Eritrea 3: Inferno Sinai

ERITREA Marzo – 2014

Dossier

Storie sconvolgenti di migrazione e mercanti di carne umana.


In questa storia la realtà supera la fantasia più perversa di un film dell’orrore. Donne, uomini, bambine, bambini sono rapiti, venduti, torturati. Molti muoiono. Nel silenzio internazionale. Eppure i dati ci sono, le testimonianze pure. Qualche associazione combatte per salvarne alcuni. E far conoscere le loro storie.

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Il naufragio dei migranti a Lampedusa, il 3 ottobre 2013, con i suoi 396 morti, ha commosso l’Italia. Molti di loro erano eritrei. Ma per quasi tutti quello era solo l’ultimo passaggio di un viaggio terribile iniziato nel loro paese. Un percorso che ha avuto una tappa dolorosa nei «campi di tortura» del Sinai. Dai quali molti altri non sono usciti vivi.

Piccolo migrante

«Ho 11 anni e vivo al Cairo. Non sono egiziano. Non ho né papà né mamma qui. Vivo con mio fratello di 8 anni e le mie sorelle di 13 e 15 anni. Eravamo insieme nel campo di tortura. Ah sì, c’è anche il mio fratello maggiore con noi. Nel mio paese devi fare l’ultimo anno di scuola al servizio militare. Se non vai ti vengono a prendere. Ma i miei genitori avevano sentito brutte cose sul servizio. Così mio padre decise di portarci via, in un luogo sicuro.

Lasciammo mia madre e partimmo nascosti dietro a un pick up. Arrivammo in un altro paese. Non capivo la lingua, ma c’erano molte persone del mio paese. Mio padre andò in una grande città. Ci avrebbe aiutati da laggiù. Quando fummo soli nel campo vennero alcuni uomini e ci obbligarono a partire con loro. Eravamo di nuovo su un’auto e fu un viaggio molto lungo. Il mio fratello maggiore ci disse di stare nella macchina, così non ci avrebbero uccisi. Lui sarebbe scappato per cercare aiuto. Penso che sarebbe stato meglio se fossimo scappati tutti. Nel luogo in cui arrivammo ci picchiarono e ci fecero molto male. Eravamo tutti doloranti. Fecero delle cose con le mie sorelle, ma non posso parlare di questo. Alla fine non potevo neppure piangere, ero troppo stanco.

Poi, un giorno, ci dissero di andare. Mio fratello ci aspettava al Cairo. Si era procurato molto denaro.

Qui adesso abbiamo diversi problemi. Non abbiamo un buon posto dove stare e la gente è sempre arrabbiata con noi. Vengono e prendono le nostre cose.

Abbiamo parlato con mio padre al telefono e ci ha detto di essere coraggiosi. Gli ho chiesto perché non può venire. Mi ha detto che ci vuole tempo per i documenti.  Non capisco, voglio vederlo.

Ho parlato anche con mia madre. Ringraziava Dio che mi stava parlando. Non so perché fosse così contenta. Voglio andare a casa».

Nella rete dei mercanti di uomini

Eritrea. Paese definito «Una grande prigione a cielo aperto», dalla quale tutti cercano di scappare. E sono infatti in maggioranza eritrei coloro che, lasciato il paese a rischio della vita, finiscono nella rete dei trafficanti di esseri umani, venendo venduti da un gruppo all’altro fino ad arrivare nel Sinai. Qui si trovano i «campi di tortura» vergogna dell’umanità.

Quella riportata sopra è solo una delle terribili testimonianze raccolte nel rapporto The human trafficking Cycle: Sinai and Beyond realizzato da due ricercatrici olandesi e da una giornalista eritrea (vedi box). Il rapporto  descrive i meccanismi del traffico, le persone implicate, i luoghi, i numeri. Il 3 dicembre scorso è finito sul tavolo di Cecilia Malmström, commissario europeo per gli Affari interni, e una settimana dopo è stato presentato alla Camera dei deputati a Roma.

