Empowerment e agricoltura sostenibile: così le donne rivendicano i propri diritti nella Striscia di Gaza

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Articolo pubblicato originariamente su TPI

Di Agnese Valenti

In un contesto di occupazione, neocolonialismo e patriarcato, le donne Gaza lottano dando vita a processi di emancipazione, empowerment femminile e partecipazione: ecco alcune delle loro storie

La Striscia di Gaza, lunga 46 e larga 10 chilometri, è la più grande prigione a cielo aperto del pianeta.

Più di due milioni di persone vivono isolate dal resto dei Territori Palestinesi Occupati e del mondo da quindici anni: questo è il frutto della politica di embargo militare ed economico esercitata da Israele.

L’agricoltura, pur essendo una delle attività principali di Gaza, ha subìto, negli anni, il forte peso della chiusura/dell’embargo, che, tra le altre cose, implica estreme restrizioni all’import e all’export di beni e materiali, una dipendenza al 95% da Israele in termini di fornitura di energia elettrica e di accesso diretto all’acqua, che è peraltro fortemente inquinata (più del 95% dell’acqua a Gaza non è potabile).

La situazione, poi, è ulteriormente peggiorata dopo gli undici giorni di bombardamenti israeliani su Gaza del maggio 2021. I bombardamenti hanno causato, secondo il Ministro dell’Agricoltura di Gaza, danni a serre, terre dedicate all’agricoltura e fattorie per circa 27 milioni di dollari.

Da 15 anni, la popolazione di Gaza resiste con ogni mezzo possibile. In questo contesto, si inseriscono diversi progetti di empowerment femminile relativi all’agricoltura.

A giugno, mentre ci trovavamo a Gaza, abbiamo visitato alcuni progetti di empowerment femminile nel settore agricolo insieme a UAWC – Union of Agricultural Working Committees, una ONG palestinese che supporta molti di questi progetti.

UAWC è un’organizzazione palestinese indipendente, fondata nel 1986 da un gruppo di agronomi e considerata una delle maggiori organizzazioni per lo sviluppo dell’agricoltura in Palestina. Opera sia in Cisgiordania che a Gaza e ha come mission quella di contribuire allo sviluppo del settore agricolo, mirando al raggiungimento da parte degli agricoltori e delle agricoltrici della sovranità sulle proprie risorse, in particolare la terra coltivabile e l’acqua, e della sovranità sul cibo in un territorio che vive un’occupazione militare da più di 73 anni.

Per UAWC una società può considerarsi libera, e può essere liberata, solo nel momento in cui le sue donne sono libere e partecipano attivamente in tutti i settori.

Sin da quando UAWC è nata nel 1986, ha improntato buona parte del suo lavoro sulla lotta alla discriminazione di genere e sul riconoscimento dei diritti economici, sociali, culturali, civili e politici delle donne.

Due dei progetti che abbiamo visitato si trovano a Khan Younis, un’area molto povera di Gaza, in cui sorge anche un campo profughi.

Il primo progetto riguarda una greenhouse, in cui vengono coltivate foglie di vite utilizzate per cucinare. Le foglie di vite sono impiegate, ad esempio, per preparare un tipico piatto, il Warak Dawali: foglie d’uva ripiene di riso, cipolle, erbe aromatiche, spezie e carne macinata.

La greenhouse è gestita da due donne, che se ne prendono cura e raccolgono le foglie di vite due volte a settimana per poi venderle a Gaza. Il progetto di coltivazione delle viti nella greenhouse è iniziato nel 2020 con la costruzione della serra. Trenta mesi fa sono stati piantati i primi semi.

Il progetto è  stato implementato grazie all’aiuto di UAWC e della ONG internazionale Oxfam, tramite un finanziamento dell’Agenzia Svizzera per lo Sviluppo e la Cooperazione.

Prima dell’inizio di questo progetto, le due donne erano contadine e coltivavano melanzane, come abbiamo potuto evincere dal campo che sorge di fianco alla greenhouse.

