Erdogan, tra il dire e il fare

13/09/2011

Il premier turco osannato in Egitto, prima di andare in Libia e Tunisia, mentre resta tesa la situazione con Israele

Lo hanno già ribattezzato Eroe d’Egitto, senza alcun intento ironico. La stampa egiziana sottolinea il clima di trionfo che accompagna la visita ufficiale del premier turco Erdogan in Egitto. All’aeroporto un bagno di folla, si può scommettere che sarà così fino al 15 settembre, dopo le tappe in Libia e Tunisia.

Chissà se il convoglio del primo ministro di Ankara è passato davanti alle macerie dell’ambasciata israeliana al Cairo, assaltata da dimostranti inferociti il 9 settembre scorso. Chissà, soprattutto, se Erdogan avrebbe spento i tizzoni ardenti, o alimentato le fiamme sotto la cenere. Difficile dirlo, perché le parole di Erdogan – quasi sempre – sono di fuoco. Le sue azioni lo sono molto meno.

Puntuale è arrivata la dichiarazione di sostegno all’indipendenza palestinese, in agenda alle Nazioni Unite per il 20 settembre. Ormai è evidente: Erdogan in questa fase sta parlando alle opinioni pubbliche arabe e islamiche. L’Unione Europea, per anni, ha tenuto fuori dalla porta i turchi, troppe promesse, troppi rinvii. Meglio essere un partner debole dell’asfittico ensamble di Bruxelles, o un Paese leader di un mondo povero, certo, ma che sta ridisegnando se stesso a colpi di rivoluzione? La risposta è scontata, come lo strumento diplomatico per ottenerla. La causa palestinese. Ci hanno provato tutti, in passato, con il presidente iraniano Ahmadinejad buon ultimo. Tanto le parole non costano nulla e rendono molto in termini politici.

Perché poi, quando si parla di fatti, Erdogan sa bene con chi vuole stare. Non a caso ha espulso l’ambasciatore israeliano da Ankara, ha sospeso i trattati di cooperazione militare con Israele, ma non ha nemmeno accennato a sanzioni economiche, che toccherebbero quel volume di scambi commerciali tra Turchia e Israele, quantificato in quattro miliardi di dollari all’anno. Il consenso il politica estera è un conto, quello interno è un altro. E non a caso Erdogan, nel suo giro nel Nord Africa del grande cambiamento, è accompagnato da ben 170 imprenditori. Perché il ‘neo-ottomanesimo’, come viene chiamato l’atteggiamento turco dell’era Erdogan, si basa in primis su quella classe media capace di fornire prestazioni di alto livello, che hanno contribuito a una crescita dell’8,8 percento del Pil turco.

Le parole pesano come pietre, ma si ripongono in tasca in un baleno. Palestina, certo, con tanto di scorta armata a convogli umanitari diretti a Gaza. Solo che, nel suo tour, Erdogan alla fine a Gaza non ci va. Ufficialmente per motivi organizzativi, più probabilmente perché la corda la può e la vuole tirare fino a un certo punto. Per ulteriori chiarimenti chiedere a tutti i volontari della Freedom Flotilla dell’ultima iniziativa, per i quali la Turchia non ha mosso un dito. Anzi, ha rifiutato di fornire i porti necessari, bloccando i volontari in Grecia.

Nessuno può immaginare cosa succederà nei prossimi mesi, ma sembra davvero lampante che la strategia di Erdogan è volta a un uso strumentale della tensione con Israele, finalizzata solo a rafforzare il ruolo politico ed economico della Turchia nei paesi arabi e islamici, finalizzando tutto a un maggior valore sul ‘mercato’ politico internazionale. Un gioco pericoloso, sicuro. Ma Erdogan è abituato a scherzare con il fuoco.

Christian Elia

http://it.peacereporter.net/articolo/30427/Erdogan%2C+tra+il+dire+e+il+fare

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