Esperienze in Terra Santa: Newsletter 6 – Tent of Nations. Nov 2017

Tent of Nations: la fattoria di Daoud Nassar accoglie ospiti in viaggio da ogni parte del mondo: pellegrini in visita e volontari. Questi possono collaborare per realizzare lavori utili all’agricoltura e alla ristrutturazione, per affiancare la gestione del summer camp dedicato ai ragazzi in estate e, durante l’anno, per sostenere i progetti di sviluppo nei confronti delle donne locali. Con l’aiuto dei volontari, la famiglia Nassar supporta coloro le cui vite sono in difficoltà a causa delle grandi difficoltà di quei luoghi. Ogni persona impara, condivide e cresce, aprendo così la propria mentalità a nuove prospettive. Un circolo virtuoso di relazione!

Carissimi tutti,
l’estate è ormai trascorsa, tutti siamo rientrati nelle routine lavorative e familiari, tutto scorre. Anche nella “nostra” fattoria.

Nell’ultimo mese non ci sono state novità positive a Tent of Nations. A fine settembre, Daoud è stato convocato dalla Corte Suprema di Israele per la causa che hanno aperta da oltre 25 anni: l’espropriazione della fattoria di proprietà della famiglia Nassar e gli ordini di demolizione delle costruzioni presenti. Questa convocazione è stata una brutta sorpresa per Daoud. La Corte Suprema non si faceva sentire da molto tempo, Daoud aveva consegnato fin dall’inizio i documenti, i progetti di sviluppo della fattoria e tutto è da sempre in regola. Con questa preoccupazione, Daoud si è presentato all’incontro con il suo avvocato per capire quali potessero essere le novità e le richieste.
La Corte Suprema ha chiesto, per l’ennesima volta, di presentare i permessi di costruzione, inclusa la presentazione di un piano di sviluppo produttivo della fattoria.

Dopo questo incontro Daoud ha detto “siamo ritornati al 2013! In quell’anno avevamo già presentato il nostro piano di sviluppo della nostra area, unitamente a tutte le nostre richieste di permesso di costruzione. All’epoca ci era stato negato e la Corte Suprema aveva passato il caso alla Corte militare. È frustrante rivedere la storia che si ripete e dover ricominciare da capo. È avvilente constatare che tutto il lavoro svolto in questi anni ancora non venga riconosciuto. Il tunnel buio che stiamo vivendo sembra sia ancora lungo e faticoso. La fine delle nostre difficoltà è ancora lontana. Dobbiamo preparare nuovamente tutti i documenti e presentarli a fine novembre in tribunale. Noi saremo pronti. Ringraziamo tutte le persone che ci sono sempre vicine con il loro sostegno, solidarietà e preghiere. Grazie ai messaggi, mail e telefonate ricevute… Vi farò sapere se e quando ci saranno novità e se sarà necessaria un’azione di aiuto. Il nostro cammino, perché venga fatta giustizia, continua… con fede, amore e speranza.”  

Ad oggi ancora non si sa nulla. Aspettiamo. Il gioco del rimpallo tra le autorità continua: nessuna sentenza viene pronunciata. I documenti della famiglia Nassar sono validi, danno loro diritti e carta bianca sui progetti educativi e agrari ecosostenibili. Una sentenza negativa sarebbe uno sfregio alla Giustizia legale e civile, sarebbe oggettivamente un atto di ingiustizia che non passerebbe inosservato ai media e creerebbe un’eco internazionale per i diritti umani e legali a cui – credo – nessuno dei due tribunali voglia andare incontro; invece una sentenza positiva creerebbe una caso senza precedenti dal 1948 ad oggi: dare il diritto di proprietà della terra ai palestinesi: in questo secondo caso, creerebbero un precedente e sarebbe l’ammissione che il popolo palestinese “esiste” e che hanno dei diritti. Impensabile se si ripercorre la storia di Israele dal ’67 ad oggi.
Ecco perché da oltre 25 anni i due tribunali (civile e militare di Israele) non stabiliscono la fine del caso dei Nassar. In questo scenario di sconforto, difficoltà e di un’eterna sensazione di stare appesi ad un filo, la famiglia Nassar continua a collaborare con gli internazionali, a sviluppare nuovi progetti per il sostentamento della fattoria, per l’educazione dei più piccoli e per le donne della zona, con la loro tenacia e positività che li contraddistingue e che lascia il segno a chi li va a trovare.