Abbiamo incontrato una delle due donne. Cinquant’anni, è di grande spirito e ci ha raccontato con entusiasmo il loro progetto.

La produzione delle foglie di vite è più redditizia rispetto a quella di melanzane e l’ha aiutata molto in termini di empowerment: suo marito è malato, a casa con loro vive un’altra donna malata e, di conseguenza, lei è l’unica che può lavorare. Vorrebbe iniziare ad esportare e vendere le foglie di vite a Al Khalil (Hebron), così sicuramente potrebbe aumentare gli introiti. Le restrizioni sulle esportazioni, imposte dalla politica di chiusura della Striscia implementata da Israele, rendono questa prospettiva particolarmente difficile.

Le due agricoltrici vengono aiutate da altre otto donne nella gestione della greenhouse. Anche loro, grazie al progetto, hanno potuto raggiungere una maggiore indipendenza.

A Khan Younis abbiamo visitato anche un altro progetto, tutto al femminile, estremamente interessante. Il progetto è nato nel 2007 dall’idea di una donna, Tahani, che lo continua a gestire.

Coltivano diversi prodotti e producono zatarmanaish, maftoul, pane per preparare lo shawarma. Producono, inoltre, biscotti ripieni di datteri e altri prodotti di pasticceria. Khairat Al Shar for Food Production è il marchio con cui i prodotti vengono venduti.

Inizialmente, nei laboratori dove venivano svolte le varie attività c’era solo una piccola solar unit utilizzata per l’essiccazione dei prodotti dell’orto domestico.

UAWC, insieme ad Oxfam e grazie ai fondi ricevuti dalla cooperazione Svizzera, ha contribuito e contribuisce alla crescita del progetto attraverso la ristrutturazione dell’edificio che ospita il laboratorio, l’acquisto di macchinari e la fornitura di attrezzature per la gestione della sicurezza alimentare dei prodotti, nonché l’aiuto ad ottenere la licenza per vendere ciò che le donne producono.

Da quando il progetto è cresciuto, grazie al contributo di UAWC, Tahani ha assunto 10 donne e, durante il mese di ramadan e durante la “bella stagione” – che, ci dicono, dura quattro mesi –  il numero delle donne impiegate sale a 20.

Tahani ed alcune delle sue colleghe ci raccontano che la loro vita è cambiata molto in termini di empowerment da quando il progetto ha iniziato a crescere: cinque lavoratrici sono riuscite a pagarsi gli studi universitari grazie al salario che ricevono; Tahani è riuscita a pagare gli studi a suo figlio e finalmente – ci dice con un sorriso – ha potuto mettere da parte una cifra sufficiente raggiungere la Mecca.

Dopo aver visitato il laboratorio e assaggiato tutte le pietanze di loro produzione, Tahani ci porta nel grande orto dedicato alla coltivazione di zatar e altre erbe, dove viene anche prodotto il miele.

striscia di gaza donne

La scelta di cosa produrre è di Tahani e delle altre donne. Tutto ciò che producono è biologico e non viene utilizzato alcun tipo di pesticida.

I due membri di UAWC che ci hanno accompagnati nella visita ci hanno spiegato su che base selezionano i progetti da sostenere e implementare.

Dal 2014 al 2021 hanno condotto attività di capacity building per 40 donne. Di queste ne hanno selezionate 20 sulla base di tre diversi criteri: quanto l’attività avrebbe potuto potenzialmente creare nuovo impiego per altre donne, considerata anche la proattività delle donne; i risultati dei progetti precedenti implementati dalle stesse donne; la vulnerabilità della loro famiglia.

Tahani e le sue socie hanno rispettato tutti i criteri stabiliti e negli anni sono cresciute economicamente, sia grazie al supporto esterno di UAWC sia alle loro capacità imprenditoriali, investendo di volta in volta i piccoli profitti che facevano con le attività precedenti.

Il laboratorio e l’unità produttiva rappresentano lo step finale di un percorso di grande successo che ha dimostrato quanto queste donne, messe nelle condizioni giuste, abbiano potuto esprimere tutto il loro potenziale umano.

