Educazione in Palestina: chi boicotta chi?

In un rapporto le restrizioni israeliane agli accademici stranieri nelle università dei Territori e le limitazioni al movimento di studenti e insegnanti palestinesi.

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mercoledì 22 maggio 2013 09:47

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di Angelo Stefanini – Centre for International Health, Università di Bologna

Bologna, 22 maggio 2013, Nena News – La ricorrenza del Salone Internazionale del Libro di Torino 2013 porta alla memoria le polemiche sorte con l’edizione del 2008 che ospitava la celebrazione dei 60 anni dello Stato di Israele. La proposta di una parte della società italiana di boicottare l’evento, non rispettoso dei sentimenti del popolo palestinese (la catastrofe della Nakba), venne rifiutata sdegnosamente: “Non si boicotta la cultura!”.Un recente rapporto dell’organizzazione “Campaign for the Right to Enter the Occupied Palestinian Territory” (Nota 1) descrive il vero e proprio boicottaggio operato dallo Stato di Israele nei confronti del mondo accademico palestinese.La qualità dell’istruzione palestinese, in particolare l’istruzione superiore, è stata influenzata molto negativamente dalla prolungata occupazione militare israeliana. Scuole e università sono state chiuse per lunghi periodi. Studenti, personale e docenti hanno avuto accesso limitato a scuole e istituti di istruzione superiore a causa del pervasivo e arbitrario regime israeliano delle restrizioni al movimento interno ai confini del territorio occupato. L’impatto di tale situazione su tutti i livelli di istruzione è ampiamente documentato (Note 2 e 3).

Il rapporto si concentra su uno dei tanti problemi che influenzano la qualità e l’accesso all’istruzione nel territorio palestinese occupato (TPO): le restrizioni israeliane all’ingresso e al soggiorno per gli accademici (docenti e ricercatori) stranieri che desiderano prestare il loro servizio in istituti di istruzione superiore nel TPO. È importante notare che il termine “straniero” è in effetti improprio: Israele tratta come stranieri tutti gli individui senza carta d’identità israeliana [“hawiyya”] anche se di origine palestinese e/o con genitori palestinesi. Docenti universitari “stranieri” o persone “straniere” possono quindi essere di origine palestinese (come spesso succede) o non avere alcuna radice palestinese.

Il rapporto, che raccoglie interviste con docenti e studenti di istituzioni palestinesi e israeliane oltre che esperienze dirette di studiosi stranieri, descrive (1) l’impatto delle restrizioni sulla qualità dell’istruzione fornita, e (2) gli effetti che l’isolamento del mondo universitario palestinese dalla più ampia comunità accademica ha sulla crescita delle loro istituzioni superiori e sullo sviluppo del sistema educativo in generale.

Il contenuto è così riassumibile.

1. Le restrizioni all’accesso e alla residenza imposte da Israele agli studiosi stranieri hanno fortemente diminuito le opportunità di sviluppo di facoltà, corsi e programmi di ricerca delle palestinesi.

Negli ultimi dieci anni, a causa della riduzione del reclutamento di docenti stranieri, gli istituti di istruzione superiore palestinesi hanno dovuto limitare i loro programmi di studio e di ricerca. Gli studenti,di conseguenza, non sono esposti a diversità di punti di vista, nuove idee, norme culturali, modi di pensare e di concettualizzare la conoscenza. Con una carenza di docenti qualificati in settori all’avanguardia, le capacità di ricerca sono state compromesse. L’acquisizione di competenze nelle lingue straniere si è atrofizzata e la base di conoscenze e di erudizione accademica delle istituzioni sono progressivamente diminuite per il ridursi del flusso in arrivo di nuovi metodi e contenuti.

2. Gli accademici esteri sono meno disposti e in grado di prendere in considerazione l’insegnamento e posti di ricerca nelle università palestinesi a causa delle restrizioni arbitrarie e imprevedibili in materia di ingresso e di residenza a cui possono essere sottoposti.

Israele non ha politiche e procedure chiare e trasparenti per il rilascio dei visti di ingresso e dei permessi di soggiorno per i titolari di passaporti stranieri che desiderano visitare o lavorare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Gli accademici stranieri non hanno ragionevoli garanzie di essere autorizzati a recarsi presso le università palestinesi che li hanno assunti, a rimanere nel TPO per la durata dei loro contratti accademici, o rientrare nelle loro università nel caso dovessero fare brevi viaggi all’estero per motivi accademici o personali. L’ampio potere discrezionale esercitato su questi temi da parte dei funzionari israeliani che controllano l’ingresso ai valichi di frontiera e si occupano delle richieste di rinnovo del permesso di residenza aggrava questa incertezza e mancanza di responsabilità. Accademici stranieri si sono visti arbitrariamente negare l’ingresso ai valichi di frontiera, rifiutare la proroga del visto a metà semestre, rifiutare il rientro per completare il loro contratto di lavoro, e hanno ottenuto soltanto visti che limitano il loro movimento interno. Di conseguenza, il numero di studiosi stranieri disposti e in grado di insegnare nelle università palestinesi è in diminuzione. Interviste condotte per questo rapporto confermano che questo avviene chiaramente a causa delle incertezze e delle difficoltà a garantire il permesso di entrare nel TPO o soggiornare per periodi limitati o estesi necessari a svolgere i loro impegni accademici.

