Egitto. Game over? Troppo semplice…

admin | June 17th, 2012 – 11:16 am

http://invisiblearabs.com/?p=4706

“Non so in che modo affrontare l’idea che i miei amici stiano votando per un uomo che sta tentando di mettere me e la mia famiglia in galera”. Chi scriveva questa amara considerazione, questa mattina su Facebook, si chiama Alaa Abdel Fattah, uno dei rivoluzionari, dei ragazzi di Tahrir, dei blogger. Definitelo come meglio credete. E’ @alaa su twitter, sul web, è l’animatore del twitternadwa (fate una ricerca su Google, e troverete più dettagli). Ma è anche Alaa Abdel Fattah, due mesi di galera preventiva non virtuale ma fisica dentro le prigioni egiziane, per un processo aperto presso un tribunale militare per nulla virtuale, ma decisamente reale. La galera se la era già fatta qualche anno fa, quando le piccole, contenute manifestazioni dell’opposizione egiziana non facevano notizia sui giornali italiani, e quelli che poi sarebbero divenuti i ragazzi di Tahrir sfidavano la polizia del sistema di Hosni Mubarak assieme all’indifferenza dei suoi alleati occidentali. Sfidavano entrambi sul web e in piazza. Nell’agoà virtuale che faceva da brodo di coltura e da contenitore di produzione culturale-politica, e nelle piazze egiziane presidiate dalla polizia. Piccola dissidenza (di numero), così come piccola (di numero) è in genere la dissidenza. Compresa quella che abbiamo osannato prima del 1989 in Europa dell’Est, quando l’altra Europa, al di là della cortina di ferro, la sosteneva con soldi, con Radio Free Europe, l’appoggio delle amministrazioni americane, il supporto di esuli come Gyorgy Soros (meglio conosciuto, a ovest, non con il suo nome ungherese, ma come George Soros, il cui Istituto per la storia del 1956 mi stipendiò – con tutta la mia riconoscenza – per il mio periodo di insegnamento nell’università di Pécs, poco dopo la caduta della cortina di ferro).

Alaa/@alaa parla di Ahmed Shafiq, e si chiede perché Piazza Tahrir continui a essere divisa. Lo era prima del ballottaggio, e la divisione di Piazza Tahrir ha portato l’Egitto nel cul de sac di un ballottaggio tra Ahmed Shafiq e Mohammed Morsy. Spaccata, Piazza Tahrir, lo è anche in questi due giorni di votazione. Tra chi, anche tra coloro che hanno partecipato alla Thawra, voterà per l’ultimo premier di Hosni Mubarak, generale in congedo, a pieno titolo uomo del passato regime, Ahmed Shafiq, e tra chi voterà – turandosi il naso, come diceva il nostro vecchio Montanelli – per Mohammed Morsy. E cioè per quelli che io definisco da anni i democristiani con la mezzaluna, i Fratelli Musulmani che hanno cavalcato la rivoluzione egiziana senza averla minimamente egiziana, hanno cercato l’accordo con i militari, hanno taciuto molte volte su quello che i militari hanno fatto (anche in termini di repressione), e poi dai militari sono stati messi in ‘stato di non nuocere’.

Spaccata, Piazza Tahrir, non attraverso linee che seguono la nostra suddivisione tra culture politiche. Nello scegliere l’islamista Morsy, Alaa/@alaa, giovane uomo di sinistra e molto laico, è assieme a Ibrahim Houdaiby, giovane islamista che ha lasciato i Fratelli Musulmani alcuni anni fa, nonostante suo nonno sia stato una guida suprema molto importante nella storia del movimento. Houdaiby, ormai intellettuale islamista emergente, consulente politico, analista, ha spiegato molto bene perché voterà Morsy, e non certo Shafiq. Sempre, come avrebbe detto Montanelli, turandosi il naso, in un lungo articolo sul quotidiano indipendente Al Shorouk.

Interessante tutto l’articolo, amara (e un po’ consolatoria) la conclusione:

There is no room for selfishness or clowning around in this electoral battle, nor is there room for settling scores or seeking out narrow personal or organizational gains. Whoever supposes that he can achieve anything of that sort in this contest will get himself and others caught in the old regime’s trap, and will compromise both his and others’ remaining ability to bring about the success of the revolution.

Dunque, cosa unisce Alaa Abdel Fattah a Ibrahim al Houdaiby? Non certo il web, icona sfruttata dai miei amici e colleghi giornalisti che di Egitto non si erano occupati negli scorsi anni. Il web è stata l’agora, la piattaforma di una dissidenza reale. Abdel Fattah e Houdaiby fanno parte di questa dissidenza che si è formata soprattutto dal 2005 in poi, cementando una cultura politica dell’opposizione al sistema Mubarak che poi ha consentito all’Egitto di fare la rivoluzione. Niente di più, ma anche niente di meno. Questa opposizione (reale) ha dato la spinta decisiva a una rivoluzione che ha coinvolto il popolo, ben oltre una dissidenza piccola (di numero) ma solida (da punto di vista teorico).