I numeri del business dei mercanti di uomini sono impensabili. Il rapporto calcola in 25-30.000 le persone trafficate dal 2009 a oggi, con un «giro d’affari», perché di affari si tratta, dovuto ai riscatti, di oltre 622 milioni di dollari. Ma circa il 25% di chi è finito nei campi di tortura del Sinai non ce l’ha fatta, e sarebbero 5-10.000 persone uccise o morte di torture e maltrattamenti nel periodo considerato. La lista di torture inflitte secondo le testimonianze è agghiacciante. «La mercificazione dell’essere umano, dell’ostaggio, si ottiene anche con atti di violenza che lo “spogliano delle sue qualità umane”» scrivono le ricercatrici.

Un passo indietro

«Negli ultimi 13 anni in Eritrea non è cambiato nulla. È un paese completamente militarizzato che non dà spazio, soprattutto ai giovani che possono sognare un futuro diverso da quello che il regime ha prospettato per loro, ovvero la vita militare fino a 50 anni. L’assenza totale di una prospettiva diversa, di una possibilità di realizzare i propri sogni, come poter continuare gli studi o lavorare dove si desidera, è inaccettabile. In aggiunta c’è totale assenza di qualsiasi libertà, di qualsiasi diritto. I giovani non vogliono essere trattati da schiavi di fatto, perché il servizio militare è diventato una schiavitù legalizzata. Ecco perché fuggono, vogliono avere un futuro diverso, senza rischiare la vita ogni giorno per qualcosa in cui non credono più». Chi parla è don Mussie Zerai, responsabile della pastorale degli immigrati eritrei ed etiopi in Svizzera e fondatore della Ong Agenzia Habeshia (vedi box). Don Zerai, che vive tra Roma e la Svizzera, è diventato un riferimento per i migranti eritrei, che gli telefonano dalle situazioni più difficili.

L’inizio della «via del Sinai»

«I primi a contattarci sono state persone respinte dall’Italia verso la Libia. Era il 2009, l’epoca dei respingimenti. Quei migranti avevano cercato un altro percorso, volevano passare da Israele, e sono stati i primi a essere sequestrati nel Sinai. Erano un’ottantina. Quando, sotto tortura, hanno detto loro di chiamare i famigliari per il riscatto, hanno chiamato me, perché eravamo in contatto quando erano in Libia. Così abbiamo scoperto un traffico immane: in quel periodo c’erano più di 1.500 ostaggi in quella zona». I prigionieri sono incatenati nei sotterranei di ville e case delle città del Nord del Sinai, Al Arish, Al Rafah e altre. Qui avvengono violenze, stupri di gruppo e torture. Queste prigioni sono spesso costruite con i soldi del traffico.

«Abbiamo cercato di aiutare le famiglie di quei sequestrati, per salvare soprattutto donne e ragazzine incinte, o che rischiavano di essere vendute nei paesi arabi e finire nel giro della prostituzione o usate come schiave. Abbiamo raccolto fondi ma le richieste sono presto aumentate da 8.000 a 40-50.000 dollari a persona (da 6.000 a 40.000 euro, ndr). Abbiamo aiutato una quarantina di persone a salvarsi.  Ci ha dato una mano anche un beduino contrario al traffico, che di notte faceva fuggire gli ostaggi e noi pagavamo loro il trasporto».

Ma come inizia il terribile viaggio del migrante eritreo? «È una catena che parte dall’Eritrea, al confine con il Sudan, nella regione di Kassala: il primo sequestro avviene lì. Se paghi immediatamente e sei fortunato, ti rilasciano e puoi continuare verso Khartum, se invece non puoi pagare, ma talvolta anche se paghi, ti vendono ad altri gruppi, così il viaggio prosegue verso l’Egitto» continua don Zerai.