3. Per decenni Israele ha operato un esteso regime di limitazione alla circolazione interna ed esterna e di restrizioni all’accesso a scapito dell’istruzione superiore palestinese e altri vitali processi di sviluppo sociale ed economico palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Alla luce del suo carattere arbitrario e indiscriminato, la sua motivazione politica e l’impatto dirompente sulla vita civile palestinese, questo regime restrittivo contravviene chiaramente il diritto internazionale. Le competenze e la partecipazione dei titolari di passaporti stranieri, tra cui anche palestinesi della diaspora, sono spesso necessarie per sostenere ognuno di questi processi vitali. Per questo motivo specifico, le restrizioni arbitrarie e indiscriminate all’ingresso e alla residenza cui i titolari di passaporti stranieri, tra cui gli accademici, sono sottoposti sono chiaramente contrarie al diritto internazionale.

Una lunga lista di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della stessa Suprema Corte di Israele affermano l’obbligo di Israele di esercitare il suo controllo sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza in stretta conformità con il diritto internazionale umanitario (tra cui la Convenzione dell’Aia del 1907 e la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949), nonché del diritto internazionale sui diritti umani applicabili a quella situazione. Come potenza occupante, Israele ha l’obbligo sia di proteggere sia di favorire il funzionamento delle istituzioni civili palestinesi, tra cui le istituzioni palestinesi di istruzione superiore. È quindi anche obbligato a esercitare il suo controllo sull’entrata e sulla presenza di docenti stranieri in un modo che non provochi danni inutili o ingiustificati all’istruzione superiore e al diritto all’istruzione della popolazione palestinese. Inoltre, Israele non può esercitare questo controllo in modo politico, nel senso di compiere soltanto ciò che ritiene essere il proprio interesse nazionale.

Poiché le misure restrittive causano danni, possono essere giustificate soltanto in base amotivi legittimi di necessità: per proteggere la sicurezza della potenza occupante; per mettere in grado la potenza occupante di rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e diritto internazionale dei diritti umani, tra cui l’obbligo di garantire la sicurezza e l’ordine pubblico nel territorio occupato; per beneficiare la popolazione civile protetta. Nessun motivo legittimo di necessità può essere plausibilmente invocato per giustificare le difficoltà in realtà imposte a studiosi stranieri di insegnare presso le università palestinesi. Non esistono prove che gli accademici stranieri cui è negato l’ingresso nel TPO, o l’estensione del visto e del rinnovo necessari per completare i propri impegni didattici, pongano alcuna sorta di minaccia alla sicurezza.

4. Gli Stati terzi hanno importanti responsabilità rispetto alle illecite misure restrittive imposte agli accademici stranieri discusse in questo rapporto. Tali responsabilità derivano dai loro doveri consuetudinari, secondo il diritto internazionale, di opporsi e non acconsentire alla sua violazione, compreso il dovere degli Stati di non riconoscere come legittima ogni grave violazione del diritto internazionale, o una situazione illegittima creata da tale violazione. Questo dovere è ribadito dal diritto internazionale che riguarda il regime di occupazione militare, come il dovere di “garantire il rispetto … in tutte le circostanze ” di cui all’articolo 1 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949.

Quando le misure restrittive sono imposte all’ingresso o al soggiorno nel TPO di cittadini stranieri, compresi accademici stranieri, la prima domanda che dovrebbe essere posta dai loro Stati, nella loro qualità di Alte Parti Contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra, è se le restrizioni possono essere giustificate alla luce dei disagi causati alla vita civile del territorio o il danno causato ai diritti della propria popolazione civile protetta. La seconda domanda che lo Stato dovrebbe considerare di porre, come sua responsabilità nei confronti dei propri cittadini, è se i suoi cittadini sono presi di mira ingiustamente, in particolare sulla base loro etnia o religione.

Questo rapporto fornisce ampie indicazioni che entrambi queste offese sono state, in effetti, commesse diffusamente, con insistenza e senza fornire spiegazioni. Gli Stati hanno espliciti diritti di porre tali domande e pretendere risposte soddisfacenti da Israele. Essi hanno la possibilità di collaborare e cercare soddisfazione congiuntamente. Va rilevato a questo proposito che il diritto indiscusso di qualsiasi Stato di limitare o negare l’ingresso nel proprio territorio come meglio ritiene opportuno non riguarda l’occupazione israeliana della Palestina. Nel caso in esame, la persistente incapacità di porre le corrette domande e pretendere risposte soddisfacenti cui gli Stati membri hanno diritto, in particolare nei casi che riguardano i propri cittadini, implica acquiescenza alle violazioni di Israele del diritto internazionale umanitario.

Se Israele può essere lasciato impunemente ostacolare lo sviluppo delle università palestinesi e la crescita intellettuale e scientifica del mondo accademico palestinese, è davvero arduo trovare valide argomentazioni contro la campagna di boicottaggio accademico delle università israeliane (Nota 4), recentemente arricchita dalla prestigiosa adesione del famoso scienziato Stephen Hawking (Nota 5). Nena News

Note:
1 – Academia Undermined: Israeli Restrictions on Foreign National Academics in Palestinian Higher Education Institutionshttp://www.righttoenter.ps/pdfs/EducationReportAcademiaUnderminedMay2013.pdf
2 – http://www.miftah.org/Display.cfm?DocId=5848&CategoryId=21
3 –http://right2edu.birzeit.edu/downloads/pdfs/OccShockRight2Edu.pdf
4 – http://www.bdsmovement.net/activecamps/academic-boycott
5 – http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=73947

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=75381&typeb=0&Educazione-in-Palestina-chi-boicotta-chi-

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