E’ ora di farla finita con la politica nucleare israeliana del ‘Si fa, ma non si dice’

REDAZIONE 18 OTTOBRE 2013

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di Medea Benjamin e Pam Bailey – 18 ottobre 2013

I negoziati di questa settimana a Ginevra tra l’Iran e il gruppo dei “P5+1” (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti – più la Germania) aprono una via promettente per evitare un’altra guerra distruttiva. I colloqui hanno fatto seguito a una virtuale rivolta del popolo statunitense che ha bloccato il piano del presidente Barack Obama di attaccare la Siria, dimostrando chiaramente il desiderio popolare di risolvere i conflitti al tavolo dei negoziati, anziché con la canna del fucile.

Tuttavia Israele e i suoi alleati nel Congresso statunitense proseguono nel loro lobbismo contro un accordo che incontrerebbe l’Iran a metà strada, insistendo su una politica di “arricchimento zero” che costringerebbe l’Iran ad abbandonare il negoziato.

Il governo israeliano ha affermato martedì in una dichiarazione che “Israele non si oppone a che l’Iran abbia un programma energetico nucleare pacifico. Ma, come è stato dimostrato in molti paesi, dal Canada all’Indonesia, i programmi pacifici non necessitano di arricchimento dell’uranio o di produzione di plutonio. Il programma di armamento nucleare dell’Iran li richiede.”

La presenza ingombrante: Israele e la bomba

La dichiarazione del governo israeliano è più che ironica, alla luce del programma di armamento nucleare dello stesso Israele, spesso definito il “segreto più custodito” del mondo a causa del tabù che circonda ogni dibattito pubblico sulla sua esistenza.

Walter Pincus, del Washington Post, è uno dei pochi giornalisti che contesta apertamente questa ipocrisia. Scrive: “Quando il primo ministro d’Israele ha chiesto [presso l’ONU] ‘Perché un paese che afferma volere solo energia nucleare pacifica … perché un tale paese dovrebbe costruire strutture sotterranee nascoste di arricchimento?’ io ho pensato a Dimona.”

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La struttura nucleare israeliana di Dimona, una città nel deserto del Negev, risulta avere sei piani sotterranei dedicati ad attività come l’estrazione del plutonio, la produzione di trizio e litio-6, per l’uso nelle armi nucleari.

Mentre l’Iran ha firmato il Trattato per la Non Proliferazione [del nucleare] (NPT), dando alla comunità internazionale il diritto di chiedere ispezioni e controlli, Israele non lo ha firmato e perciò non è soggetto a controlli esterni.

Secondo Avner Cohen, autore di ‘Israel’s Bargain with the Bomb’ [L’affare di Israele con la bomba], David Ben-Gurion cominciò a pianificare come dotare Israele di uno scudo nucleare ancor prima della creazione dello stato ebraico, subito dopo che gli Stati Uniti avevano sganciato la loro carica di esplosivo nucleare su Hiroshima e Nagasaki. Il primo presidente di Israele provvide ad avviare un progetto di sviluppo nucleare entro la fine del primo decennio del nuovo stato, con la sua riuscita “nascita” alla vigilia dell’occupazione, nel 1967, della West Bank e di Gerusalemme Est.

Il governo statunitense ebbe notizia del progetto e si oppose strenuamente. Ma quando gli israeliani, nonostante ciò, lo resero operativo e si rifiutarono di rinunciare al loro nuovo arsenale, fu firmato un accordo segreto tra il primo ministro Golda Meir e il presidente Richard Nixon, piuttosto simile alla vecchia politica statunitense del “si fa, ma non si dice” a proposito degli omosessuali nell’esercito. Gli israeliani accettarono di mantenere segreta la loro nuova potenza e gli statunitensi promisero di far finta che non esistesse.

Cohen usa il termine ebraico amimut (opacità) per descrivere il tabù sviluppato in Israele a proposito di qualsiasi ammissione pubblica del suo arsenale nucleare, che stime fissano in sino a 200 testate. A tutt’oggi c’è in Israele una censura totale di ogni menzione del fatto che le armi esistono e gli Stati Uniti sono attivamente allineati.

