Eritrea 1: Dal paese senza diritti ai campi di tortura

ERITREA Marzo – 2014

 Dossier

2014: fuga dall’Eritrea
Prigione a cielo aperto 

 
Asmara, Chiesa ortodossa, donna sulla porta principale
 

Venti anni fa l’Eritrea diventa il cinquantatreesimo stato dell’Africa. Dopo una lunga guerra d’indipendenza dall’Etiopia. Le speranze sono tante. C’è il fermento di una nascita, un popolo che anela un futuro di libertà e autodeterminazione. Ma ben presto il regime dell’ex guerrigliero Isaias Afewerki diventa il più duro e repressivo del continente. Ogni libertà è negata. Anche quella fisica. Solo una ristrettissima élite politica e militare può fare tutto ciò che vuole. E controlla il paese. Così i giovani iniziano a fuggire, e padri e madri vogliono portare i propri bambini lontano dalla «prigione a cielo aperto».

Ma il diavolo è anche oltre confine. Nasce e fiorisce un lucrosissimo commercio di «carne umana». Bambine, bambini, donne, uomini in fuga dal regime sono rapiti, poi venduti e rivenduti. Fino ad arrivare nei «campi di tortura» nel Sinai, e altrove. Qui subiscono trattamenti «disumanizzanti». Perché tutto questo? Per soldi. Un giro d’affari di 622 milioni di euro dal 2009 a oggi. Nel silenzio quasi assoluto dei mezzi di informazione e dei governi del mondo. Non fa audience, non fa spettacolo. Neppure quando i sopravvissuti al traffico muoiono a un passo dalla terra promessa: l’Europa.

Marco Bello


Perché oggi si fugge dall’Eritrea
Giovane paese senza diritti

Nel 1993 l’Eritrea festeggia l’indipendenza dall’Etiopia. Ma il suo regime si trasforma nella più feroce dittatura del continente. Un’intera generazione è piegata e senza speranze. Meglio tentare la fuga, anche se ad alto rischio.

«La dittatura ci toglie anche l’aria», è questa la frase che si sente ripetere più spesso dai ragazzi eritrei che arrivano sulle nostre coste. E niente come questa espressione racconta meglio l’Eritrea, un paese tenuto in ostaggio da un presidente-padrone, Isaias Afewerki, che l’ha trasformato in una sorta di carcere a cielo aperto.

I prodromi

Colonia italiana dal 1899 al 1941 (ma il primo insediamento italiano ad Assab risale al 1869), diventa quindi protettorato britannico e poi regione federata all’Etiopia, alla quale viene annessa nel 1962. Già nel 1961 però il Fronte di liberazione eritreo (Elf) rivendica l’indipendenza e dà il via alla guerra di liberazione che durerà fino al 1991. Negli anni Sessanta il movimento indipendentista si spacca e un gruppo di suoi membri dà vita al Fronte popolare di liberazione eritreo (Eplf), di impronta socialista. In pochi anni l’Eplf acquisisce forza (anche grazie all’aiuto dei paesi socialisti) e, nel 1982, affronta e sconfigge sul campo l’Elf.

Nel 1991, il regime etiope di Menghistu cade e Meles Zenawi, divenuto presidente dell’Etiopia, dà l’assenso a un referendum per l’autodeterminazione dell’Eritrea. Nella consultazione gli eritrei votano per il di- stacco dall’Etiopia. Così, il 24 maggio 1993 il paese diventa indipendente. È in questi anni che Isaias Afeworki, il capo carismatico dell’Eplf, emerge come leader indiscusso. Sono in molti a pensare che sia l’uomo adatto per aprire una stagione di democrazia e prosperità per il piccolo paese sul Mar Rosso. In realtà, Isaias è un capo guerrigliero poco incline ai metodi democratici che ha gestito con pugno di ferro l’Eplf: nessuna pietà per i nemici, intransigente con gli oppositori interni. Quando diventa capo dello Stato non cambia atteggiamento.

Verso la dittatura

Nei primi anni dopo l’indipendenza, l’Eplf si trasforma in Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Pfdj) e, tra il 1994 e il 1997, dà vita a piccole riforme. Il governo promette anche di promulgare una Costituzione democratica e multipartitica.

Nel 1997 il testo della carta è pronto, però non entra in vigore e non vengono neppure indette elezioni. Isaias, si autonomina capo dello stato e comandante supremo delle forze armate, centralizza i processi decisionali. Il Pfdj diventa l’unico partito ammesso, i suoi membri devono assicurare fedeltà assoluta al presidente il quale, a sua volta, utilizza gli iscritti al partito per controllare ogni snodo vitale dello stato. Anche il sistema giudiziario viene smantellato. I giudici non sono indipendenti e decidono non in base ai codici (che esistono), ma in base ai decreti presidenziali. Nel 1996 nasce la Corte speciale, un tribunale composto da militari che giudicano in udienze segrete e con criteri «politici» chiunque osi criticare
il regime.

Tutte le forme di dissenso vengono duramente represse. Il caso più eclatante (e conosciuto) è l’arresto avvenuto il 18 settembre 2001 di un gruppo di ministri e funzionari, rei di aver chiesto l’applicazione della Costituzione e delle libertà politiche e civili. Tra essi eroi della guerra di liberazione dell’Etiopia, amici e compagni di Isaias, come Petros Solomon (capo dell’intelligence, poi ministro degli Esteri e, infine, ministro delle Risorse marittime), Hailè Woldensaye (ministro degli Esteri), Mohamud Ahmed Sharifo (ministro dell’Interno), Ogbe Abraha (Capo di stato maggiore). Di loro non si saprà più nulla.

