Essere al mondo per un figlio

13.11.2013

di Cinzia Agostini

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Non sempre sono i figli a farsi carico dell’eredità dei genitori. A volte capita il contrario. Questo pare essere il destino della madre di Vittorio, un destino doppiamente difficile da sopportare, ma che sembra essere l’unica possibilità affinché un legame e un impegno non vadano perduti.

«Secondo me profeta è colui che ha la vista lunga e sa additare il cammino da percorrere. In questo senso mio figlio Vittorio per me è un profeta, perché ha guardato e visto lontano, indicandoci la strada e dando speranza». A due anni dall’uccisione di Vittorio Arrigoni, avvenuta la notte tra il 14 e il 15 aprile 2011, a Gaza, la madre del trentaseienne pacifista italiano, cooperante in territorio palestinese per l’ong International Solidarity Movement, sta girando l’Italia. Invitata da scuole, associazioni, parrocchie, porta la testimonianza della vita del figlio con pudore e fierezza non comuni.

Egidia Beretta, questo è il nome della donna, alla fine dello scorso anno ha pubblicato un libro dedicato al figlio, Il viaggio di Vittorio (Dalai editore, 2012), in cui racconta l’eredità che il figlio le ha lasciato. Egidia (sindaco di Bulciago, paese in provincia di Lecco) è la prima ad ammettere quanto sia difficile questa sua scelta: «Talora mi immagino di rivolgermi a Vittorio dicendogli: “Mi hai lasciato un compito troppo gravoso, figlio”. Ma non posso dire di no. A volte vorrei rinunciare: ho tante cose da fare, non sono più giovane… Ma non posso tirarmi indietro di fronte alle richieste della gente. Ho cominciato ad avvertire l’interesse e l’affetto intorno alla figura di Vittorio il giorno di Pasqua 2011, in cui si sono celebrati i suoi funerali. Fu uno shock per me, che non mi aspettavo quelle migliaia di persone a salutarlo: era profondo il segno di quello che aveva lasciato. Quel mio stupore continuò nei mesi successivi e oggi, a due anni di distanza, non è scemato».

Tramandare

Scrivere del figlio non le è servito a rielaborare il lutto ed Egidia ammette che per tanto tempo non ha avuto voglia di dedicarsi a questa attività. «Ma alla fine scrivere si è rivelata una necessità – spiega –. Premevano forte, dentro me, queste storie, volevano uscire; sentivo necessario testimoniare che mio figlio è diventato colui che conosciamo, ha compiuto il percorso fatto, perché aveva alle spalle una particolare vicenda umana e una lunga ricerca interiore; non si è mai improvvisato. Lui stesso ripeteva: “Non mi sono svegliato una mattina e partito per Gaza. Sono dieci anni che giro per campi di lavoro”. Quando vado nelle scuole, molti ragazzi mi chiedono: “Come ha fatto Vittorio a diventare così?”. Per loro ho voluto raccontare la sua storia, per spiegare chi era il Vittorio completo, da quando era bambino ai passi successivi svolti sino ad arrivare a stabilirsi in Palestina, vivendo con i palestinesi».

E vi è stata un’altra motivazione importante, che l’ha spinta alla scrittura: «L’editore, all’inizio dello scorso anno, mi scrisse che non doveva andare perduto il racconto del legame così forte che ci univa, perché poteva diventare un dono per gli altri. Questa è stata la molla decisiva. So che con Vittorio c’era un’empatia particolare e ho provato gioia nel raccontare come eravamo uniti; inoltre mi sentivo di dire agli altri genitori che un rapporto così forte tra un genitore e suo figlio può instaurarsi e durare, soprattutto alimentando la predisposizione all’ascolto da parte nostra, secondo i tempi che scelgono i figli. Io inizialmente assillavo mio figlio di domande, poi ho capito che dovevo aspettare che lui fosse pronto a raccontare».

La risposta a una domanda

Vittorio Arrigoni cominciò da molto giovane, subito dopo aver conseguito il diploma in ragioneria, a trascorrere il tempo lasciato libero dall’attività nella piccola azienda del padre facendo campi di lavoro all’estero, nei Paesi impoveriti, quelle patrie degli immigrati con i quali in Italia cominciava a relazionarsi: Perù, Croazia, Ucraina, Belgio vallone, Romania. Repubblica Ceca, Polonia, Russia, Togo, Ghana, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo. «Dall’Africa si è portato via lo spirito di fratellanza e di solidarietà tra le persone, che nel suo Paese non ritrovava», sottolinea la madre. Ma fu quello con la Palestina l’incontro che gli cambiò la vita. «Mio figlio era un uomo di silenzio, d’introspezione, non solo di idealismo e pacifismo – continua Egidia –. Poi era un uomo di azione. Riteneva che bisognava mischiarsi alle persone; non poteva vivere la vita dei palestinesi, ma poteva mettersi al loro fianco. Da qui la scelta dell’interposizione nonviolenta. Spiegava ai ragazzi palestinesi che follia non erano i loro sogni, ma la guerra, le violenze e tutto il resto intorno; e così ha tramutato l’umiliazione e la rabbia in determinazione a combattere: in maniera nonviolenta e lui sempre accanto».

Vittorio era così: da quando era piccolo si chiedeva “per chi” era venuto al mondo. «Quando ha trovato la risposta, per quanto essa fosse “grande”, non l’ha rimossa, ma se l’è caricata sulle spalle – conclude Egidia –. Anch’io mi sono posta tante volte la domanda per chi sono venuta al mondo. E ora credo di avere trovato la risposta».

IL VIAGGIO DI VITTORIO. Vittorio Arrigoni ha sempre accompagnato la sua attività in difesa dei contadini e dei pescatori di Gaza con un costante e serio impegno nell’informazione. «Soffriva che la stampa non raccontasse quello che avveniva – nota la madre –. Così è diventato punto di riferimento per i media, quando nessuno entrava a vedere cosa effettivamente succedeva in quella terra martoriata. Comunicare per lui era essenziale, proteggeva la verità come proteggeva la popolazione». Famosi i suoi articoli sul quotidiano Il Manifesto, che si concludevano con la frase-firma “Restiamo umani” (da cui il titolo del suo libroGaza. Restiamo umani, Manifestolibri, 2009), altrettanto seguito il suo blog(tuttora funzionante), grazie al quale nel 2009 la città di Sasso Marconi gli attribuì il “Premio Città di Sasso Marconi”, destinato ai migliori comunicatori e dedicato a Enzo Biagi. Il libro di Egidia Beretta Arrigoni è appassionante, scorrevole, limpido. «Anche nella scelta del registro linguistico ho seguito quello che diceva Vittorio, cioè che bisogna dire le cose per farsi capire – spiega l’autrice –. Io ogni tanto uso parole altisonanti, giri complicati di frasi, ma in questo caso ho raccontato, naturalmente come so fare io e con semplicità, quella che è stata la sua vita, attingendo parecchio dallo scambio esistito tra noi». Vittorio fu rapito la sera del 14 aprile 2011 da un gruppo terrorista, dichiaratosi afferente all’area jihadista salafita; fu ucciso la notte stessa. In un video dichiarava: «Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Dovessi un giorno morire – fra cent’anni – vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: “Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare”. Vittorio Arrigoni, un vincitore». Aggiunge la madre nel libro: «Vittorio non era né un eroe né un martire, ma solo un ragazzo che ha voluto riaffermare con una vita speciale che i diritti umani vanno rispettati e difesi ovunque. Questo ripercorrere il suo viaggio nella vita e per il mondo è un mio atto d’amore per lui».

http://www.combonifem.it/articolo.aspx?a=6286&t=P

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