Eternamente profughi

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Anche questa breve riflessione di Koury sul dramma dei profughi è affascinate e lacerante nella sua chiarezza. Grazie fratello Geries, che auspichi che i palestinesi cittadini di Israele come “possano andare almeno a riposare da morti nella loro terra”!

Eternamente profughi

Nel 1948, attraverso una “catastrofe” che mai si potrà dimenticare, migliaia di palestinesi sono stati cacciati dalle loro case con la forza e molti di loro, centinaia di migliaia, sono andati in Libano, in Siria e in Giordania. Solo dopo qualche tempo hanno capito che non sarebbero mai più tornati nelle loro case e nei loro villaggi distrutti e occupati illegalmente da Israele. Si sono allora organizzati, anche politicamente. Avevano il diritto di farlo. All’inizio alcuni hanno anche scelto la lotta armata. Dal ’65 altri hanno intrapreso la strada diplomatica. Nel ’72 Arafat, all’Onu, ha fatto il discorso del ramoscello d’ulivo e della pistola: c’erano due possibilità, una scelta da fare… Tutti i membri delle Nazioni Unite hanno applaudito per quasi un’ora.
I paesi arabi citati erano obbligati ad accogliere i profughi palestinesi e io capisco il loro disagio. Spesso si dice che gli stati arabi confinanti con Israele non hanno aiutato il popolo palestinese. Vorrei sapere quanto gli italiani, il governo italiano, sono contenti dell’immigrazione degli extracomunitari. Le persone dell’Ucraina, dell’Albania, o del Marocco sono benvenuti da voi? O piuttosto sono sopportati e confinati nei CPT?
In Libano, Siria e Giordania ci sono stati problemi interni, locali e con i palestinesi come per esempio “ settembre nero” in Giordania, o i campi profughi di Sabra e Chatila in Libano.
In questi campi si vive malissimo, in condizioni disumane. In Libano, ad esempio, i profughi palestinesi non hanno carta d’identità: nessun documento, né libanese né palestinese. Non possono lavorare, se non adattandosi ai lavori più umili. Non hanno diritto, per legge, di lavorare in un ufficio governativo. Non hanno il diritto di abitare fuori dal campo.
In Giordania la maggior parte degli abitanti, con passaporto giordano, sono di origine palestinese. Per il bene politico dei palestinesi, all’inizio si è deciso che non potessero ottenere la carta d’identità di un paese arabo, perché sarebbero diventati cittadini di quel paese e quindi non più profughi e di conseguenza non più palestinesi con il diritto di poter tornare nella loro terra.
L’Onu afferma invece che i palestinesi hanno il diritto al ritorno. Un diritto affermato ma non riconosciuto di fatto visto che non possono tornare! E’ lo Stato d’Israele che non lo permette, per il problema demografico che si scatenerebbe. Ma allora dove sono destinati ad andare? I profughi non possono nemmeno emigrare verso altri stati, perché non hanno documenti. Si tratta ormai di tre milioni e mezzo di persone che tuttora non vivono liberamente e che sperano in una qualche soluzione. Anche per loro è importante che si costituisca uno stato palestinese dove poter tornare. E prima ancora ovviamente Israele e il mondo dovrebbero almeno riconoscere pubblicamente il male che è stato loro inferto lungo gli anni.

Dieci anni fa, per la prima volta, ho partecipato ad una conferenza in Germania. E’ stato chiesto ai cristiani presenti di riconoscere la loro responsabilità per ciò che era stato fatto agli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Bisognava dire davanti all’assemblea “Sì, noi siamo colpevoli!”. Io ho domandato: “Perché devo dire così? Sono cristiano e sono arabo. Quando in occidente avevate questi problemi, io ero molto amico degli ebrei miei concittadini. Non mi sento per niente colpevole. Voi dovete ringraziare gli arabi che avevano buone relazioni con gli ebrei, mentre qui in Europa venivano sterminati. Sono pronto a dire al microfono “Mi sento colpevole!”. Ma reciprocamente, chiedo che un rabbino venga con me al microfono e dica “Mi sento colpevole per la sofferenza dei palestinesi oggi.” E’ stato come se avessi fatto scoppiare una bomba.

Il diritto al ritorno dei profughi palestinesi è sacro. Noi sappiamo che non potrà avvenire lì, sulla stessa loro terra. Io lo vedo prima di tutto come il ritorno della coscienza israeliana, ebraica e mondiale a riconoscere di essere stati la causa della sofferenza palestinese. Poi dovrà essere un ritorno che offra diverse possibilità: i profughi potrebbero scegliere di restare dove sono, acquisendo però tutti i diritti di cittadinanza di quel paese, oppure scegliere di andare in qualunque altra parte del mondo, o di tornare in Palestina. E Israele dovrebbe permettere, almeno ad una piccola quota di persone anziane, di andare a morire nella loro terra.

Novembre 2005

Palestinian_refugees

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