È guerra del petrolio, Usa Israele e sauditi contro l’Iran e noi a pagare

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Iran, i Pasdaran sequestrano una nave nello stretto di Hormuz. L’imbarcazione, diretta negli Emirati Arabi Uniti, accusata di contrabbando di petrolio.
I dubbi sull’attacco al petrolio saudita: dieci droni «invisibili» arrivati ‘da nord’. Pompeo accusa Teheran che nega un coinvolgimento.
Trump minaccia gli autori, ma non fa nomi. Nessuno intercetta i velivoli e gli Houthi rivendicano, ma l’inviato Onu per lo Yemen solleva perplessità. Crolla la produzione di Riyadh, si impenna il prezzo del greggio

Nessuno avverte ma è guerra del petrolio

Un’altra nave sequestrata nelle acque dello Stretto di Hormuz dagli iraniani.La nave, diretta negli Emirati Arabi Uniti, trasportava 250 mila litri di carburante. L’imbarcazione sarebbe accusata di contrabbando di petrolio. Lo riporta l’agenzia di stampa Isna, precisando che l’imbarcazione è stata “fermata vicino all’isola Grande Tumb”. Sempre secondo fonti iraniane, la nave sequestrata si chiamerebbe Linch. Poco prima il ministero degli esteri aveva annunciato che l’Iran avrebbe presto dissequestrato la petroliera Stena Impero, battente bandiera britannica, fermata il 19 luglio.

Dagli Stetti all’attacco in casa saudita

Dalla guerra del Golfo Persico, dallo stretto di Hormiz, all’attacco diretto alle strutture petrolifere saudite in casa. E ora il mondo scopre che gli straricchi ma imbelli sauditi sono vulnerabili. Avranno pure come alleati le due maggiori potenze planetarie e di area, Stati uniti e Israele, ma non sono invulnerabili e tanto meno invincibili. «Anzi, è la vicinanza a Washington e a Tel Aviv a rendere fragile la dinastia Saud, come dimostrano gli attacchi di cui diremo tra poco», scrive sul Manifesto Farian Sabahi. Proprio adesso (e forse non è un caso) che il principe Abdulaziz bin Salman cerca di vendere un po’ di Aramco, la società petrolifera di Stato e di famiglia, per raccogliere fondi e diversificare l’economia. Ora i potenziali investitori sono avvertiti.

Strane cose in quell’alba si sabato

La raffineria di Abqait e il giacimento di Khurais attaccati da droni e forse anche da missili che nessun sistema riesce a intercettare. Come era evidente dallo Yemen, la parte militare saudita ha qualche problema. E ora si ammette che il danno è molto più grave di quanto dichiarato e serviranno mesi, e non settimane, per rimettere le cose a posto.La produzione saudita perde 5,7 milioni di barili al giorno (dimezzata), dai mercati sparisce il 5% della produzione. Ma il problema non è solo industriale. Fine dell’apri chiudi dei rubinetti petroliferi a regolare ciò che più conviene all’economia a regole e mercato statunitense. Meglio o peggio per il più costoso ‘shale oil’, il petrolio Usa estratto con la tecnica del craking? Vedremo.

Houthi, rivendicazione o vanteria?

A rivendicare l’attacco con dieci droni sono stati i ribelli Houthi, di fede sciita ma di una obbedienza diversa da quella iraniana. Yemen con la popolazione alla stremo, «l’80% della popolazione (24 milioni) in una situazione disperata, senza cibo né medicine, in preda alle epidemie», ripete Farian Sabahi. Il movente per colpire le installazioni saudite certo non manca ma non mancano neppure i dubbi. Quelli di Martin Griffith ad esempio, l’inviato Onu in Yemen. Diciannove i ‘punti di impatto’, i bersagli colpiti, e non 10 come dichiarano gli Houthi. E la provenienza degli ordigni da nord e non sa sud dove è lo Yemen. Ed ecco che droni e missili sarebbero partiti dalla costa settentrionale del Golfo persico, quindi dall’Iran oppure -sostengono fonti israeliane- da milizie sciite filo-iraniane dal sud dell’Iraq, quelle che loro bombardano da tempo. Trump ha minacciato via Twitter un’azione militare contro chi ha sparato, ma non è arrivato ad accusare l’Iran perché oltre c’è la guerra vera.

Perché tanto insolita prudenza?

L’attacco col suo rilevante successo tecnico militare ha reso evidente quanto l’infrastruttura del greggio sia oggi ostaggio della crisi in Medio Oriente accentuate dalla politica estera isterica di Trump. E non servono armamenti miliardari a colpire o a difendere. L’attacco è una preoccupante escalation della mini-guerra delle petroliere finora limitata allo strategico stretto di Hormuz. Accade nella massima confusione della politica estera americana dopo la cacciata dell’estremista Bolton, ma con ancora le provocazione aperte di un sempre più pericoloso Natanyahu a rischio potere e galera. «Difficile divinare le risposte politiche o militari di Washington -commenta Marco Valsania sul Sole24ore- Non è chiaro in questo clima quali siano le opzioni davvero a disposizione o considerate della Casa Bianca». Le rappresaglie militari aperte invocate nel passato da Bolton defenestrato, non sono escluse, ma risultato oggi più pericolose di ieri di fronte ad un alleato gigante ma imbelle come il Regno saudita.

 

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