Molti rapimenti avvengono nei tre campi profughi di Shagarab, nella provincia di Kassala. L’Unhcr ha registrato 114.500 rifugiati eritrei in Sudan. Senza contare quelli non registrati. Per arrivare lì i migranti hanno già dovuto pagare 2-3.000 dollari ai «contrabbandieri» di esseri umani per farsi portare fuori dall’Eritrea. Altri vengono rapiti nei campi profughi in Etiopia, dove sono presenti oltre 70.000 eritrei.

Ma il rapporto delle ricercatrici racconta anche di sequestri avvenuti  in territorio eritreo, nelle città di confine, come Teseney e Golij, e addirittura in capitale, ad Asmara. Spesso i sequestri di giovani avvengono negli stessi campi militari eritrei e sono auto ufficiali a portarli oltre confine. Nell’ottobre 2013 si sono verificati 211 rapimenti di minori nel campo militare Sawa, per ognuno dei quali è stato richiesto un riscatto di 10.000 dollari. Racconta don Zerai: «Stando alle testimonianze di molti ragazzi ci sono militari eritrei coinvolti negli attraversamenti dei confini: basta pagare e vieni accompagnato con auto di stato fino alla frontiera, in alcuni casi addirittura in territorio sudanese. C’è un business, e qualcuno dei pezzi grossi militari ci sta guadagnando. Questa migrazione, inoltre, viene usata come valvola di sfogo dal regime: tenere tutti i giovani in casa senza cambiamento e prospettive si rischierebbero delle rivolte, come le primavere arabe in Nord Africa».

Esseri umani contro esseri umani

Elementi dell’Unità di controllo dei confini (Border surveillance unit, Bsu) sono coinvolti nel «contrabbando» di persone. I rapporti di monitoraggio delle Nazioni Unite citano il coinvolgimento del governo eritreo e di alti ufficiali nel traffico. In particolare il generale Teklai Kifle (detto Manjus), comandante della Bsu, e il colonnello Fitsum Yishak sono stati identificati dalle Nazioni Unite come i vertici del traffico in Eritrea.

In Sudan i trafficanti sono elementi delle tribù Rashaida e Hidarib, spesso accompagnati da loschi individui eritrei. Queste tribù sono imparentate a livello linguistico ed etnico con i beduini del Sinai ed è con loro che è nata l’intesa per il traffico. I Rashaida rapiscono i migranti eritrei in Sudan (anche dentro i campi profughi gestiti dall’Unhcr) e li trasportano in Egitto dove li vendono ad altri gruppi che li portano nelle prigioni clandestine (i campi di tortura) nel Sinai. Qui i beduini applicano le torture più atroci e obbligano i prigionieri a chiamare parenti e amici per chiedere di mandare i soldi del riscatto. I trasferimenti avvengono tramite Money Transfer verso intermediari in paesi terzi (ad esempio Arabia Saudita) senza alcuna tracciabilità. Nonostante il pagamento talvolta i prigionieri non vengono liberati, ma venduti ad altri trafficanti. Gli ostaggi liberati cercano di andare verso la Libia e poi tentano di attraversare il Mediterraneo con i barconi. Come molti dei morti del 3 ottobre. Altri ancora vanno verso l’Etiopia. In alcuni casi il riscatto viene pagato dai parenti direttamente in Eritrea, e questo fa pensare a coperture altolocate, in un paese dove nulla si muove senza che i servizi segreti lo sappiano.

