Eritrea, in fuga dall’inferno

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La storia vera di Tsegehans Weldeslassie detto Ziggy, raccontata in un libro da Erminia Dell’Oro, aiuta a comprendere il dramma degli eritrei, di cui pochi media parlano

Che cosa fareste se il vostro Paese vi costringesse a svolgere del lavoro forzato, per una durata di tempo indefinita, lontano dalla famiglia e con un salario ai limiti della sopravvivenza? Cerchereste di scappare, è evidente. È quanto succede da anni in Eritrea, dove i giovani preferiscono tentare la fuga, attraversando deserti e rischiando la vita nel Mediterraneo, pur di trovare la libertà. Durante l’estate del 2015, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, gli eritrei sono stati la terza nazionalità nel numero di sbarchi in Europa, dopo siriani e afghani.

Ma se per Siria e Afghanistan i media ci raccontano ogni giorno della guerra e degli attacchi in corso, sull’Eritrea c’è un assordante silenzio. Dal 2008, i corrispondenti stranieri sono stati espulsi dal Paese. La libertà di stampa a livello locale è un miraggio: nella classifica 2016 di Reporters sans frontières, l’Eritrea figura al 180esimo posto. È il fanalino di coda, persino la Corea del Nord la supera di una posizione.

Per questo motivo, il libro Il mare davanti (appena pubblicato da Piemme) della scrittrice Erminia Dell’Oro – nata in Eritrea e giunta ventenne in Italia – è un contributo importante. L’autrice ha racconto la testimonianza di un giovane eritreo, Tsegehans Weldeslassie detto Ziggy, che il 3 ottobre 2007 è sbarcato a Lampedusa su una delle tante carriole del mare, impiegate dai trafficanti di esseri umani. È una storia a lieto fine, quella di Ziggy. Oggi, a 36 anni, vive in Italia. Le sue sofferenze, raccontate in prima persona nel libro, sono emblematiche del calvario di tutta una nazione, di una generazione di giovani che ha creduto nel sogno della libertà e si è trovata a fare i conti con un governo che nega loro un futuro.

Quando è arrivato in Italia, Ziggy aveva 27 anni e una laurea in matematica in tasca. Era un insegnante e aveva una famiglia a cui era molto legato. Il padre Tedros era sacerdote ortodosso; la madre Sennait, “forte come le rocce dell’altopiano”, aveva messo al mondo nove figli; Yemane, il primogenito, aveva preso Ziggy sotto la sua ala protettrice; Negassi, lo zio d’America, dagli Usa aiutava con generosità i parenti in difficoltà. Il suo mondo era ad Asmara, dove era nato e cresciuto.

Nel 1991, come tanti eritrei aveva salutato con gioia la liberazione del suo Paese dal giogo dell’Etiopia di Menghistu, l’ingombrante vicino che l’aveva occupata trent’anni prima. Con il riconoscimento dell’indipendenza nel 1993 da parte della comunità internazionale sembrava aprirsi una nuova era per il piccolo stato del Corno d’Africa. Ma il presidente Isaias Afewerki, da allora al potere, ha instaurato un sistema a partito unico. Benché la costituzione del 1997 prevedesse il multipartitismo, questa disposizione non è mai divenuta realtà.

Quando Ziggy era ancora all’università, il governo ha emanato l’obbligo per i giovani, maschi e femmine, di mettersi al servizio dello Stato, per un periodo di durata indefinita. “Cinque anni, dieci anni, quindici anni, nessuno lo sapeva”. La malaria, la scarsità di acqua e cibo, gli scorpioni, le infezioni e le malattie stroncano le giovani vite.

Al di là delle analisi politiche, il racconto di questo ragazzo ci fa capire con immediatezza perché in Eritrea è in corso una vera e propria emorragia dei suoi abitanti. Chi può, tenta la fuga dall’inferno. Il viaggio verso l’Europa spesso inizia varcando il confine dei nemici di ieri, in Etiopia, dove i rifugiati eritrei sarebbero circa 100 mila. Secondo stime delle Nazioni Unite del 2015, il 9% della popolazione eritrea – circa 400 mila persone – sarebbe scappata negli ultimi anni. Ciò che conta è non farsi catturare: secondo Amnesty International, i fuggiaschi rischiano il carcere, senza essere processati, senza poter rivolgersi a un avvocato o contattare la famiglia, e vengono detenuti in condizioni spesso disumane. Le porte della prigione si aprono anche per chiunque dissente: politici, giornalisti e seguaci di religioni non autorizzate, secondo Amnesty International, restano in galera per anni e senza essere processati.

Il governo si difende dalle accuse di “crimini contro l’umanità” da parte delle Nazioni Unite, invocando lo stato di guerra con l’Etiopia, che tuttora occuperebbe parte del suo territorio. È da questa situazione che Ziggy è fuggito, in un’autentica corsa a ostacoli fra trafficanti di esseri umani, barconi in cui si rischia la vita, confini europei invalicabili, centri di detenzione. Dopo aver letto questo libro, se incrocerete per strada un immigrato eritreo, il vostro sguardo sarà diverso.

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