Eppur si muove…

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 Vigneti terrazzati e la Cantina Cremisan

di Stefano Cimicchi

Google toglie dalla sua home page la scritta “territori palestinesi” e la sostituisce con la più semplice e pratica scritta “Palestina”. Non sarà molto ma è pur sempre un fatto che dimostra una tendenza, speriamo, inevitabile. Amer mi scrive annunciando la notizia e tenta di convincermi che, in fondo, i palestinesi hanno sempre anticipato i movimenti che poi sono cresciuti in medio oriente e in nord Africa.

Hamas è un fenomeno che anticipa la primavera araba e la ascesa dei fratelli mussulmani? Forse ma la matrice è quella e non si tratta di un progresso per il popolo arabo cosi come dimostrano le modificazioni inflitte alla costituzione egiziana e l’attacco alle libertà civili con particolare riguardo a quelle delle donne.

Certo, la leadership palestinese ne esce molto indebolita mentre Israele legalizza altri “insediamenti” in Cisgiordania e mette sotto controllo l’area con il sistema di difesa “iron dome”. I “quattro cantoni”, tranne Gaza, molto frastagliati e senza continuità territoriale, sono dei simulacri che tengono in vita una idea di Stato solamente perché la fede è più forte della fiducia.

Obama ha esortato gli israeliani a “mettersi  nelle scarpe e negli occhi dei palestinesi” per capire che cosa si può provare in una situazione simile.

Ma perché gli israeliani non lo capiscono? Perché i palestinesi non si rassegnano?

Nei giorni scorsi un gruppo di operai della fattoria e della cantina dei salesiani di Cremisan hanno visitato alcune cantine vitivinicole nell’orvietano e qui hanno incontrato operatori e donatori, parlato e discusso con loro confrontando le rispettive situazioni e prospettive. Delle nove unità presenti sei erano cristiani (dei quali tre ortodossi) e tre erano musulmani. Nessun problema se questi ultimi non bevevano vino. Il più anziano di loro è uno dei più grandi intenditori di vino anche se lo annusa soltanto!

Grande rispetto e grande passione per il proprio lavoro. Sono tutti con famiglia numerosa a carico e lavorano da anni con i salesiani. Alcuni sono di Bethelehm, altri di Bet Jala e alcuni di un villaggio (Wallage) che sta proprio sopra Cremisan e sta per essere “chiuso” (si chiuso!) dentro un nuovo muro che dovrebbe mettere in sicurezza definitiva Gilo (insediamento ebraico della “Grande Gerusalemme”).

Il caso ha voluto che in una delle conviviali che hanno caratterizzato la loro visita ci sia stato l’incontro con una coppia di coniugi americani di Buffalo. Tutta la comitiva fatta di italiani, americani e palestinesi ha parlato di tutti i problemi senza “rete”. Noi eravamo interessati a conoscere le loro impressioni sulla loro visita e gli americani volevano capire meglio la loro situazione, della quale avevano sentito molto parlare ma senza conoscere i particolari. Si sa come funziona l’informazione ma se uno non si reca sul posto non può capire cosa sia il “muro”. Alcuni fanno finta di non capire naturalmente!

Il bello è venuto a un certo punto quando con estrema naturalezza quello che tra i palestinesi parlava quasi fosse un portavoce, ha preso la parola e ha detto questa frase: “”qui è molto bello e le vostre cantine sono all’avanguardia. Il vostro vino è buono e noi stiamo cercando di imitare il vostro cammino ma io sono nato a Wallage, in Palestina; lì è nato mio padre e mio nonno. I miei figli pure sono nati in quel villaggio e io continuerò a vivere lì anche se mi dovessero mettere un muro anche sotto e sopra”.

È scoppiata una risata generale e un applauso commosso. Gli americani sono rimasti colpiti da questa sincerità e dalla simpatia che stimolavano questi signori per niente impacciati.