Negli ultimi mesi del 2013 l’Egitto ha bombardato la zona dei campi di tortura per questioni di sicurezza con Israele. Questo ha fatto sì che alcuni trafficanti li spostassero altrove: «Le nuove “prigioni” sono a Sud dell’Egitto, nel triangolo Libia, Egitto, Sudan ma anche verso il Ciad. I testimoni ci dicono che sono passati di lì, da quell’inferno. Tenuti in container roventi dove venivano torturati per richiedere il riscatto con il solito sistema. Se non paghi ti vendono verso il Ciad. A novembre un somalo è stato arrestato a Lampedusa perché riconosciuto dagli eritrei come collaboratore dei trafficanti che li tenevano prigionieri. Lui li picchiava e abusava delle donne. E questo avveniva al confine Libia-Ciad. Adesso hanno vari punti di prigionia, anche verso il Niger. In Sinai i campi di tortura continuano a funzionare, ma non più come prima». «Sono circa 400 gli eritrei tenuti in ostaggio, oggi in Sinai. Alcuni sono incatenati nelle cantine delle case dei beduini, altri in case e altri ancora in tende nel deserto, ma è difficile localizzarli con esattezza. I metodi di tortura sono sempre gli stessi». Chi parla è Meron Estefanos, giovane giornalista eritrea che ha curato il rapporto citato insieme alle due ricercatrici olandesi.

Perché eritrei?

Il traffico pare molto più redditizio con gli eritrei che con etiopi, somali, sudanesi. Si stima che il 95% degli ostaggi in Sinai siano eritrei. Questo è dovuto a diversi fattori. Intanto la fuga di massa dal paese. Sono circa 5.000 gli eritrei che lasciano il paese ogni mese (4.000 per Unhcr). In secondo luogo i legami famigliari e sociali in Eritrea sono molto forti e la famiglia rimasta in patria mobilita interi villaggi per racimolare i soldi del riscatto. Vengono poi presi di mira figli e parenti di eritrei della diaspora, per la maggiore
disponibilità economica. Molte vittime del traffico sono minori, si contano anche bambini e bambine
piccoli e molti adolescenti in fuga dal servizio militare eritreo. Le ragazzine subiscono i traumi maggiori e spesso restano incinte.

La lotta al traffico di esseri umani non sembra essere prioritaria per i paesi di transito. «Non si può fare affidamento sui governi di Sudan ed Egitto, perché il
sistema è totalmente corrotto». Nel 2010 e 2011 l’Ong di don Zerai raccoglieva indicazioni precise sulle localizzazioni delle prigioni clandestine e le segnalavano alla polizia egiziana: «I militari sapevano dove stavano le prigioni clandestine ma non intervenivano, erano spesso a libro paga dei trafficanti. Inoltre questi ultimi sono molto armati, ed è successo che assaltassero le stazioni di polizia per prendere gli eritrei, profughi arrestati dai militari egiziani mentre cercavano di attraversare illegalmente la frontiera con Israele».

«Gli interessi militari egiziani in Sinai – continua Meron Estefanos – riguardano solo la caccia agli islamisti. Molte case prigioni sono state distrutte e 150 eritrei liberati. Purtroppo gli stessi sono stati poi arrestati dalla polizia egiziana. Il Sudan sta facendo molte promesse di lotta al traffico, ma esso è invece in forte aumento nel paese».

Deboli le voci di Ue e Italia

L’Unione europea e l’Italia non sembrano intervenire. Continua don Zerai: «È dal 2010 che bussiamo alla porta della Ue. All’inizio fecero una risoluzione affinché le autorità egiziane intervenissero contro questi campi di tortura nel loro territorio, ma l’Egitto negava l’esistenza del problema, anzi ci accusava di denigrare l’immagine del paese. Poi ha riconosciuto i fatti, quando Cnn e Bbc hanno documentato corpi martoriati e ferite dei sopravvissuti del Sinai, ma non ha fatto niente. Non vediamo i risultati delle pressioni diplomatiche della Ue. Anche in Italia è lo stesso: ci hanno promesso una commissione d’inchiesta sull’Eritrea. Ma, finora, è una delusione». Rincara Meron: «Non abbiamo avuto reazioni né dalla Ue né dall’Italia. L’unica notizia positiva è che la Svezia, a fine dicembre, ha dato asilo a 54 donne e un bimbo vittime del traffico in Sinai».

