Essere cristiani in Israele

Lo scorso 9 marzo il Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale di Michael Oren, ambasciatore israeliano negli USA, dal titolo: Israel and the Plight of Mideast Christians (Israele e la Difficile Situazione dei Cristiani in Medio Oriente), che ha immediatamente suscitato molti commenti. La scrittrice Fida Jiryis, che vive nel villaggio palestinese di Fassuta in Galilea, di cui uscirà presto il libro, ‘My Return to Galilee,’ (Il mio ritorno in Galilea), ha pubblicato una lunga risposta ad Oren che pubblichiamo in italiano.

26 marzo 2012. L’ambasciatore Michael Oren’s nel suo articolo “Israele e la Difficile Situazione dei Cristiani in Medio Oriente” presenta Israele come una democrazia tollerante, pacifica come una colomba. Ciò è smentito dai fatti.
Sono una di quei cristiani palestinesi residenti in Israele a cui fa riferimento Oren. Neppure una volta in vita mia ho mai percepito il “rispetto ed apprezzamento” dello stato ebraico di cui parla in termini elogiativi Oren. La minoranza cristiana in Israele viene emarginata tanto quanto quella musulmana, e quando va bene semplicemente tollerata. Subiamo le medesime discriminazioni quando tentiamo di trovare un lavoro, quando andiamo in ospedale, quando chiediamo un prestito in banca, o quando saliamo sull’autobus – esattamente come i musulmani palestinesi. Fondamentalmente Israele è uno stato razzista costruito esclusivamente per gli ebrei, e alla maggioranza della popolazione ebraica in realtà non importa di che religione siamo, basta che non siamo ebrei. Nei miei rapporti quotidiani con lo stato non ho trovato altro che maleducazione e aperto disprezzo.
La frase di Oren “l’estinzione delle comunità cristiane in Medio oriente è un’ingiustizia di importanza storica” è francamente scioccante per chiunque abbia una conoscenza anche solo di base della storia della fondazione di Israele. Vorrei ricordare a lui e agli altri che la fondazione di Israele causò l’espulsione e lo sradicamento di migliaia di cristiani palestinesi dalle loro case nel 1948, costringendoli a fuggire oltre i confini oppure trasformandoli in profughi all’interno del Paese. Anche la pulizia etnica dei palestinesi che fu alla base della fondazione di Israele è un’ingiustizia di storiche proporzioni. Chi vive in una casa di vetro – o in una casa rubata ai palestinesi – dovrebbe pensarci due volte prima di gettare pietre.
Il marito di mia cugina, Maher, è di Igrith, un villaggio a poche miglia dal mio in Galilea. La sua famiglia e tutti gli abitanti di Igrith furono espulsi dal villaggio nel 1948 e Igrith venne rasa al suolo dalle forze di Israele alla vigilia del Natale 1950 come speciale “dono natalizio” per la sua gente. La tempistica della distruzione ci interroga su quale fosse l’intenzione del messaggio. Maher nacque anni dopo che la sua famiglia si era rifugiata a Rama, un villaggio della Galilea nelle vicinanze. Oggi lui combatte per trovare un posto dove costruire una casa in cui vivere con moglie e figli. Le politiche di Israele che restringono fortemente la possibilità di edificare nelle città e nei villaggi arabi causano penuria di terre e impediscono la naturale espansione della popolazione. Limitare la terra ai residenti della stessa città o villaggio significa che i profughi palestinesi interni sono sottoposti a gravi discriminazioni nel settore dell’edilizia privata.
Il ritorno di persone come Maher è stato reso impossibile da parte di Israele, che rifiuta il negoziato sul diritto dei profughi di ritornare alle loro terre. Se Oren si preoccupa tanto dei cristiani palestinesi, forse vorrà dare il benestare al ritorno dei profughi cristiani di Iqrith, Bir’im, Tarshiha, Suhmata, Haifa, Jaffa, e di decine di altri città e villaggi palestinesi da cui essi vennero espulsi nel 1948? La risposta, vi assicuro, è no. Molti di questi profughi vivono in campi nei paesi vicini, dove Oren e Israele sono ben felici di lasciarli.
Oren fa riferimento ai terroristi nella frase “Israele, nonostante il diritto di tutelare i propri confini dai terroristi, concede durante le festività ai cristiani sia di Gaza sia di Cisgiordania l’accesso alle chiese di Gerusalemme”. Ebbene, quei terroristi sono in realtà i cristiani palestinesi che vivono nelle terre occupate da Israele in palese contrasto con tutte le carte dei diritti, terre dalle quali esso rifiuta di ritirare i propri soldati e coloni illegali. Applaudire Israele quando permette alle persone di viaggiare all’interno di quello che è per legge il loro paese è il colmo dell’arroganza.
La sua affermazione che “a Gerusalemme il numero degli arabi, compresi quelli cristiani, è triplicato dopo la riunificazione della città da parte di Israele nel 1967” non fa cenno alle incessanti misure repressive su Gerusalemme: la continua costruzione di colonie; l’edificazione del muro di separazione che taglia la città separando famiglie, comunità, imprese con gravi danni all’economia araba; la confisca di terre arabe con l’espulsione di famiglie che ci vivono da generazioni; la revoca della cittadinanza per tutti quei residenti palestinesi che viaggino all’estero per un certo periodo di tempo. Immaginatevi lo scandalo se un cittadino USA viaggiasse all’estero per 2 anni e scoprisse al suo ritorno che gli hanno revocato la cittadinanza e che ha perso carta d’identità e passaporto.
Ai pubblici ufficiali israeliani non interessa se i palestinesi vittime delle loro discriminazioni sono cristiani o musulmani. E’ vero che le lotte interreligiose sono in aumento in una regione da tempo funestata dalla povertà, per la quale porta pesanti responsabilità l’occidente, che ha sostenuto i numerosi dittatori della regione.
La tolleranza fasulla e le lacrime di coccodrillo di Oren sulla difficile situazione dei cristiani non inganna nessuno. Se facesse sul serio, lo esorterei a guardare attentamente le politiche sull’occupazione e la discriminazione razziale praticate da Israele.
Come disse Gesù, “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?”. (Matteo 7:3).
(traduzione di Stefania Fusero)

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