Euro e Primavere arabe. La nostra crisi è la loro crisi

6 GIUGNO 2012 – 18:48

 

E’ curioso che un vertice straordinario dedicato al Medio Oriente eviti di parlare del massacro siriano, quasi non parli delle Primavere arabe decisamente in panne e invece si concentri sulla crisi dell’eurozona. E’ quello che è accaduto al World Economic Forum appena concluso a Istanbul.

  Anche considerando il tema magmatico del meeting straordinario – “Medio Oriente, Nord Africa ed Eurasia” – c’è stato troppo poco mondo arabo e molta preoccupazione per il destino dell’euro, delle banche del vecchio continente e della tenuta stessa del’Unione.

  Una spiegazione è nell’incapacità generale di dire qualcosa di nuovo sulla Siria: il regime diventa ripetitivamente brutale ma resiste, massacra i suoi sudditi ma molti siriani continuano a sostenerlo. L’Onu fallisce, l’Occidente nemmeno ci prova come ai tempi della Libia, gli altri arabi non hanno i mezzi per dichiarare da soli una guerra ad Assad. Anche sul Paese più importante delle Primavere, l’Egitto, c’è poco da dire, ora che la contesa presidenziale è tra un fratello musulmano e un arnese del vecchio regime. Nessuno osa immaginare chi vincerà e tutti temono che chiunque perda scateni la piazza.

  Non resta che l’euro: se ne può parlare liberamente perché non riguarda gli arabi, i turchi, i russi quanto a responsabilità diretta. Ma preoccupa tutti quanto a conseguenze indirette. Gli scambi commerciali fra i Paesi arabi non arrivano al 10%, quelli fra l’intera regione e l’Unione europea raggiungono il 70. Nell’ultimo anno le esportazioni turche verso l’Europa sono calate dell’80%.

  E poi c’era l’aiuto economico diretto e indiretto, necessario per sostenere i cambiamenti. Chiunque vinca il ballottaggio presidenziale in Egitto, l’islamista Morsi o Shafik, l’ex primo ministro di Mubarak, dovrà trovare al più presto 22 miliardi e mezzo di dollari per finanziare il deficit del bilancio 2012/13, presentato all’inizio del mese. Il primo conto economico dalla liberazione è piuttosto deludente. Anzi, catastrofico: il 78% delle spese statali sarà consumato per pagare i salari dei 6 milioni di dipendenti pubblici, i sussidi di energia e alimentari, il debito interno e internazionale che sta per diventare grande quanto tutta l’economia egiziana. Islamista o no, il nuovo presidente del’Egitto non potrà più respingere l’aiuto della Banca Mondiale: ma anche quello non basterà più.

  Non resta molto per la crescita e l’occupazione. Nel 2009 nell’intera regione c’erano 135 milioni di arabi in età da lavoro. Saranno 185 milioni nel 2020. Il Medio Oriente, dunque, deve creare 50 milioni di posti di lavoro in un decennio: cinque milioni l’anno senza contare i 14 milioni che già sono disoccupati. Se invece li contiamo, come è giusto perché non sono fantasmi, i posti da creare sono 6,5 milioni ogni anno.

   Per stabilizzare e rilanciare l’economia di Paesi come la Tunisia e l’Egitto, l’Europa aveva un ruolo fondamentale: il suo denaro è sempre stato sicuro e destinato a programmi economici e sociali. Sauditi e Qatar sono pieni di soldi ma li usano per fini più politici che economici. Gli Stati Uniti si dedicano all’aiuto alle forze armate. L’anno scorso il G8 aveva fissato un finanziamento da 38 miliardi di dollari per sostenere i cambiamenti politici ed economici di Egitto, Tunisia, Marocco e Giordania. Ma la crisi in Occidente morde e non si è visto niente. Se crollasse l’euro nemmeno delle Primavere arabe resterebbe molto.

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