E’ ancora il 1 marzo. Ancora è tempo di “al-la’unf”

Betlemme, 1 marzo 2012

Lo sconcerto per l’ennesimo sopruso consumatosi in queste ore, rimbalza dagli schermi delle TV ai volti sconvolti delle famiglie che ci ospitano nelle loro case: una incursione dell’esercito nella città di Ramallah ha devastato ieri due studi televisivi che diffondevano programmi per l’educazione dei giovani. Ma abuna Jamal allarga le braccia e fa sintesi di cent’anni di oppressione: “non ci meravigliamo più dell’impunità di Israele!”.

1 marzo 2012. La violenza e l’arroganza dell’occupante, non è però ancora riuscita ancora a devastare lo spirito degli abitanti di Betlemme, che oggi fanno memoria della prima lastra di cemento del muro di apartheid entrata in città. Ci accolgono nelle loro case compresse tra le colonie e il muro.
Violenza è il nome della distruzione dei singoli e dei popoli su tutta questa terra mentre la “al-la’unf” si diffonde in sempre più numerosi villaggi, permettendoci di leggere in questo anniversario del muro, dei segni di sicura speranza.
! marzo 2012. Ancora “Al-la’unf”, cioè nonviolenza. Filosofia di vita che si trasforma in strategia di resistenza quando l’oppressione e la discriminazione appaiono insostenibili e quando la logica delle armi e della violenza sembrano indicare un’unica via per il riscatto del proprio popolo. La lotta armata. Ma la scelta nonviolenta ha ormai irrorato i campi di tutta la Palestina, più tenace della brutalità dei mezzi che demoliscono quasi ogni giorno un villaggio beduino o una casa a Gerusalemme Est.

1 marzo 2012. Un Ponte per Betlemme. E’ come se percepissimo nelle comunità che ci scaldano il cuore in queste ore la forza di una preghiera straordinaria che oggi ci raggiunge da tantissime città italiane.
Qui a Betlemme, città della pace, come a Ramallah ed Hebron, dove la neve copre i blindati dell’esercito e sembra confermare che alla fine, verrà dall’alto il giudizio su questa ingiustizia. Sempre nuovi pellegrini di giustizia sono arrivati da Ragusa e da Verona, da Foligno e da Trento, alla ‘scoperta’ di una sofferenza che grida giustizia, non certo vendetta. I giovani delle tre parrocchie di Betlemme hanno preparato da mesi le celebrazioni per ricordare l’inizio, o meglio la continuazione esponenziale, di un apartheid devastante: la costruzione del Muro, a Betlemme, iniziata il primo marzo 2004.
E mentre scrutiamo nei volti di Gasbriele e Francesca, suor Dolores e Gianna, lo sgomento per una storia mai svelata così brutalmente, alziamo gli occhi su su fino alla fine del muro di cemento, e vediamo in loro montare la pena, ma anche l’indignazione e la rabbia.
Ma come fanno a non scoppiare, perchè non gridano, ci chiedono i nostri amici mentre facciamo la coda al checkpoint. Ancora. Anche a loro succede! Anche i nostri nuovi amici di Un ponte per Betlemme succede quello che avviene nel cuore e nella mente degli internazionali che giungono in questi luoghi di umiliazione per la prima volta. Perchè? E poi… ma come fanno a vivere una vita così senza reagire con la stessa violenza che viene loro inflitta?
Già… come fanno?
Sami Awad, direttore esecutivo dell’Holy Land Trust (HLT), un’organizzazione non profit di Betlemme che promuove la resistenza popolare nonviolenta tra la popolazione palestinese, ci ha raccontato a la sua determinazione a fare della resistenza nonviolenta palestinese l’unica resistenza possibile, perchè l’unica realmente efficace. E l’unica veramente umana.
Ma non è facile. Non è facile dire non tanto ‘non possiamo fare altro, proviamo così”, ma “è l’unica strada possibile, dignitosa e buona per tutti”. Non è facile quando i programmi di resistenza nonviolenta sono a volte proposti – e sovvenzionati – da realtà internazionali che a volte sono sentite come intrusive, e non salgono direttamente dal cuore della volontà popolare, come invece succede a Bil’in e in moltissimi altri villaggi palestinesi che si sono attivati in comitati popolari. Non è facile quando il territorio palestinese è frastagliato e diviso geograficamente e politicamente.
E non è facile quando in ogni famiglia l’ingiustizia provocata dall’occupante, se non la morte, la prigione, la perdita di casa e terra è vissuta con bruciante quotidianità.

Eppure. Eppure Sami Awad ci crede. Con lui, il fiume di gente che sta manifestando per le strade di questa Betlemme soffocata dal muro e dall’occupazione. Per questo sentiamo forte che la locuzione “nonviolenza palestinese” non è un ossimoro.

Per questo ci associamo alle parole di Marta, i cui occhi hanno visto evidentemente le stesse cose che noi incessantemente abbiamo percepito anche in questi giorni lungo le strade, e soprattutto presso le famiglie che ci hanno ospitato in questa Palestina mai stanca di lottare:

“Nel frattempo il popolo palestinese continua a resistere: e la lotta non si limita alle manifestazioni settimanali contro il muro, che godono di una massiccia copertura mediatica. Resistere è anche continuare a vivere sotto una tenda perché la propria casa è stata distrutta; resistere è costruire una scuola in area C per garantire il diritto all’istruzione a coloro ai quali viene negato; resistere è continuare a coltivare con amore la propria terra nonostante venga periodicamente spianata dai bulldozer israeliani; resistere è attendere con pazienza quattro ore al check-point per poter andare a lavorare.”

BoccheScucite

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