Secondo Amnesty International, il governo del presidente Isaias Afewerki ricorre «sistematicamente ad arresti e detenzioni arbitrarie per reprimere tutta l’opposizione, mettere a tacere i dissidenti, e punire chiunque si rifiuti di accettare il sistema repressivo. Migliaia di prigionieri politici e di coscienza sono scomparsi mentre erano detenuti in segreto e in isolamento, senza accusa né processo e senza avere contatti con il mondo esterno. Tra i detenuti ci sono oppositori e critici – reali o sospetti – del governo, politici, giornalisti, membri di gruppi religiosi registrati e non, persone che cercavano di sfuggire o disertare il servizio nazionale obbligatorio a tempo indeterminato o di scappare dal paese».

Chiese e giornalisti

Nella classifica sulla libertà di stampa stilata ogni anno dall’organizzazione Reporter senza Frontiere, l’Eritrea è all’ultimo posto. Nel paese non esistono media indipendenti. Televisione e giornali sono di proprietà dello stato e anche i servers che permettono il collegamento all’Internet sono rigidamente controllati dall’autorità statale.

Il regime non si accanisce solo contro oppositori e giornalisti. Come molte dittature, non tollera un ruolo attivo delle fedi. A partire dai copti ortodossi, la Chiesa maggioritaria. Nei primi anni dall’indipendenza, ai copti viene garantita una certa autonomia di azione, ma quando abuna Antonio, un prelato critico nei confronti della deriva dittatoriale, viene nominato Patriarca, il regime reagisce. Dopo varie intimidazioni, nel 2005 abuna Antonio viene deposto, arrestato e sostituito con abuna Dioscoro. Anche l’Islam, pur essendo una delle confessioni ammesse dallo stato (oltre alla Chiesa copta, a quelle cattolica e luterana), sta conoscendo continue persecuzioni. Il regime si accanisce in particolare contro i musulmani wahabiti, sospettati di avere contatti con le formazioni fondamentaliste e dell’opposizione eritrea all’estero. La Chiesa cattolica, che nel paese conta quattro diocesi, non è indenne dalla repressione. Il governo non vede di buon occhio un’organizzazione religiosa che opera nel settore sociale e tenta, in tutti i modi, di limitarne i campi di azione. I missionari sono stati espulsi e il clero eritreo rimasto, oltre a dover adempiere agli obblighi di leva, subisce controlli e vessazioni continue. Le confessioni più perseguitate sono però quelle non riconosciute: testimoni di Geova, pentecostali, ecc. Secondo Amnesty attualmente sarebbero detenuti 1.750 musulmani e cristiani di Chiese non riconosciute senza alcuna accusa.

Un paese in grigioverde

Solo le forze armate, come osserva il rapporto di International Crisis Group dal titolo Eritrea: Scenarios for Future Transition (2013), mantengono un certo grado di autonomia, poiché Isaias fa perno sui militari per gestire la nazione: il paese infatti è diviso in cinque regioni, ciascuna retta da un generale con pieni poteri sul territorio di competenza che risponde solo al presidente. Per assicurarsi la fedeltà dei militari, Isaias garantisce loro privilegi economici e materiali e tollera alti livelli di corruzione. Anche se è proprio in seno all’esercito che è nato il misterioso tentativo di golpe del 21 gennaio 2013 culminato con l’occupazione del ministero dell’Informazione e poi subito rientrato.

Da anni Isaias continua a giustificare il mancato passaggio a un sistema democratico con il permanere dello stato di guerra. Il dittatore si è infatti circondato di nemici. Nel 1999, a soli cinque anni dall’indipendenza, è scoppiata una nuova guerra contro l’Etiopia per dispute di confine che ha fatto decine di migliaia di morti. Ufficialmente le ostilità sono cessate nel 2000, ma i due paesi vivono una situazione di tensione latente. Negli anni successivi l’Eritrea ha poi avuto scontri con il Sudan, accusato di sostenere le milizie islamiche eritree, e con Gibuti, per questioni di confine.

Per sostenere questo interventismo, Isaias ha dato vita a un servizio militare a tempo indeterminato. Ragazzi e ragazze vengono arruolati a 17 anni e non conoscono la data del loro congedo. La leva permette di controllare le nuove generazioni e di fornire manodopera gratuita nella costruzione delle infrastrutture pubbliche. Le testimonianze dei giovani denunciano una disciplina dura, vessazioni da parte degli ufficiali e, soprattutto, l’impossibilità di continuare gli studi.

Questo sistema di arruolamento sta drenando le migliori risorse del paese che si sta gradualmente impoverendo. Oggi più del 50% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà. Di fronte a un regime così duro e intransigente, molti eritrei fuggono. Oggi la diaspora conta circa un milione e mezzo di persone, quasi un quarto dell’intera popolazione eritrea. Una cifra enorme se pensiamo che «solo» un sesto dei somali si sono rifugiati all’estero, nonostante la Somalia sia un paese che vive da più di vent’anni una terribile guerra civile.

Enrico Casale

Eritrea 1: Dal paese senza diritti ai campi di tortura

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