ELEZIONI USA. IL VOTO DEGLI EBREI AMERICANI (Parte 2)

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tratto da: http://nena-news.it/elezioni-usa-il-voto-degli-ebrei-americani-parte-2/

24 nov 2020

Seconda e ultima parte dell’analisi sul voto delle comunità ebraiche negli Stati Uniti, solidamente liberali e progressiste. Il ruolo di associazioni come Jewish Voice for Peace allarga il sostegno all’autodeterminazione dei palestinesi, mentre Israele interessa solo ai conservatori

Una manifestazione di Jewish Voice for Peace a New York (Foto: Jvpny)

Una manifestazione di Jewish Voice for Peace a New York (Foto: Jvpny)

di Francesca Merz

Roma, 24 novembre 2020, Nena News – (per la prima parte clicca qui) Come già anticipato sebbene le cifre mostrino una schiacciante opposizione al boicottaggio delle merci israeliane all’interno della comunità ebraica nei suoi membri adulti, questo numero si inverte tra gli ebrei americani sotto i 40 anni, più di un ebreo su cinque sostiene il boicottaggio delle merci israeliane.

Questo è certamente un importante risultato conquistato da Jewish Voice for Peace, organizzazione di attivisti ebrei di sinistra, che si oppone al sionismo, particolarmente concentrata sui temi del conflitto israelo palestinese, che sostiene apertamente il BDS ed è riuscita ad organizzare i giovani ebrei come con era mai riuscito a nessuna organizzazione sionista liberale.

I sondaggi commissionati da J Street, inoltre, mostrano in maniera schiacciante come il 72% degli ebrei americani vogliano una soluzione a due stati tra Israele e Palestina, e come solo il 15% siano favorevoli alla condizione attuale di apartheid. Ciò che questi numeri ci dicono è che gli ebrei progressisti di sinistra sono un vero blocco e non una scheggia all’interno della comunità ebraica, rivaleggiando per dimensioni con i neoconservatori; con la differenza (questo ci dicono i sondaggi secondo le divisioni in età) che i neoconservatori sono il passato mentre i giovani progressisti il futuro della comunità ebraica liberale impegnata.

Infine, davvero interessante la valutazione di importanza data a Israele nella scelta di voto. Sempre i numeri ci dicono: non molto! Lo Stato di Israele è in fondo alla lista in termini di questioni su cui hanno votato gli ebrei. Mentre, chiaramente, il tema della giustizia razziale era una motivazione importante per gli ebrei riformati e gli ebrei senza affiliazione (due terzi della popolazione ebraica), Israele non viene recepito come luogo in cui si riconosce una giustizia razziale dagli stessi ebrei.

Solo per l’1% degli ebrei riformati e per il 4% degli ebrei non affiliati Israele è la prima o seconda motivazione in termini di scelta di voto. Gli ebrei americani hanno elencato le loro principali priorità di voto come la pandemia di coronavirus (54%), il cambiamento climatico (26%), l’assistenza sanitaria (25%) e l’economia (23%). Solo il 5% ha indicato Israele come uno dei loro due principali problemi nella scelta del voto, in calo dal 9% nel 2016.

In particolare tra gli ebrei democratici la questione di Israele non viene nemmeno registrata. Lo 0% lo considera uno dei due problemi principali. Per gli ebrei repubblicani invece la cifra sale esponenzialmente: ben il 28% dei repubblicani vede Israele come una priorità.

Risulta piuttosto chiaro come questi numeri siano un problema politico per le organizzazioni sioniste liberali, che costituiscono gran parte della lobby israeliana all’interno del Partito Democratico. Il tema infatti oggi si fa controverso e spinoso, per quattro anni c’era un acerrimo nemico da combattere, e il messaggio per gli ebrei progressisti era che fosse una battaglia dell’America contro il trumpismo, in questo modo sono riusciti a tenere stretti a sé anche quei giovani ebrei apertamente critici se non apertamente boicottanti Israele. Ora che Trump sta per lasciare la Casa Bianca, sarà necessario aprire la discussione sul lato sinistro della comunità ebraica.

Certamente i sionisti liberali cercheranno di continuare a sostenere la cosiddetta soluzione dei due Stati in un momento in cui i progressisti però sanno fin troppo bene quale sia la reale situazione, e quanto sia distante quella soluzione, difenderla è un insulto ai diritti umani dei palestinesi e alla consapevolezza critica di molti ebrei americani.

Sembra piuttosto normale che si possa alzare una voce forte proprio dai giovani ebrei americani, che chiederanno: cosa state facendo voi sionisti liberali per i diritti umani palestinesi? Se non sei a favore del boicottaggio, per non parlare del condizionamento degli aiuti a Israele per i suoi insediamenti, a cosa ti serve essere di sinistra e in che cosa ti differenzi rispetto alle politiche sostenute da Trump? I giovani ebrei di IfNotNow, un gruppo giovanile ebreo-americano, impegnato a porre fine al sostegno degli Stati Uniti all’occupazione israeliana, hanno già espresso il loro disappunto sulla “visione” offerta dal Fondo liberale sionista per il Nuovo Israele, che ha ipotizzato un futuro stato palestinese entro il 2040, ma quei giovani credono e combattono per uno Stato equo oggi, non tra 20 anni.

Il significato di questi dati ha un che di straordinario per quanto concerne quel famoso “scontro di civiltà” che erroneamente tendiamo a interpretare come scontro tra fazioni religiose diverse, in questo caso infatti è la stessa comunità ebraica che si pone su poli opposti. I dati ci dicono che le due più grandi comunità ebraiche del mondo – Stati Uniti e Israele – sono ai poli di opinione opposti.

Gli ebrei americani hanno sempre raccolto tonnellate di denaro per Israele in piccole scatole blu – e gli ebrei israeliani che hanno beneficiato di quella raccolta di fondi sono oggi trumpisti, di destra e xenofobi. Gli ebrei israeliani, sempre secondo i numeri, volevano una rielezione di Trump con numeri esattamente opposti alla comunità ebraica americana: il 77 per cento amava Donald. Gli ebrei israeliani hanno un “culto cieco” di Donald Trump, ha detto Chemi Shalev di Haaretz riassumendo un secondo sondaggio più recente.

Questa breve analisi ci racconta di un mondo, quello della comunità ebraica Usa, lontanissimo rispetto alla comunità ebraica di Israele, in termini di temi, priorità e capacità critica nei confronti del governo israeliano. Certamente rimane fortissima una lobby sionista liberale che appoggerà di fatto sia in termini finanziari che di dialogo lo stato di Israele e il suo governo; rimane però di straordinaria importanza il rilevamento, specie tra i giovani ebrei americani, di una forza propulsiva così cosciente e pronta a rivendicare il diritto ad essere ebrei in disaccordo con le politiche di apartheid del governo israeliano, supportando nei fatti l’unico movimento ad oggi capace di incidere economicamente nel boicottare la violazione giornaliera dei diritti umani perpetrata in Israele: il BDS.

Ci aspettano anni in cui certamente, anche grazie a un nuovo respiro delle coscienze americane, forse sarà possibile tornare a parlare di diritti umani per i palestinesi, del loro rispetto, grazie all’attivismo dei giovani ebrei di una sinistra ebraica, che speriamo possa realmente risorgere. Nena News

 

 

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