E SE JAFFA DIVENTA HEBRON?

Aumenta il numero delle provocazioni attuate da gruppi di ebrei religiosi nazionalisti, a Jaffa Con un sempre maggior indebolimento dei residenti palestinesi, a vantaggio delle comunità religiose ultranazionaliste o dell’avanzata delle boutique radical-chic, deii caffè e condomini Bauhaus di Tel Aviv.

DI BARBARA ANTONELLI

Gerusalemme 2 febbraio 2011 Nena News – A metà gennaio un gruppo di 300 ebrei religiosi nazionalisti ha marciato nelle strade di Jaffa, fino alla moschea di Al Nohza, sul Jerusalem Boulevard, insultando diversi cittadini arabi. Un atto aggressivo al quale molti residenti palestinesi della città, ma anche israeliani, hanno reagito organizzando una marcia unitaria lo scorso sabato (vedi il video sotto). Quello dello scorso 15 gennaio è però solo l’ultimo dei tanti sintomi di un processo di “giudaizzazione” di questa città oggi mista, a due passi da Tel Aviv, supportato dalla complicità dalle politiche del municipio (unico, quello Tel Aviv-Jaffa) che da anni non ascolta i bisogni dei residenti palestinesi, lasciando spazio all’espansione sul territorio di associazioni religiose ebraiche legate ai leader del movimento dei coloni in Cisgiordania.

Protesta a Jaffa di sabato 29 gennaio 2011 – Foto Activestills 

Grain Torani è una di quelle, un’associazione religiosa sionista che ha sede anche a Jaffa, dove è rappresentata da circa 50 famiglie ortodosse, ma che ha membri sparsi in molti insediamenti illegali in Cisgiordania. All’accusa dei residenti arabi che tale fenomeno – cioè l’acquisto di appartamenti ad uso esclusivo di religiosi ebrei ortodossi nel pieno dei quartieri arabi- trattasi di “colonizzazione”, il direttore  di Garin Torani, Hai Garin si è difeso lunedì sulle pagine del quotidiano israeliano  Ha’aretz dicendo che i partecipanti alla manifestazione di sabato scorso non erano di Jaffa, ma di fuori e che la sua organizzazione lavora per la coesistenza. Peccato però che abbia acquistato da poco un lotto edificabile proprio nel quartiere arabo Ajami, che lui dice destinato “a parenti e amici che conducono uno stile di vita nel rispetto dell’ortodossia religiosa ebraica”.

Il fenomeno di associazioni religiose ebraiche, spesso legate al movimento dei coloni, che acquistano lotti edificabili o interi fabbricati, è un fenomeno che è aumentato negli ultimi 10 anni a Jaffa e che è in costante incremento. La stessa manovra è stata compiuta anche dalla compagnia immobiliare B’Enumah, che come altre società simili, ha tra le sue priorità quello di creare spazi abitativi (con prezzi agevolati) per comunità e famiglie religiose e sioniste. B’Enumah, che costruisce abitazioni a costi stracciati soprattutto nelle colonie illegali della Cisgiordania, ha vinto a febbraio del 2010 una battaglia legale presso la Corte contro associazioni e comitati di residenti arabi, accaparrandosi la proprietà di uno dei pochi stabili rimasti liberi a Jaffa. Adottando una politica che ACRI, l’associazione in difesa dei diritti civili in Israele, ha definito “razzista.”

A metà del 2009 nel cuore di Ajami è stata anche creata una “hesder yeshiva” una scuola religiosa speciale per soli uomini,  che combina gli insegnamenti religiosi della Torah con il servizio militare .I suoi studenti, hanno ribattezzato Ajami in Givat Aliyah (nome che in ebraico si riferisce all’immigrazione di ebrei in Israele). “B’Enumah si accanisce sulle città miste di Israele – spiega Sami Shuhada del comitato per il diritto alla casa chiamato Darna – utilizzando principi razzisti e separatisti”. E’ stato l’ILA( Israel Land Administration), che è parte del governo di Israele e che detiene oltre il 90% della terra pubblica dello stato, a vendere a B’Enumah il lotto immobiliare su Etrog Street. Ed è ancora l’ILA ad aver ingaggiato proprio come “contractor” per la gestione delle abitazioni AO (Absentee Ownership House, case cioè che i residenti palestinesi furono forzati ad abbandonare nel 1948, diventate proprietà dello Stato e riassegnate*), la compagnia immobiliare Amidah, che ha forti legami e sovvenzioni dal governo israeliano. Secondo il rapporto dell’associazione israeliana BimKom – Planners for Planning Rights, il 40% della popolazione palestinese di Jaffa abita in case AO. Una fetta di popolazione che è continuamente minacciata dal rischio di ricevere un ordine di sfratto. Quando un intestatario di un’abitazione AO muore, la casa passa automaticamente al figlio o al coniuge, ma la regola vale per una sola generazione. Dalla seconda in poi, il residente viene considerato automaticamente un “abusivo”. E può quindi essere automaticamente sfrattato. Lo stesso avviene se i residenti hanno violato i “termini di proprietà protetta” che vincolano le case AO: cioè se hanno apportato modifiche (aggiunta di bagni, cucine, o camere e piani extra) considerate dall’ILA atti di abusivismo edilizio.

Abusivismo al quale per i palestinesi è impossibile sfuggire, dal momento che il comune di Tel Aviv nega qualsiasi richiesta di modifica o ristrutturazione di tali immobili. Così l’ILA può sfrattare i residenti arabi, decidendo arbitrariamente i criteri di eleggibilità del residente ad avere la priorità sull’acquisto e rimettendo in vendita l’abitazione sul mercato ad un prezzo molto più alto, che le organizzazioni sioniste possono permettersi.

La collaborazione tra comune di Tel Aviv e interessi delle compagnie immobiliari mira alla completa marginalizzazione ed espulsione della popolazione araba, che da qualche anno ha già iniziato a migrare verso Lod o Ramle. Con un sempre maggior indebolimento dei residenti palestinesi, a vantaggio delle comunità religiose ultranazionaliste da una parte o dall’altra dei mercatini e delle boutique radical-chic, i caffè e i condomini Bauhaus di Tel Aviv, che hanno cominciato la lenta espansione verso Jaffa. Nena News

*Secondo i dati del Mandato Britannico, nel 1945 a Jaffa vivevano 101.580 persone, di cui 59.930 musulmani, 30.820 ebrei e 16.800 cristiani. Nel 1948, rimasero solo 4000 residenti. Il 90% della popolazione palestinese fu espulsa; oggi i circa 20.000 residenti arabi sono numericamente la metà dei residenti ebrei, dopo che a partire dagli anni ’50, ondate di immigrati in Israele sono stati “risistemati” dallo Stato nelle case che precedentemente erano di proprietà di palestinesi, diventati profughi.

Questo articolo è stato realizzato da Barbara Antonelli e il Palestine Monitor.

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