E’ tempo di rivedere la questione palestinese

Intervista a Ilan Pappè di Paul Weinberg
 
31 maggio 2012. Lo storico israeliano Ilan Pappé, in visita in Canada, è stato intervistato da. Paul Weinberg sul suo lavoro di contrasto al mito israeliano, sulla soluzione per uno Stato unico e sulla campagna Boicottaggio.
 
Paul Weinberg: Gli storici israeliani, oggi, considerano davvero tutta la storia del conflitto, a partire dagli avvenimenti del 1948 implicandovi l’espulsione degli abitanti palestinesi da quello che costituisce oggi Israele? Fino a che punto gli archivi in Israele sono accessibili?
 Ilan Pappé: Gli storici abbracciano in modi differenti questo controverso capitolo della Storia.  Ciò dipende molto dalla loro posizione riguardo al conflitto attuale, perchè questi avvenimenti fanno parte della nostra realtà contemporanea in Israele e in  Palestina.  Ci sono due approcci di base al conflitto: uno sionista e uno palestinese.  Quello che è successo nel corso degli ultimi 20 – 25  anni è che la maggior parte degli storici di professione, e con loro una grande parte della popolazione, hanno avuto la tendenza di considerare le prospettiva sionista. un falso tentativo di coprire un crimine commesso contro i palestinesi nel 1948, quando la metà di loro è stata espulsa con la forza dalla sua patria.
Lo sviluppo più interessante a questo riguardo è che parecchi storici sionisti, contrariamente ai loro predecessori nella presentazione  di una storiografia sionista, ammettono che la metà della popolazione indigena della Palestina è stata espulsa,  ma vedono questo come un atto giustificato di legittima difesa. Perciò, per loro, l’ultima tappa del tentativo storiografico di comprendere questi avvenimenti, è la diffusione di un dibattito morale che permetta di sapere se, in nome di una supposta minaccia, possono essere giustificati pulizia etnica e massacri.
Gli archivi in Israele sono stati in genere accessibili. Ma ogni elemento che oggi  è considerato potenzialmente nocivo all’immagine dello Stato è ormai di difficile accesso. In ogni caso è possibile, per ora, lavorare per avere una migliore comprensione della situazione del ’48 e oltre.
 
PW:  Di cosa trattano oggi le sue ricerche universitarie? 
IP : Lavoro a molti progetti. Tra essi, uno si intitola: “L’idea di Israele”.  Si tratta di una storia del potere e del sapere. Un altro lavoro verte sulla storia degli inizi dell’occupazione del 1967. 
 
PW: Perchè lei vive in Inghilterra e non in Israele? È pericoloso per lei vivere in Israele, nelle circostanze politiche attuali? 
IP: Cerco di vivere in tutti e due i luoghi, ma devo lavorare in Inghilterra perchè sono stato espulso dal  milieu universitario israeliano.  Non penso che il pericolo, per le persone come me, dipenda dal luogo in cui si vive. Dipende piuttosto dal grado di disperazione degli israeliani e dei loro sostenitori all’interno come all’esterno. Dipende anche dal loro grado di rinuncia ai principi democratici. 
 
PW: Come inquadra lei la soluzione per uno Stato unico? È possibile per due nazioni ostili vivere in un unico Stato?  Lo chiedo da canadese, da persona che vive in uno stato binazionale che funziona, nonostante tutto. 
IP:  Di fatto c’è già una soluzione a uno Stato unico: non c’è che un solo stato e un regime di controllo della terra tra la Giordania e il Mediterraneo.  Dunque la questione non è di ottenere che delle nazioni ostili vivano insieme, ma di convincere gli oppressori di mettere fine all’oppressione. Bisogna allora fare in modo che vi sia una pressione dall’esterno  verso l’oppressore e uno sforzo di educazione all’interno per cambiare le relazioni di potere nello Stato già esistente. 
 
PW: Norman Finkelstein  dice che una soluzione a due Stati è ancora possibile in virtù del diritto internazionale, anche con il grande numero di coloni ebrei sulla terra palestinese. Sottolinea ugualmente che la campagna di boicottaggio e disinvestimento contro Israele non ha veramente funzionato. Quale è la sua risposta?
IP: Penso che le soluzioni a due Stati siano superate. Solo una persona che non ha trascorso un certo tempo nei territori Occupati può ancora pensare che ci sia la possibilità di creare un qualsiasi Stato laggiù, anche con  la volontà internazionale di imporre questa soluzione.  Ma questa volontà internazionale di fatto non c’è, perchè le élites politiche sono reticenti a porla in essere. Dunque, la realtà è quella di un solo Stato. Le élites politiche in occidente sono ugualmente reticenti a fermare l’oppressione sul terreno, come lo erano al culmine dell’apartheid in Sudafrica. 
Dunque, c’era bisogno, e c’è ancora, di una forte pressione della società civile sulle élites politiche per cambiare i vertici. E questo è il ruolo essenziale che il movimento BDS gioca e giocherà. L’unica possibilità reale, l’unica carta da giocare che resta ai palestinesi nei confronti degli israeliani, è di accordare una legittimità morale e internazionale agli ebrei in Palestina. Il movimento BDS mette in evidenza che, malgrado tutta la sua potenza, Israele non riceverà mai questa legittimità finchè i palestinesi non gliela accorderanno (l’ha ben capito Netanyahou quando  ha voluto, a dispetto dello scompiglio creatosi in seno alla direzione dell’AP, che Israele fosse riconosciuto come Stato ebraico). A parte i nuovi sforzi per ricomporre l’unità palestinese e la questione di riorganizzazione della rappresentanza, (la resurrezione dell’OLP), il movimento BDS è ciò che è più importante in Palestina nel prossimo decennio.
 
Paul Weinberg è giornalista indipendente e scrittore a Toronto. 
 

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