ELEZIONI IN ISRAELE: PALESTINESI CHI? – di Ugo Tramballi

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 5 aprile 2019   Ugo Tramballi

Quando si pensa a Israele, ai più viene fatalmente in mente la questione palestinese: come risolvere un problema e un’ingiustizia; una pace per il più lungo conflitto della storia contemporanea; l’inizio per Israele di una vita normale e di un sogno compiuto: solo quando esisterà uno Stato palestinese, quello ebraico avrà frontiere certe e porterà a compimento l’impresa sionista. E i palestinesi avranno giustizia.

Chi la pensa così –me compreso – è fuori dal tempo. Martedì in Israele si vota e durante la campagna elettorale quel tema apparentemente così fondamentale, è stato affrontato marginalmente. Il dibattito politico interno, le posizioni sempre più tribali e nazional-religiose della maggioranza di destra israeliana, i catastrofici errori dei vertici palestinesi, l’instabilità regionale alle frontiere (gli iraniani alle soglie del Golan), hanno creato una situazione strana: sostenere la soluzione dei due stati in pace e sicurezza l’uno accanto all’altro, è come essere nemici d’Israele. Nonostante questo continui a essere un principio guida di europei, russi e della diplomazia internazionale: perfino ancora per gli Stati Uniti.

Benni Ganz, ex parà, ex eroe di guerra, ex capo di stato maggiore delle forze armate, in queste elezioni rappresenta il tentativo di coniugare sicurezza e pace. Ancora una volta l’unico oppositore credibile a Netanyahu e al Likud, è l’ennesimo tentativo di clone di Yitzhak Rabin. Ganz non è il leader del partito laburista, ormai quasi insignificante, ma di una nuova forza politica moderata un po’ più di centro-destra che di centro-sinistra: Kahol Lavan, blu e bianco, cioè i colori della bandiera d’Israele.

E’ stato con grande cautela che Ganz si è avvicinato alla questione palestinese. La parola che lui e un’associazione di ex generali ed ex capi delle intelligence usano è “separazione”: un concetto più negativo che positivo ma con l‘aria che tira va bene ugualmente. Qualche giorno fa Ganz è stato un po’ più articolato, sebbene ancora molto cauto: “Solo con nuove leadership nei due campi (Israele e Autorità Palestinese, n.d.r.) possiamo tentare di andare avanti”. E ancora: “Bisogna preservare un orizzonte per un accordo futuro”.

Ma a stabilire definitivamente che noi sostenitori della soluzione dei due stati siamo fuori dalla realtà, è soprattutto un sondaggio condotto da Ha’aretz. Sotto questo aspetto Ha’aretz è un giornale al di sopra di ogni sospetto: è di centro-sinistra e sostiene la nostra soluzione. Bene, secondo questo sondaggio il 42% degli israeliani è favorevole all’annessione della Cisgiordania. E solo il 28% continua a essere senza tentennamenti per i due stati.

Non stupisce che l’annessione sia sostenuta dal Likud il quale da tempo ha abbandonato posizioni moderate; che lo dicano Naftali Bennett e la ministra della Giustizia Ayelet Shaked che vuole piegare la Corte suprema al servizio della politica; che lo gridi Moshe Feiglin il quale vuole ricostruire il Terzo Tempio ebraico sulla Spianata delle moschee.

Ma all’annessione è favorevole una parte di Kahol Lavan, del Labour, della sinistra di Meretz e perfino molti arabi israeliani. Dire annessione non è così semplice: il sondaggio di Ha’aretz divide chi vuole l’annessione completa della Cisgiordania senza alcun diritto per gli oltre tre milioni di palestinesi che ci vivono; chi la vuole, dando invece pieni diritti agli arabi; e chi propone solo d’integrare l’area C. Gli accordi di Oslo sull’autonomia palestinese avevano diviso i territori occupati in tre categorie amministrative: una sotto il pieno controllo dell’Autorità palestinese, una ad amministrazione condivisa, una terza – l’area C – esclusivamente sotto giurisdizione israeliana: è il 61% della Cisgiorania, c’è il maggior numero di colonie ebraiche e, solo per la cronaca, ci vivono oltre 300mila palestinesi.

Se escludiamo il 28% d’israeliani che continua coraggiosamente a credere senza compromessi ai due stati, e un’altra percentuale incapace di dare una risposta ai sondaggi, quello che politicamente conta è che una maggioranza relativa ma solida voglia una forma di annessione. E’ questo lo sfondo del voto di martedì.

Veterano di mille campagne, Bibi Netanyahu sta mettendo in campo tutto il suo armamentario di prestigiatore politico: comprese l’enfatizzazione di pericoli inesistenti, le insinuazioni e le false notizie dell’arcipelago dei social reazionari. A pochi giorni dal voto Bibi è andato a Washington per una foto con Donald Trump, ha ospitato Jair Bolsonaro che ha detto due o tre scemenze sul nazismo, ed è volato da Vladimir Putin: un quartetto unito dal nazionalismo, dall’etno-centrismo e dall’anti-europeismo. Nel blitz a Mosca conta anche il voto della comunità russa in Israele: un milione di persone, 18 seggi sui 120 della Knesset, scarsi quanto a democrazia e grandi sostenitori di Putin. Ma questo sodalizio internazionale rivela quello che si vedeva da tempo: la progressiva modifica del profilo democratico di Israele.

Forse martedì Benny Ganz conquisterà qualche seggio più del Likud, conquistando il diritto di cercare per primo una coalizione e una maggioranza parlamentare. Questa è l’eventualità più ottimistica, oggi. A scalare, segue la probabilità che Ganz non trovi una maggioranza di centro-sinistra e che ci riesca Bibi a destra (i sondaggi gli sono favorevoli 67 a 53 seggi), formando di nuovo una maggioranza di estremisti, pletorica e rissosa. Israele diventerebbe ancora più etno-centrico, gli arabi israeliani sempre più cittadini di seconda e terza classe, i palestinesi ancor più prigionieri nelle loro città assediate da colonie e posti di blocco. E finalmente il nuovo governo abbatterà l’ultimo tabù rimasto di fronte alla diplomazia internazionale: costruire nuove colonie, non solo espandere le esistenti.

Nel sistema proporzionale israeliano c’è sempre l’ipotesi che per evitare questo scenario che isolerebbe Israele, e scavalcare le ambizioni delle destre nazional-religiose, Bibi proponga un governo con Ganz. Ma l’ultimo serio ostacolo che potrebbe impedirgli di restare in carica, è la giustizia.  Il procuratore generale Avichai Mendelblit lo ha incriminato per tre casi di corruzione. Fra qualche mese procederà. Oltre a diventare il premier più longevo d’Israele, perfino più di David Ben Gurion, Bibi potrebbe raggiungere un altro record: essere il primo capo di governo in carica ad andare sotto processo.

 

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