”.

Il terreno non è ancora pronto per un terzo sollevamento popolare palestinese, afferma Ibrahim, ma “in ogni momento i palestinesi potrebbero stupirvi. Nessuno pensava che la prima o la seconda Intifada sarebbero iniziate ma poi, all’improvviso, scoppiarono e coinvolsero buona parte della popolazione palestinese”.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3406-dove-la-primavera-palestinese

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