Il predecessore di Edward Snowden

Di fatto, c’è un’inquietante somiglianza tra le storie del rivelatore israeliano Mordechai Vanunu, un tecnico nucleare che rivelò alla stampa britannica nel 1986 dettagli del programma di armamento nucleare di Israele e Edward Snowden. Entrambi avevano posizioni subordinate in organizzazioni al servizio dell’industria della difesa, in cui hanno avuto accesso a segreti nazionali sensibili.  Entrambi si sono convinti che i loro capi erano responsabili di atti immorali e hanno deciso di violare il loro giuramento di segretezza per rivelarli al mondo.  Entrambi hanno condiviso quello che sapevano con un giornale britannico e scatenato una tempesta internazionale. Ed entrambi sono perseguiti da allora dai loro governi, per rappresaglia per le loro rivelazioni.

Mentre Snowden è sinora sfuggito alla cattura da parte del suo governo, Vanunu ha trascorso 18 anni in carcere, compresi più di 11 in isolamento. Anche se rilasciato nel 2004 è stato assoggettato a una vasta serie di restrizioni alla libertà di parola e di movimento, tra cui numerosi nuovi arresti per aver rilasciato interviste a giornalisti stranieri e per aver cercato di lasciare Israele. Tuttavia, proprio come, senza Snowden,  gli attivisti, i governi stranieri e altri non avrebbero mai saputo che il governo statunitense sta intercettando le loro email e le loro telefonate, senza Vanunu il mondo avrebbe saputo pochissimo – se mai avesse saputo qualcosa – delle armi di distruzione di massa di Israele.

‘Contraccolpo’ del primato nucleare israeliano

Anche se Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati europei continuano a fare balletti attorno all’argomento, il potenziale nucleare di Israele è diffusamente noto e ha cambiato in modo pericoloso le dinamiche nella regione. Il 19 settembre il primo ministro russo Vladimir Putin ha affermato che “la Siria è entrata in possesso di armi chimiche come alternativa alle armi nucleari di Israele”. (Merita anche di essere segnalato che anche se Israele è stato uno dei primi paesi a firmare la Convenzione contro le Armi Chimiche nel 1991, resta uno dei soli sei pasi non l’hanno ratificata).

Alcuni analisti ritengono che l’insistenza di Israele sull’arricchimento zero riguardo all’Iran sia intesa a garantire che non sia raggiunto alcun accordo, consentendo a Israele di conservare la propria superiorità militare nella regione. “Netanyahu alla fin fine teme il successo della diplomazia, non il suo fallimento”, spiega su Foreign AffairsTrita Parsi, fondatore e presidente del Consiglio Nazionale Iraniano Statunitense. “Israele … comprende che una soluzione dello stallo nucleare ridurrebbe in misura significativa le tensioni tra USA e Iran e aprirebbe occasioni di collaborazione tra i due ex alleati. E’ a questo che Israele si riferisce come al timore di essere abbandonato; che, una volta che il problema nucleare sia risolto o contenuto, Washington rivolga la sua attenzione ad altre questioni mentre Israele sarà bloccato nella regione di fronte a un Iran ostile, senza gli Stati Uniti al suo fianco.”

Né il mondo né Israele hanno da guadagnare legalmente o moralmente dal continuare a legittimare la prassi del ‘si fa, ma non si dice’ su un tema così centrale per la sicurezza globale. Fintanto che Israele si rifiuterà di ammettere il suo possesso di armi nucleari o addirittura di aver prodotto materiali di classe bellica, sarà difficile, se non impossibile, muoversi in direzione di un Medio Oriente libero da armi nucleari, un obiettivo cui dovrebbe aspirare l’intera comunità internazionale e che è stato sottoscritto dal nuovo presidente iraniano.

E’ ora che il mondo cominci a chiedere e che Israele cominci a rispondere?

Medea Benjamin è co-fondatrice di CODEPINK e di Global Exchange.

Pam Bailey è una giornalista indipendente e attivista che ha vissuto e lavorato nella Striscia di Gaza.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/it-s-time-to-put-an-end-to-israel-s-don-t-ask-don-t-tell-nuclear-policy-by-medea-benjamin.html

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/12776

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