Questa è la lunga premessa, per dire che non si può, da un giorno all’altro, dire che la rivoluzione è fallita. Si può dire che Piazza Tahrir ha perso, come dicono già molti dei rappresentanti dei gruppi emersi dalla Thawra. Ma è un’altra cosa. Piazza Tahrir ha perso perché si è fatta accerchiare da quella che il mio amico Alaa al Aswany ha chiamato sin dall’inizio la controrivoluzione. e cioè i neomamelucchi, la casta del regime che ha governato l’Egitto per oltre trent’anni, e che vuol salvare se stessa. La casta e i suoi clientes hanno orchestrato in maniera quasi perfetta un accerchiamento della rivoluzione. Accerchiamento che si è concluso, pochissimi giorni fa, con la decisione della corte costituzionale di cassare il risultato elettorale delle parlamentari (che aveva espresso un’Assemblea del Popolo a caratura islamista) e di ammettere allo stesso tempo Shafiq al ballottaggio, nonostante la legge egiziana sulla lustratjia, che avrebbe dovuto salvare il paese dalla presenza dei papaveri del regime nel nuovo sistema istituzionale.

La storia, però, non si ripete mai. E l’Egitto non è l’Algeria del 1992, anche se qualcuno pensa che con lo stesso colpo di penna si possa annullare il risultato elettorale e si possa gestire una transizione dall’alto che salvi non solo il vecchio regime dei feloul, ma anche la strategia mediterranea dell’Occidente largamente inteso. A un giornalista francese che contestava che quella egiziana fosse una rivoluzione, Aswany ha risposto (me presente) che la rivoluzione francese era durata decenni. Quella egiziana è al suo secondo anno di vita. Poco perché si possa dire – noi analisti, giornalisti, spettatori – che sia fallita. Lo potremo dire, forse, tra qualche anno. Quando la generazione dei generali del regime di Mubarak lascerà il posto (per questioni anagrafiche, visto che molti di loro sono coetanei del vecchio Hosni, capro espiatorio sacrificato sull’altare dei gattopardi) alla generazione successiva. Dalla loro, i ragazzi di Tahrir hanno certo l’età, ma non solo. Stanno anche imparando dai loro errori. E io considero un loro errore non il fatto di non aver voluto un leader da giocarsi nelle trattative di questo ultimo anno, e nei diversi appuntamenti elettorali. Troppo semplice, sostituire un leader (Mubarak) con un altro, e non mettere mano alla struttura del potere egiziano. Quello, anzi, lo considero uno dei punti a loro favore, nella riflessione politica che va oltre la politica del giorno per giorno. L’errore è stato, invece, di non aver espresso un candidato. Candidato di compromesso, non leader. Un candidato che potesse riunire le anime di Tahrir. Il candidato di compromesso avrebbe ottenuto – come dimostrano i numeri del primo turno delle presidenziali – oltre il 50 per cento dei consensi. Tahrir ha sbagliato, e ha perso. Da qui a dire che una intera rivoluzione è fallita, ce ne corre.

E allora? E allora il regime dei feloul sta salvando se stesso, e a breve termine ci sta anche riuscendo. Che vinca Shafiq o che vinca Morsy, il futuro a breve dell’Egitto è un futuro che ha il sapore del rammendo. Si rammenda il regime perché continui a esistere, fondando sulla stanchezza della popolazione, estenuata da una sapiente (in maniera luciferina) gestione delle paure. La paura della profonda crisi economica, la paura della sicurezza che non c’è perché la polizia (del vecchio regime) è stata tolta dalle strade, la paura dell’Occidente che abbandonerebbe un Egitto diverso da quello di Mubarak. Ma i rammendi, lo si sa, non durano in eterno, e non è detto che portino stabilità. Rassicurano, all’inizio, soprattutto la media borghesia, una parte dei copti, una parte dei laici, una parte della maggioranza silenziosa. Non risolve, però, le ragioni che hanno causato la rivoluzione: la rottura del contratto sociale tra egiziani e regime, la pressione fortissima di generazioni di giovani senza la speranza di un futuro (socio-produttivo e individuale) dignitoso, l’erosione di un sistema istituzionale incancrenito che non riusciva più a soddisfare la gran massa della popolazione… Un sistema di cui, a diverso titolo, ha fatto parte anche la Fratellanza Musulmana, che se vuole salvare se stessa e il suo consenso deve lasciare spazio a un’evoluzione evidente già evidente nella riflessione di Ibrahim al Houdaiby, così come dei tanti giovani islamisti che hanno partecipato alla rivoluzione.

Wait and see. Continuiamo a osservare, da spettatori, le diverse fasi della rivoluzione egiziana. Magari inserendo queste fasi in una storia che non comincia il 25 gennaio del 2011, con l’epopea di Tahrir. Ma che data almeno dal 2005. Ora è il tempo della ritirata, per l’opposizione. Vedremo se avrà denti abbastanza affilati per mordere di nuovo, fra un po’ di tempo. Se nel frattempo i neomamelucchi non tireranno fuori dai cassetti i rinvii a giudizio per le personalità della rivoluzione che la casta considera pericolosi. Sono in molti infatti, tra i rivoluzionari, ad avere ricevuto un ordine di comparizione, la notizia di un processo intentato contro di loro, un’indagine in corso. Quando saranno ancor più deboli, è molto probabile che questi fogli di carta saranno tirati fuori dai cassetti, mi hanno detto alcuni di loro. Fogli di carta reali, non certo virtuali.

Il brano per la playlist, in una giornata assolata e calda nella Seconda Andalusia, parla americano. Allen Toussaint, It’s Raining..

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