L’Italia è uno dei paesi che continua a mantenere contatti con il regime Afewerki. Denuncia ancora don Zerai: «Ue e Usa chiedono all’Italia di non rompere le relazioni, per essere un canale di contatto. Ma secondo quello che ci dicono alla Farnesina (ministero degli Esteri italiano, ndr) il rapporto è piuttosto conflittuale. Poi ci sono degli affari loschi tra i due paesi. L’ultimo rapporto dell’inviato speciale dell’Onu accusa l’Italia di aver violato l’embargo sulle armi. Ci sono state vendite strane da parte di aziende e personaggi italiani all’Eritrea. Inoltre, i pezzi grossi del regime sono di casa in Italia quando invece non dovrebbero ricevere i visti. Questo rapporto non è ancora approvato, perché uno dei paesi che ha messo il veto è l’Italia».

Marco Bello

       La testimone
Interviste che lasciano il segno

«Quello che è duro in questo lavoro è parlare con gli ostaggi, l’attaccamento con loro. Diventano parte della mia famiglia. Sono molto colpita quando qualcuno con cui ho parlato muore. O quando magari sono io che devo comunicarlo alla famiglia. Una donna alla quale mi ero legata morì, e questo mi toccò moltissimo. Piango sempre quando sento il suo nome. Lei era stata rapita con suo figlio ed è stato difficile per me accettare la sua morte. Adesso sto cercando di adottare il suo bimbo. In questo senso la parte più dura del lavoro sono le loro storie. Continuerò a monitorare il traffico finché non finirà».

Meron Estefanos

Meron Estefanos è una giovane giornalista eritrea che vive in Svezia. Attivista dei diritti umani, fin dall’inizio ha lavorato sul traffico di esseri umani in Sinai. È coautrice di Human trafficking in the Sinai: refugees between life and death, e di The human trafficking cycle: Sinai and beyond, insieme a Mirjiam van Reisen e Conny Rijken (entrambe docenti alla Tilburg University, Paesi Bassi) e di numerosi articoli. Meron è cofondatrice della International Commission on Eritrean Refugees in Stoccolma e nel 2011 ha ricevuto il Dawit Isaac Award.

       L’Ong Agenzia Habeshia
Una goccia di solidarietà

L’associazione fondata da don Mussie Zerai si chiama Agenzia Habeshia. È costituita da eritrei e italiani. Oltre alla missione di informare, fare conoscere le traversie dei migranti eritrei e la situazione dei diritti in patria, l’associazione è diventata riferimento per rifugiati e richiedenti asilo.

Dopo aver aiutato a salvarsi diversi migranti finiti nella rete dei trafficanti del Sinai, oggi concentra le sue attività in progetti di educazione. Offre borse di studio a giovani eritrei, in particolare donne, nei campi profughi dell’Etiopia. Lo scopo è permettere loro di studiare per cercare di costruirsi un futuro.

Don Zerai: «È un tentativo di frenare i giovani che spesso fanno scelte dettate dalla disperazione. Vivere nei campi profughi vuol dire stare fermi, senza speranze per il futuro. Più della metà dei morti del 3 ottobre sono partiti dai campi profughi degli eritrei in Etiopia. I giovani dicono: “Sappiamo che c’è il rischio, ma tra morire lentamente qui e morire tentando la sorte preferisco questa seconda opzione”».

Facendo visita ai campi don Zerai nota diverse tombe. Gli dicono che sono ragazze morte di parto all’interno del campo, perché, oltre a
subire le violenze, poi non hanno nemmeno strutture sanitarie a disposizione: «In un campo di 14.000 persone c’è una sola ambulanza. Perché non formare infermiere e ostetriche che poi possano tornare nei campi a lavorare? Abbiamo scelto donne che hanno subito violenze sessuali e abbiamo proposto loro di studiare tre o quattro anni. Occorrono circa 3.000 euro all’anno per far studiare una ragazza. «Siamo una goccia» conclude il sacerdote.

Ma.Bel.

 Eritrea 3: Inferno Sinai

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