Tutti sanno del muro di Cremisan e io mi domando se non ci sia, oggi, qualcosa di “stupido” nel continuare questa opera mentre, forse, il clima sta cambiando e quando in quell’area (tra Bethlehem e Gilo!) la partita della sicurezza sembra realmente chiusa. È vero che c’è il tunnel sotto Beit Jala che è ancora in territorio palestinese ma quello è già protetto da un spettacolare “merletto”!

Forse è un inutile atto di violenza su di un territorio già ampiamente segnato da questa matita terribile rappresentata dal “muro”. Cremisan rappresenta un esempio di come si fa una politica di sviluppo territoriale partendo dalle risorse della terra e dalle tradizioni, quella del vino e dell’olio, che non si sono mai interrotte nel corso dei secoli.

Una interessante collaborazione tra Iasma di San Michele all’Adige e Università Agraria di Hebron ha dato vita a una sperimentazione che ha permesso di vinificare uve autoctone che sembravano perse nella notte dei tempi. L’enologo Riccardo Cotarella e la sua  squadra di tecnici insieme ai ragazzi palestinesi che hanno studiato in Italia hanno fatto il resto.

Certo il problema è il muro in generale e non il pezzetto di Cremisan ma… perché perdere  la speranza di un ritorno alla “normalità”. Ragioniamo!

Non siamo ciechi e sordi e non dimentichiamo gli errori commessi dalle leadership palestinesi (molti autogoal!), la stupidità di un terrorismo antistorico perché a guerra persa e dopo che gli stessi baschi e irlandesi avevano deposto le armi.

Il presidente del Trentino Alto Adige in una recente visita in Palestina ha proposto il modello italiano per risolvere la questione palestinese. A vedere la situazione sul terreno sembrerebbe una battuta neanche di buon gusto ma se i palestinesi spiazzassero tutto il mondo dichiarando la fine unilaterale dello scontro, riconoscendo Israele. Spiazzerebbero innanzitutto lo Stato ebraico e finirebbero di essere carne da macello a vantaggio di chi vuole tenere instabile il medio oriente.

Gli USA hanno trovato un insolito alleato nel Qatar per mandare avanti il processo di pace e la visita di Obama non è stata del tutto inutile se è vero che ha permesso alla Turchia e Israele di fare la  pace tra loro sia pur con “solidi” motivi alla base di questa nuova amicizia.

Ho avuto la fortuna di frequentare, qualche anno fa, il Rettore della università palestinese di Al Quds, Sari Nusseibeh. Egli mi domandava spesso cosa avrebbero dovuto fare, secondo me, i palestinesi. Io rispondevo che “dovevano fare come fecero i palestinesi nel ’48 quando si resero conto che se avessero continuato a vendere  le case e a rispondere alle provocazioni non sarebbe rimasto più nessuno nella città vecchia (Karen Armstrong del suo libro intitolato Gerusalemme Storia di una città tra ebraismo, cristianesimo e Islam).

Siete grandi imprenditori e commercianti, la grande parte di voi è laureata nelle migliori università del mondo e se dichiarate la pace unilateralmente e la non violenza come pratica politica in quattro e quattr’otto siete al pari degli israeliani. Tanto la guerra l’avete persa e per il mondo, soprattutto quello arabo, siete solo un impiccio ai loro affair”.

Pensavo di aver detto qualche fesseria un po’ ingenua anche se Sari mi dimostrava grande comprensione.

Poi ho letto il Suo bel libro intitolato  “C’era una volta un paese!” dove egli narra le sue vicissitudini con la leadership palestinese e con i militanti più oltranzisti.

Forse non mi ero sbagliato! In fondo non è vero che nulla si muove, basta guardare quello che sta succedendo in Israele con l’afflusso delle “donne di servizio” filippine”. Esse tendono a ricongiungersi con il resto del nucleo familiare e poi insieme a loro arriva anche il clero e tutta la organizzazione sociale tipica di un popolo profondamente cattolico. A Jaffa c’è la Parrocchia di San Pietro ma dentro Tel Aviv chi avrebbe mai pensato di realizzare una presenza “cristiana” come sta invece avvenendo?

Voci dal Vicino Oriente

NEWSLETTER a cura della Fondazione Giovanni Paolo II onlus

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