Proprio per questo, riporto due testimonianze della scorsa estate: la prima arriva da un gruppo di studenti del Liceo Classico Maffei di Verona, che hanno fatto un viaggio in Terra Santa con un loro professore ed una guida; la seconda arriva da una coppia di giovani friulani che mi avevano contattata, chiedendomi se e come era possibile trascorrere un periodo in fattoria come volontari. Così, Raffaele ed Alice hanno lavorato in fattoria le prime due settimane di agosto.
Di seguito le loro testimonianze:

Dai ragazzi del liceo: dall’1 al 13 settembre ci è stata offerta l’opportunità di partecipare ad un’esperienza molto particolare: un viaggio in Palestina. Tra le opportunità, ci sono stati due giorni alla Tenda delle Nazioni (Tent of Nations) è la fattoria della famiglia Nassar, di origine palestinese e di religione cristiana. Di dominazione in dominazione, fin dall’impero ottomano, i Nassar si sono occupati della trascrizione della loro proprietà di catasto in catasto, e dispongono di tutta la documentazione che lo attesta.
I problemi sono iniziati dalla nascita dello Stato di Israele.
La fattoria si trova in quella che, dagli accordi di Oslo del 1993, è stata identificata come “zona C”, sotto controllo sia amministrativo sia militare di Israele. Gli accordi avevano l’obiettivo di costituire uno stato di Palestina libero e indipendente, ma non sono mai stati rispettati. Di fatto, l’esercito israeliano, al di là di ogni vincolo stabilito dal diritto internazionale, dispone di un arbitrio totale sulla popolazione civile, che l’ha portato a condurre azioni di violenza indiscriminata e il territorio della “zona C” è occupato da insediamenti militarizzati dei “coloni” israeliani.
La Tenda delle Nazioni è circondata da cinque insediamenti israeliani; un sesto verrà completato a breve, e chi del nostro gruppo aveva già avuto modo di visitarla ha notato come, da un anno all’altro, la situazione sia drasticamente peggiorata.
Ai soprusi e alle ingiustizie perpetrate da coloni e militari, la famiglia Nassar ha deciso di rispondere con una nonviolenza come una precisa scelta etica: quella della pace e della resilienza. Da qui, la scelta di creare una rete di supporto e volontariato internazionale: sempre più giovani decidono di dedicare un periodo della propria vita ad aiutarli.
Passando a quella che è stata la nostra esperienza, il nostro contributo è stato sì breve, ma ci ha comunque permesso di renderci conto della complessità della situazione.

Siamo arrivati alla sera: raggiungere la fattoria non è stato facile, perché gli Israeliani hanno danneggiato la strada d’accesso per isolarla dalle zone circostanti.
La cena ­­- con cibo prodotto in fattoria – è stata seguita dalla testimonianza di Amal Nassar, sorella di Daoud, ci ha raccontato la storia della loro collina della sua famiglia. I fratelli, Daher e Daoud, si occupano, uno della gestione pratica della fattoria e l’altro del suo sviluppo in vari progetti e della divulgazione della loro storia della situazione palestinese all’estero, con conferenze ed incontri. Abbiamo dormito nelle due strutture in lamiera che hanno recentemente sostituto le tende che danno il nome al luogo. Il giorno successivo è stato di lavoro: chi si è occupato di confezionare i prodotti della fattoria, destinati alla vendita, chi ha aiutato coi lavori domestici, chi ha ritinteggiato gli esterni di una struttura, chi ha aiutato a ripulire i campi dai sassi, chi a costruire muretti a secco e staccionate, chi a prendersi cura degli animali o ad innaffiare i campi.

