EGITTO, DITTATURA PERMANENTE

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MERCOLEDÌ 24 APRILE 2019

Il voto ha consegnato il paese (fino al 2030) al generale che lo governa dal 2013 dopo un colpo di stato militare. Le opposizioni non hanno potuto svolgere la campagna elettorale né utilizzare internet. La comunità internazionale acconsente.

di Giuseppe Acconcia

Abdel Fattah al-Sisi

«Mi hanno arrestato per un mese alla vigilia del voto», ci ha spiegato Mustafa, negoziante di Shubra e sostenitore dei Fratelli musulmani. Nel referendum costituzionale che si è svolto in fretta e furia, senza permettere dibattiti pubblici e una vera campagna elettorale per il “No”, tra il 20 e il 22 aprile scorso, per il maggior partito di opposizione egiziano non c’è stato nessuno spazio. I “Sì” hanno prevalso con l’88,83% dei voti mentre l’affluenza si è fermata al 44%.

La domenica precedente alla chiusura dei seggi, l’ingegnere Ahmed Badawy è stato arrestato perché aveva tra le mani la scritta “No alla riforma costituzionale”. «Hanno distribuito cibo (olio, lenticchie, zucchero e riso) in cambio di voti e costretto i negozianti a esporre banner e poster pro-Sisi», è l’accusa rilanciata da Mansur, sostenitore della Fratellanza della prima ora. Queste tecniche sono state confermate dai fedelissimi della Fratellanza musulmana che hanno bocciato il referendum, partecipando in massa al voto degli egiziani all’estero, come hanno dimostrato le code alle porte delle ambasciate del Cairo a Tunisi, Roma, Berlino e Parigi, dove tanti islamisti si sono rifugiati dopo la repressione avviata in seguito al colpo di stato militare del 2013.

Fratelli musulmani braccati

Tra questi elettori riecheggiano le dichiarazioni del generale israeliano Aryeh Eldad che poche settimane prima del referendum aveva assicurato che la fine della presidenza del leader dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, nel 2013, coincise con il pressing israeliano sul Cairo. «Israele attivò i suoi canali diplomatici e non solo per portare Abdel Fattah al-Sisi al potere», ha dichiarato Eldad. E ormai la repressione contro gli islamisti è durissima. Lo scorso 20 febbraio, con l’accusa di false confessioni, è stata eseguita la condanna a morte più politica degli ultimi mesi con la pena capitale inflitta a nove affiliati del movimento islamista, giustiziati per aver partecipato all’attentato che nel 2015 costò la vita del procuratore generale, Hisham Barakat.

«Questi emendamenti demoliranno libertà e democrazia», si leggeva nel documento promosso dalle frammentate e fragili opposizioni alla vigilia del voto parlamentare del 16 aprile sugli articoli che estendono i poteri e la durata del mandato presidenziale. Gli oppositori hanno raccolto migliaia di firme per la loro petizione e si sono riuniti per alcuni giorni alle porte del parlamento al centro del Cairo, come Movimento civile democratico (Cdm), ma non hanno potuto fare molto di più.

Oltre 34mila siti internet, incluse startup tecnologiche, portali di ong e blog di varie celebrità, sono stati bloccati a una settimana dal voto, secondo il gruppo di monitoraggio sulla censura online NetBlocks. I giovani attivisti egiziani avevano lanciato la campagna Batel (Nullo e non valido), per opporsi all’estensione dei mandati presidenziali fino al 2030. In pochi giorni, la campagna ha raccolto 250mila firme.

Cosa cambia

Il testo approvato dagli elettori prevede l’estensione dell’attuale mandato presidenziale di due anni, con conclusione nel 2024 e non nel 2022, come previsto in precedenza. Inoltre, sarà possibile la rielezione del presidente egiziano per un terzo mandato che si chiuderebbe nel 2030, ma non è esclusa una successiva revisione della Costituzione. Inoltre vengono estesi i poteri presidenziali di controllo sul sistema giudiziario. Gli egiziani hanno votato anche per ristabilire il Senato, chiuso dal 2012. Dei 300 membri, 200 saranno eletti e cento saranno nominati dal presidente. Si è anche votato per riformare l’articolo 200 della Costituzione. E così verranno estesi i poteri dell’esercito per la «protezione della Costituzione e della democrazia», e sarà permesso al presidente di nominare uno o più vice presidenti tra figure di alto profilo.

«Un ritorno a una dittatura medievale» è stato il commento senza mezzi termini dell’attore egiziano Amr Waked. Lui e il collega Khaled Abo el-Naga sono stati accusati di «tradimento» e cacciati dal Sindacato degli attori egiziani per le loro critiche al regime di al-Sisi. Waked ha duramente criticato il sostegno accordato al presidente egiziano e alle sue manie di controllo: la legittimità che gli viene dalla comunità internazionale, soprattutto dagli Stati Uniti, dalla Russia, fino alla Francia.

Secondo Waked, il referendum pro-Sisi è stato «terribile e estremamente illiberale». Non si contano gli incentivi al voto. Dalle minacce di multe tra i 20 e i 50 euro per chi non si recasse alle urne, alle radio e tv pubbliche che hanno incitato ad andare a votare, trasmettendo anche canzoni che recitavano: “Uscite fuori, andate a votare”, fino alle promesse di ricchezza, che si sono trasformate fin qui in tagli continui ai sussidi, grazie all’impennata alla produzione di gas, ai profitti dell’estensione del Canale di Suez e agli investimenti delle aziende cinesi in Egitto per l’Iniziativa Belt and Road.

 

EGITTO, DITTATURA PERMANENTE

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