E se i ragazzi di Tahrir facessero un partito?

Più volte, dai giornalisti al Cairo, è stato chiesto ai ragazzi se fossero organizzati in un partito. Chi fosse il loro portavoce, se avessero un ufficio stampa. Da quello che ho capito, in questi anni, gli attivisti sono una piccola comunità che si con0sce, ha intessuto una rete di relazioni, iniziate magari in Rete e proseguite nelle strade dell’attivismo. Loro sono lì, in piazza  Tahrir. Ma dal 25 gennaio sono molti, molti di più. E soprattutto – come si dice nel gergo di noi analisti – sono diventati un soggetto politico. Non un partito, non un movimento (certo, c’è il Movimento 6 aprile, ma non si può usarlo come ombrello per coprire tutti i ragazzi che sono a Tahrir). Stanno comprendendo, molto in fretta, che la “loro”  rivoluzione rischia di essere gestita in toto da qualcun altro, se non si organizzano in maniera tale da parlare con una sola voce, e da partecipare alla mediazione in corso. Parlo di ragazzi, e non dei Fratelli Musulmani che in piazza c’erano, come ha anche detto Ahmed Maher del Movimento 6 aprile, disciplinati, forti di una organizzazione rinsaldatasi negli anni, e che fonda questa capacità organizzativa sull’esperienza nei servizi sociali e nell’adesione all’Ikhwan dei settori dei professionisti (ci sono libri di studiosi molto bravi che si sono concentrati proprio sull’aspetto, come quello di Carrie Rosefsky Wickham, Mobilizing Islam: religion, activism, and political change in Egypt).

Un primo passo è stato fatto, con un documento uscito ieri, in cui si sono messe nero su bianco le richieste dei ragazzi. Ma capire chi l’ha scritto, e se la maggioranza di quell’attivismo esteso lo condivide, non è impresa semplice. E così, ieri sera Sandmonkey, al secolo Mahmoud Salem, uno dei blogger della prima ora, e ora del tutto dentro la rivoluzione del 25 gennaio, ha cominciato a dire, su twitter (ovviamente) che c’è bisogno di organizzarsi, di contarsi, di eleggere dei rappresentanti per distretto. In una parola, diventare – appunto – un soggetto politico che non faccia semplicemente da pungolo e, in un futuro prossimo, da massa di manovra. A mediare con il regime, insomma, ci sono andati sinora un Comitato dei Saggi (chi ne fa parte, a parte Amr Hamzawy?) e i rappresentanti dell’Assemblea per il cambiamento di Baradei.

E i ragazzi? Un cambiamento comincia a diventare urgente, a leggere quello che gira su twitter. Perché la politica classica, quella politicante, si direbbe, si è sempre dovuta rimodulare in questi giorni per la tenacia della piazza.  Di una generazione diversa da quelle che l’hanno preceduta in Egitto. Difficile da comprendere in una definizione semplificata, fatta di diverse anime, culture, riferimenti ideologici o culturali, unita dal desiderio e dalla necessità di avere futuro e cittadinanza. Una generazione tollerante, e che proprio per questo sembra malleabile e debole, e che invece ha dimostrato di non cedere.

Una piccola parentesi sul fatto che l’Egitto, di pancia, voglia tornare alla vita normale. E’ vero, c’è la richiesta di tornare a casa, che in fondo qualcosa è stato raggiunto. Credo però che di questa richiesta di normalità faccia parte anche l’assuefazione al regime, a una prigionia dalla quale non si ha neanche più il coraggio di uscire, o almeno di anelare alla libertà. Difficile che quel passo si riesca a fare, come alcuni, dopo la tenacia dei ragazzi di Tahrir, hanno cominciato a fare. Ciò non vuol dire  che i ragazzi, alla generazione precedente, non abbiano già insegnato qualcosa. Che si può fare.

Per inciso, c’è già il primo rap inciso durante la rivoluzione egiziana, da uno dei gruppi hip hop più noti, Arabian Nights, con Lauryn Hill. Rebel, e la parte rap ha subito parole riconoscibili. As-shab iurid…

La foto è di Sarah Carr, su Flickr.

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