…E ci racconti dei più piccoli: l’entrare nella maternità dell’Ospedale Al Shifa…

BoccheScucite: Se è allucinante il quotidiano stillicidio di vite di donne e uomini privati dei più elementari diritti umani, ancor più doloroso è senz’altro indagare sulla condizione dei bambini…
Paola Manduca: Sono andata a Gaza sulla scia di alcune informazioni che avevano prodotto analizzando dei campioni ambientali e di tessute di persone ferite a Gaza tra il 2006 e il 2009 durante gli attacchi più importanti da parte delle forze israeliane, in particolare ‘Piombo fuso” attacco aereo e per terra durato da dicembre 2008 a gennaio 2009. Questi campioni ci dicevano che uno dei componenti delle armi usate aveva capacità di agire come teratogeno, cioè di produrre malformazioni nella progenie, vale a dire durante lo sviluppo in utero del bambino, e di produrre effetti anche sulla fertilità. Siccome in altri paesi, su cui ho lavorato come l’Iraq, una delle conseguenze degli attacchi militari è stato il momento della malformazioni alla nascita, il progetto che ho proposto e sviluppato a Gaza era proprio di accertare se ci fosse un cambiamento della frequenza delle malformazioni rispetto al passato e se ci fosse un’associazione tra bambini malformati ed esposizione ad attacchi di guerra con le armi sviluppati e messe in campo negli ultimi 15 anni e che contengono metalli.
Le modalità di questo lavoro erano collaborative, nel senso che ho lavorato insieme a colleghi, pediatri di Gaza e ho lavorato sulla registrazione delle nascite nel reparto natalità della Al Shifa, dirigendo un gruppo di giovani medici gazaui. Quindi il progetto era coordinato ed accettato dalla struttura sanitaria ed era svolto su una base puramente volontaria insieme al personale locale.
Questo rispondeva alla loro osservazione, non documentata in maniera appropriata e precisa che le malformazioni stessero aumentando negli ultimi anni, dopo gli attacchi militari. La situazione dello Shifa e del principale ospedale di Gaza dove nascono il 30 per cento dei bambini di Gaza cioè 40-50 al giorno, dove però manca un coerente sistema di registrazione delle nascite, manca la continua presenza di un neonatologo in sala, manca la strumentazione essenziale per monitorare cardiopatie congenite e quindi i report di registrazione del passato. Questo progetto è servito sopratutto a implementare per la prima volta – e dimostrare che era possibile farlo – una registrazione accurata delle nascite, raccogliere i dati di 4 mila neonati, inclusivi delle informazioni sull’esposizione a diversi fattori ambientali, tra cui quelli di guerra e la storia riproduttiva delle famiglie. Questo ci ha permesso, sia di dimostrare che, dal 2004 circa al 2011, si è avuto un aumento significativo del numero di malformazioni alla nascita, sia dimostrare che esiste un’associazione tra l’esposizione agli eventi di Piombo Fuso dei genitori e il fatto che il loro figlio abbia una malformazione. La dichiarazione di essere stati esposti ad eventi bellici da parte dei genitori, è stato confermato dalle mappe di un team delle Nazioni unite che aveva il compito di rintracciare munizioni esplose e non esplose sul terreno, quindi un dato oggettivo. Le mappe sono così precise che hanno individuato strada per strada il tipo di armi usate.
Adesso vi descrivo la maternità di Al Shifa: è un reparto con pochissimi letti di degenza, normalmente le donne entrano, 40 o 50 al giorno. Immediatamente prima del parto e ci sono alcune stanze con cinque o sei letti dove possono appoggiarsi se non riescono a stare in piedi. Immediatamente dopo il parto, col bambino ancora in sala parto, il bambino viene vestito, dato in braccio alla madre o alla nonna e se non ci sono fatti eccezionali vanno a casa. Solo i parti cesarei hanno un minimo di degenza. A differenza di quello che si penserebbe, allo Shifa ci sono un 30 per cento di parti cesarei. Ho cercato di scoprire perchè, ma non sono riuscita a capire perchè si faccia un uso così esteso del cesareo. Non è facile descrivere il lavoro in un posto dove nascono 40-50 bambini in una giornata. I dieci letti che ci sono spesso non bastano. Ci sono donne in fila sulla porta della sala parto. In queste circostanze la mancanza di una figura fissa di neonatologo nella sala parto, è una cosa che molti medici lamentano e non è stat risolta almeno fino al 2012. La maggior parte dei bambini senza grandi problemi viene mandata via dall’ospedale e quelli che ne hanno vengono spostati nel reparto di cura neonatale intensiva. Ma fino al 2011 non c’erano abbastanza incubatori per tutti i bambini. Molti che vanno in quel reparto sono degenti lunghi. Ci vanno i prematuri che sono il 7 per cento dei neonati o quelli con gravi malformazioni. Per fortuna nel 2011 sono arrivati dieci incubatori donati dal Belgio e la situazione è migliorata.
Dal lavoro fatto risulta che questo sistema non identificava una consistente quantità di bambini con malformazioni alla nascita, sia per affollamento, la mancanza di degenza e neonatologia per tutti, sia per la mancanza di strumenti diagnostici.
Oltre a continuare un lavoro scientifico a Gaza, al mio ritorno da questo periodo piuttosto lungo, con colleghi dell’Università di genova e con l’aiuto della onlus Maniverso, abbiamo formulato un progetto per aiutare a migliorare la situazione che io avevo conosciuto ed è nato quello che chiamiamo ”Progetto neonati”.

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