Europa, basta sconti a Netanyahu e litiga con Trump

A Parigi, scontro Macron Netanyahu su Gerusalemme capitale. Oggi Bruxelles la partita con Federica Mogherini. La mossa dell’amministrazione Trump a vantaggio di Israele, si sta rivelando un pericoloso boomerang che isola gli Stati Uniti nel mondo arabo e rompe antiche sudditanze europee di vincoli Nato.

 

Non è guerra in Medioriente, ma la ferita, a quattro giorni dalla decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, brucia sulla pelle dei palestinesi e del mondo arabo. Brucia con meno enfasi si altre ferite del passato, ma morde più a fondo, e ciò è molto più pericoloso. Scontri con feriti davanti all’ambasciata Usa di Beirut, un israeliano è stato accoltellato a Gerusalemme, non è ancora Intifada generalizzata, ma è la tensione politica internazionale che monta, quasi a sorpresa.

È raro ad esempio -rileva Alberto Custodero su Repubblica- che durante una conferenza stampa di capi di Stato, si assista ad uno scontro frontale come quello di ieri a Parigi tra il presidente francese Macron e il premier israeliano Netanyahu.
– «La decisione degli Usa è contraria al diritto internazionale e pericolosa per la pace», ha attacca Macron.
– «Parigi è la capitale della Francia, Gerusalemme è la capitale di Israele», ha replicato Netanyahu, «da tremila anni».
– «Israele faccia un gesto coraggioso verso i palestinesi: ad esempio congeli la costruzione degli insediamenti israeliani», rilancia il presidente francese.

Mentre la parte ufficiale degli Usa continua a difendere la mossa di Trump, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikki Haley per ruolo, proprio il segretario generale Onu, Antonio Guterres, ribadisce che la decisione «potrebbe danneggiare l’impegno americano per un accordo di pace israelo-palestinese». Tradotto, non potete più proporvi e far finta di essere arbitri, siete diventati ufficialmente squadra in campo.

Mondo arabo offeso

Nel pomeriggio, mentre Macron e Netanyahu se ne dicevano delle belle senza far finta di volersi bene, al Cairo a sorpresa, vertice del palestinese Abu Mazen col padrone di casa Al Sisi e il re Abdallah di Giordania. Da ricordare che Egitto e Giordania sono gli unici Paesi arabi ad avere stretto accordi di pace con Israele. E alcuni deputati giordani hanno già chiesto al governo di Amman di ritirare l’ambasciatore in Israele e di riconsiderare le relazioni con gli Usa. Decine di migliaia di persone hanno manifestato a Rabat, la capitale del Marocco. Movimenti arabi sottotraccia, ma non per questo molto rassicuranti sulla morbidezza delle decisioni che verranno assunte.

La Camera bassa del Parlamento della Giordania ha votato all’unanimità una mozione per rivedere tutti gli accordi firmati finora con Israele, «principalmente il trattato di pace del 1994». Amman ha un ruolo di custode dei luoghi sacri musulmani a Gerusalemme Est, territorio che era sotto la sovranità giordana quando Israele lo occupò nella Guerra dei sei giorni del 1967. Da allora Israele controlla gli accessi e le visite al sito, ai luoghi di colto della Città Santa, sulla base di un patto negli Accordi di pace fra entrambi i Paesi nel 1994. Da rivedere. La Lega Araba, promemoria un po’ rituale, chiede che Gerusalemme est sia capitale della Palestina.

L’Europa molteplice di Bruxelles

Il clima parigino non è stato tra i migliori per Netanyahu. E probabilmente non lo sarà neanche quello di Bruxelles, dove oggi il premier d’Israele incontrerà i ministri degli Esteri dell’Ue. Ma già Netanyahu, che è anche ministro degli esteri ad interim, ha iniziato a litigare. «Profondamente irritato» dall’attivismo dell’Alto rappresentante della politica estera e di difesa dell’Unione Europea, Federica Mogherini. Semplicemente un documento simile a quello firmato dai 5 europei al Palazzo di Vetro. Bloccato dal premier ungherese Orban, grande estimatore di Trump che almeno per ora, impedisce all’Ue di prendere una posizione unitaria sul tema.

In compenso, l’ex titolare della Farnesina ha recuperato lo strappo ceko. «La Repubblica Ceka ha promesso che non sposterà la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme». Ma il fronte politico diplomatico decisivo resta per ora quello arabo. Nel silenzio assordare dei sauditi, alleati di Trump e Netanyahu, rischiano di saltare precedenti accordi ritenuti acquisiti. E partire dalla pace voluta da Sadat e da re Hussein, il padre dell’attuale regnante, che non prevedeva l’annessione di Gerusalemme da parte d’Israele. E oggi, né al-Sisi né re Abdalla II di Giordania possono passare per “traditori” di al-Quds. Il congelamento di quegli accordi è nell’aria. E sarebbe un’altra svolta storica. Per un Medio Oriente sempre più in fiamme.

 

Europa, basta sconti a Netanyahu e litiga con Trump

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