L’idea alla base è che i progetti non siano semplicemente assistenzialistici, ma che creino vero e proprio sviluppo ed empowerment.

UAWC visita e si aggiorna costantemente sull’andamento dei progetti a cui contribuisce, assicurandosi che i fondi allocati vengano utilizzati in maniera corretta.

UAWC ci spiega che spesso acquista dai contadini i prodotti e li distribuisce a prezzi molto bassi a famiglie povere, che possono quindi avere accesso a cibo sicuro e biologico.

Da ultimo, abbiamo visitato la Rafah Working Cooperative, nella zona di Rafah, al confine della Striscia di Gaza con l’Egitto.

Le cooperative sono un importante modello che contribuisce alla creazione di lavoro, alla distribuzione equa di ricchezza, al raggiungimento della giustizia sociale e ad uno sviluppo sostenibile. UAWC ci spiega che le cooperative nascono per contrastare le politiche neoliberali e la privatizzazione.

Nella cooperativa di Rafah, anche questa formata solo da donne, viene coltivato cibo per mucche e pecore. UAWC è intervenuta nel 2020 fornendo semi e suolo coltivabile.

Striscia di Gaza

Questa specifica tipologia di cibo prodotta dalla cooperativa è un esempio del raggiungimento della food security: il cibo è ottimo per gli animali e questo fa sì che vi siano più animali sani, che le persone possono mangiare o utilizzare per la produzione di latte e derivati.

Ci spiegano che il Covid-19 ha dimostrato l’importanza della produzione casalinga, specie quando a causa del lockdown era impossibile muoversi.

Le quattro donne che incontriamo alla cooperativa di Rafah ci illustrano il processo di produzione che seguono: piantano i semi, le piante crescono fino a 10 metri, ogni 25 giorni le tagliano e distribuiscono il raccolto. A 30 famiglie il raccolto viene distribuito gratuitamente.

Nella cooperativa ci sono anche delle mucche: con il loro latte producono dello yogurt salato che vendono a Gaza, grazie anche agli input ricevuti da UAWC che fornisce loro tuk tuk – mezzi di trasporto su ruota – per distribuire quanto producono.

Prima dell’intervento di UAWC erano impiegate 18 donne in questo progetto, ora sono 33.

L’empowerment femminile a Gaza è particolarmente importante, considerato che le donne della Striscia di Gaza lottano e resistono giornalmente a una tripla oppressione.

La prima è quella, già menzionata, dell’occupazione israeliana, che dal 2006 ha rinchiuso la popolazione di Gaza all’interno della Striscia negando loro la libertà di movimento e imponendo varie altre restrizioni.

La seconda è quella dell’occidente e dei suoi white saviours che, attraverso sistemi neoliberali e neocoloniali, vedono le donne palestinesi come delle vittime bisognose di essere salvate e aiutate da loro.

La terza, risultato diretto dell’occupazione, è quella di Hamas, partito islamista eletto a Gaza dal 2007 in seguito all’impasse dell’Autorità Palestinese, che impone un sistema culturale e di governo patriarcale e conservatore, che limita fortemente la libertà e possibilità decisionale per la donna.

In un contesto di occupazione, neocolonialismo e patriarcato, le donne Gaza lottano dando vita a processi di emancipazione, empowerment femminile e partecipazione.

Lottano quotidianamente per vedere realizzati e riconosciuti i propri diritti, fanno costanti sacrifici per combattere l’oppressione in ogni sua forma, resistono con la loro fermezza, e sono il cuore delle terre palestinesi.

Sono state loro stesse a dirci che rivendicano costantemente il diritto al lavoro, il diritto alla scelta, che non tollerano il confinamento a un ruolo esclusivamente di cura della casa e della famiglia. E i progetti di empowerment femminile e agricoltura sostenibile, portati avanti da donne resilienti e resistenti e appoggiati da UAWC, ne sono un chiaro esempio.

Non ci sarà mai libera terra senza libere donne.

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