…e la Palestina è in festa! di Emma Mancini

Beit Sahour (Cisgiordania), 24 settembre 2011. Le piazze palestinesi sono in festa, caroselli per le strade, bandiere che sventolano e il nome di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) gridato nelle vie. Durante il discorso del presidente palestinese, il popolo è rimasto in attesa. Ora, c’è da fare il passo in più: rendere concrete quelle parole che hanno infiammato le piazze.
“Un buon discorso, di alto livello morale, etico e sociale – spiega a Nena News Nassar Ibrahim, scrittore e direttore dell’Alternative Information Center di Beit Sahour – Rimango scettico rispetto ai risultati, ma devo ammettere che Abbas ha saputo parlare con forza all’Assemblea Generale: li ha messi di fronte ai loro doveri, elencando le selvagge violazioni dei diritti umani e nazionali dei palestinesi. Ora però c’è una domanda da porsi: cosa dobbiamo fare per rendere quel discorso un fatto concreto? Parlo di ritrovare l’unità del popolo palestinese e della sua lotta. Dobbiamo fare quel discorso nostro”.
Un processo lungo, che vede coinvolta anche la comunità internazionale, che ieri ha interrotto con applausi e standing ovation le parole di Abbas. “La lotta deve continuare – continua Ibrahim – Serve una lotta che sia diplomatica e politica: come farci sostenere dall’arena internazionale? Come promuovere la solidarietà internazionale al fine di far pressioni concrete su Israele? Ieri sera Netanyahu ha parlato di negoziati. Sono certo che in queste settimane Israele e i suoi più stretti alleati faranno pressioni sull’AP perché abbandoni la richiesta e torni al tavolo di un processo di pace fallimentare. La Palestina deve essere abbastanza forte da resistere a questi canti di sirena. E lo può fare solo ritrovando intorno a quel discorso la propria unità, l’unità della lotta popolare di resistenza”.(…)
Difficile trovare ieri sera qualche israeliano voglioso di parlare: il portavoce di Breaking The Silence non può rilasciare interviste perché sta celebrando lo Shabbat, e non è il solo. Ieri notte il palcoscenico era occupato dai palestinesi: da Ramallah a Betlemme, il clima che si respirava era di festa. Una festa rotta dall’uccisione di un 33enne da parte dell’esercito israeliano vicino Nablus, dagli arresti a Gerusalemme Est e dai feriti da proiettili di gomma al checkpoint di Qalandiya, dai raid all’interno dei campi profughi di Aida e ‘Azza a Betlemme. Da uno dei campi profughi del distretto, Deisha, parla brevemente il direttore del Phoenix Center, Naji Owdah: “Il tema dei rifugiati è stato toccato velocemente – dice a Nena News – Sì, è vero, Abbas ha ricordato la Nakba e il trasferimento ancora attuale dei palestinesi dalle proprie terre”. Ma nella richiesta formale il presidente dell’AP non ha menzionato il diritto al ritorno e il timore di Owdah è chiaro: “Un eventuale riconoscimento sarebbe un suicidio politico: i confini del 1967 cancellerebbero il diritto al ritorno”.
Eppure c’è chi resta ottimista. “Mahmoud Abbas ha fatto un discorso brillante, ha dimostrato chiaramente e senza ambiguità che la leadership palestinese è ‘irragionevolmente ragionevole’”. Questa l’opinione di Mazin Qumsiyeh, professore alla Bethlehem University e attivista politico, secondo il quale il merito di Abbas è stato quello di aver riportato la questione dove i problemi sono iniziati. “Ha detto che nessuna persona né nessun Paese con un minimo di coscienza può rigettare la richiesta della Palestina – spiega Mazin Qumsiyeh a Nena News – Credo che abbia compiuto il passo giusto. Ora dobbiamo compierne altri.(…) (Nena News)

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