L’ultima sera, prima di partire la mattina successiva, abbiamo avuto un momento di discussione all’interno del gruppo.
In primo luogo, ci siamo resi conto della nostra difficoltà a rapportarci con questo mondo completamente diverso e con mentalità tanto distanti da quelle occidentali.
Oscuro, ci è ancora il concetto di resistenza nonviolenta condotta dai palestinesi: come abbiamo visto scritto sui muri di Nablus ed Hebron, “Rexist to Exist” (Resistere per esistere), che può essere capovolto anche in “Exist to Resist” (Esistere per resistere).
Difficile, capire con che forza possano queste persone portare avanti la loro azione e non cadere nella rassegnazione, non avendo nessuna apparente prospettiva di soluzione e, anzi, vedendo la situazione attorno a loro farsi più difficile di giorno in giorno.
Tuttavia, siamo certi che questa visita e queste giornate siano state importanti per riassumere tutte le esperienze che abbiamo fatto in Palestina e tutte le realtà che abbiamo incontrato: da una conoscenza esterna della situazione, siamo passati ad una consapevolezza fatta in prima persona, la sola che può essere davvero testimoniata in modo autentico!
 
“Infatti, dove v’è molta saggezza, v’è pure molto affanno; chi accresce la sua scienza, ebbene, accresce il suo dolore” (Qoelet 1,17-18)
 
Dalla coppia di volontari: i lettori di questa newsletter saranno ormai abituati a storie di polvere e sudore, ambientate tra le colline pietrose della Palestina.
Quello che ho vissuto io non è, invero, diverso da quello che hanno vissuto decine di volontari prima di me. Nonostante ciò ho risposto con piacere alla richiesta di Laura e scrivo queste poche righe per testimoniare la mia esperienza.

Parlare della propria storia è il principale dovere di ogni volontario.
Una testimonianza può produrre effetti più sensibili che settimane di lavoro nella polvere. Me ne sono reso conto dall’enorme curiosità della gente: un interesse decisamente sproporzionato rispetto a quanto credo di aver realmente fatto.
Se un volontario vuole rendersi utile deve rassegnarsi, pertanto, ad accendere il PC nella comodità di casa sua – non nell’inospitale deserto – e iniziare a cercare parole intelligenti da digitare sulla tastiera. Attività talvolta più ardua dello spostare tonnellate di sassi.
Non è un paradosso.
Io non sono un contadino, nè un ingegnere, nè un avvocato per i diritti umani, non ho alcuna capacità manuale: sono quanto di più estraneo ci possa essere in una fattoria, in un territorio di guerra; quanto di più inutile.
L’unica mia competenza è stata la mia buona volontà.
L’unico strumento per aiutare quelle persone: la mia voce.
È necessario raccontare, quindi, a chiunque porti interesse: ripetere senza stancarsi quanto la Palestina abbia bisogno di una mano, quanto si possa ancora soffrire per una causa ingiusta, quanto la guerra esista davvero.
Mostrare le foto agli amici, spiegare cosa vedono.
Stimolare la loro curiosità, spingere gli altri a supportare la battaglia che hai deciso di combattere.

Te lo chiedono quelle persone (la famiglia Nassar) che stai cercando, in modo maldestro, di aiutare; perché la paura più grande è che le loro istanze siano dimenticate. Il silenzio è il maggiore alleato dell’oppressione.
Non è possibile far capire cosa si prova a fare il volontario in quei luoghi. Per me, Tent of Nations è stata la prima esperienza di questo tipo e ha cancellato le mie convinzioni.
Ogni sensazione è soggettiva, sia chiaro: non ho la pretesa di trasmettere quello che ho provato. Sarebbe come raccontare il finale di un giallo ad una persona che non ha ancora iniziato a leggere il libro: il meraviglioso colpo di scena a lui non sembrerà tale, e gli avrai solo rovinato la lettura.

