Egitto: aridatece er baffone

6 GIUGNO 2013 – 13:56
Slow news di Ugo Tramballi

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Tulle le rivoluzioni hanno dinamiche storiche: richiedono tempo e ricadute, prima di raggiungere il loro approdo. E’ difficile dire oggi a quale punto sia arrivata la Primavera egiziana. Secondo Gehad el-Haddad, portavoce di Libertà e giustizia, il braccio politico della Fratellanza islamica, “siamo all’anno uno della democrazia”.

  E’ possibile ma non certo, due anni e mezzo dopo l’esplosione di piazza Tahrir. Se occorreva, una prova l’ha offerto un interessante media forum italo-egiziano organizzato dall’ambasciata italiana al Cairo, alla quale finalmente il nuovo titolare, Maurizio Massari, ha dato una mano di vernice fresca: nello stretto senso fisico del termine e anche nello spirito. E lo sponsor è stata una banca italiana, Alexbank (Intesa San Paolo ha l’80%). In mezzo alla crisi finanziaria ed economica globale ancora accadono di queste cose.

  C’era quasi tutta la stampa egiziana e, soprattutto, i rappresentanti di quasi tutti gli orientamenti politici: Fratelli musulmani, salafiti, il fronte laico di salvezza nazionale, i liberal-nazionalisti del Wafd, eccetera. E’ utile ricordare che al momento l’Egitto è un Paese fuori legge con se stesso. Un’istituzione alla volta, i giudici hanno azzerato tutto il legislativo per irregolarità costituzionale: il parlamento, il senato e anche la commissione costituzionale che aveva redatto la nuova carta fondamentale, poi ratificata da un referendum. Per conseguenza logica, l’Egitto non ha più una costituzione: quella che dovrebbe stabilire cosa è e non è legale.

  La pesante polarizzazione del Paese, con una crisi economica devastante alle porte, si è rispecchiata nel dibattito del media forum. Tutti contro tutti, su tutto: costituzione, concetto di Stato islamico o laico, elezioni parlamentari che forse si terranno a ottobre o forse l’anno prossimo, sull’economia e l’aiuto del Fondo monetario internazionale. Al dibattito ogni egiziano sentiva il bisogno fisico di dire la sua, in polemica con gli altri. Dopo trent’anni di stagnazione in stile Mubarak, è la scoperta del dibattito democratico del quale, giustamente, gli egiziani non sono ancora sazi. Sono diventati un po’ come noi che appena incontriamo uno straniero abbiamo la necessità di svelare la squadra per la quale tifiamo e le nostre convinzioni politiche, dando all’interlocutore l’idea che l’Italia sia un gigantesco Palio di Siena con le sue contrade.

  Quando ho chiesto loro se, mentre litigavano, non temessero il ritorno del vecchio regime, il no è stato finalmente unanime: era troppo corrotto, non tornerà mai più. Poi hanno ricominciato a litigare sulla costituzione, le elezioni, la democrazia.

  Per vecchio regime non intendo Hosni Mubarak e i suoi familii, ormai pensionati da tutti quelli che lo sostenevano – un numero cospicuo. Mi riferisco ai militari, ai benpensanti, a quella maggioranza silenziosa moderata e conservatrice che voleva un cambio ma non questo cambio. Meno di un anno fa il loro candidato presidenziale, Ahmed Shafik, sorprendentemente ha perso le elezioni 49 a 51 con il candidato della fratellanza Mohammed Morsi.

  Ho la sensazione che litigando, tutto il nuovo islamico e laico uscito da piazza Tahrir, tenda a sottostimare la richiesta di ordine e sicurezza degli egiziani. Eccetto i fratelli musulmani, gli altri conoscono poco dell’Egitto fuori dal Cairo e dai suoi magnifici salotti intellettuali: cioè le caffetterie dove si fuma il narghile. Il paragone dei capponi di Renzo sarebbe stato difficile da spiegare. Più facile è stato ricordare l’ultima campagna elettorale del Partito democratico italiano: certo di vincere, ha ignorato di Silvio Berlusconi. Questo gli amici egiziani l’hanno capito ma restano convinti che sia solo un caso italiano. Auguri alla loro Primavera.

P.s. Allego il reportage sul Libano, un genere di giornalismo ormai in estinzione, appena uscito sul sito del Sole-24 Ore.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-06-05/reportage-libano-orlo-unaltra-184340.shtml

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