Posso dire che l’esperienza è stata intensa. Vivere quei luoghi significa mettersi alla prova e misurare se stessi con i problemi e la sofferenza degli altri.
Non c’è bisogno di tirare in mezzo Dio: nella santità di quella terra ho visto solo contraddizioni.
Ho scoperto come la frustrazione possa essere un sentimento che accompagna il volontario. Per quanto abbia dato il mio contributo, il meglio di me, ai miei occhi è sembrato insufficiente.
Per ogni roccia che ho scavato dalla terra, altre mille sembravano spuntare. In Palestina dalla terra crescono le rocce non le piante, diceva Daoud. Ripensando a quanto ho fatto, pare nulla.
Voglio pensare che esista un modo per alleviare questo sentimento amaro.

Come per me, il racconto di altri volontari è stato fondamentale per prendere la decisione di partire, così voglio sperare che questa mie poche parole, insieme alle mille storie palestinesi, che grazie a Tent of Nations e al lavoro di Laura si creano e vengono diffuse, possano convincere qualcun altro a intraprendere l’esperienza.

Se c’è qualcuno che sta pensando di partire voglio dirgli di lasciar perdere il senso di inadeguatezza o la stupida pretesa di essere utile e di avere poi una storia interessante da raccontare.
Fatevi trasportare da quel mondo per tornare più umili alla vostra vita.

Voglio, infine, ringraziare Alice che mi ha accompagnato in questa avventura e che è riuscita ad infondere coraggio ad un codardo come me. La sua voglia di mettersi in gioco è per me ancora fonte di ispirazione.

Daoud Nassar  Tent of Nations   

Laura Munaro  Tent of Nations Italia – Qeshet

LucaBonazzi     Liceale   

 Raffaele Pasini (e Alice Glereani)   Volontari

                               

PS: nelle scorse settimane è venuta a mancare Maria Laura, la fondatrice dell’Associazione Liber Onlus che aiuta Tent of Nations Italia, ricordandola per il suo costante impegno ed entusiasmo speciale, vi informo che le coordinate bancarie per le vostre donazioni sono cambiate. Trovate quelle corrette di seguito e nella pagina facebook. Per le broshure cartacee presenti in fattoria, appena possibile, anche Daoud le aggiornerà. Grazie

 

Tent of Nations Italia – Qeshet

La Tenda delle Nazioni in Italia è un progetto che vuole realizzare ponti di relazione con il Medio Oriente, in particolare con la Palestina, in ambito nazionale e internazionale traendo ispirazione dal messaggio di “Tent of Nations – People building Bridges” della famiglia Nassar. Promuove su territorio nazionale e internazionale iniziative culturali, educative ed ambientali, anche in cooperazione con altre organizzazioni e associazioni, a carattere di solidarietà sociale in tutti i campi inerenti lo sviluppo della persona umana, la conoscenza della cultura del popolo in Medio Oriente, in particolare quello palestinese. Raccoglie inoltre fondi per beneficenza a supporto dei progetti di Tent of Nations.
 
È possibile dare il proprio contributo tramite:
“Associazione Liber Onlus”:
Banca della Valpolicella – Credito Cooperativo di Marano Agenzia: Verona – San Massimo
Beneficiario: Associazione Liber Onlus –  Causale: “a favore di Tent of Nations”
IBAN: IT 87 O 08315 11700 0000 0008 1509

Tutte le donazioni saranno totalmente devolute a Tent of Nations e consegnate direttamente.
 
 Contatti:
Tent of Nations P.O. Box 28 Bethlehem, Palestine.  Tel:+972-(0)2-274 30 71
Mail: info@tentofnations.org  Sito Internet: www.tentofnations.org

Dall’Italia: qeshet.tonitalia@gmail.com
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2 Commenti

  1. Buonasera
    Vorrei avere maggiori informazioni
    Grazie Enrica Giusti

  2. cortese sig.ra Enrica, per maggiori informazioni le consigliamo di contattare: qeshet.tonitalia@gmail.com

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