Ex capo della CIA John Brennan: Israele ha aiutato a uccidere Bin Laden, Netanyahu non è un uomo etico (da Haaretz)

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tratto da: https://frammentivocalimo.blogspot.com/2020/12/ex-capo-della-cia-john-brennan-israele.html

Former CIA director John Brennan testifies before the House Intelligence Committee to take questions on Russian active measures during the 2016 election campaign, May 23, 2017Credit: REUTERS/Kevin Lamarque

 

Sintesi -Traduzione

Mentre pubblica un drammatico libro di memorie, John Brennan parla di Netanyahu, di Biden e del voto comunista

Il primo incontro di John Brennan con Israele ha lasciato un’impressione decisamente sfavorevole. In una fredda notte d’inverno nel dicembre 1975, il ventenne, che aveva appena visitato la Giordania, arrivò al ponte Allenby per entrare in Israele come turista. Brennan voleva vedere la Terra Santa e conoscere in profondità Israele e la regione. Al controllo dei passaporti chiese a un soldato israeliano, in servizio, di non timbrare il suo passaporto, così da poter continuare i suoi viaggi in Medio Oriente senza ostacoli. “Non dirmi cosa fare, fu la risposta scortese,  qualcuno direbbe la risposta caratteristica, che riflette il sentimento di un conquistatore.”

Brennan si aspettava il peggio. Con sua sorpresa il soldato gli restituì il documento “con un sorriso dicendogli ‘Benvenuto in Israele’”. La settimana che ho trascorso viaggiando in Israele e in Cisgiordania è stata emozionante”.

Pochi anni dopo Brennan sarebbe entrato nella CIA fino a diventare il direttore dell’agenzia di intelligence, nel 2013. Nel corso degli anni, anche la sua opinione su Israele è cambiata. In dozzine di visite e incontri ha potuto comprendere il carattere complesso degli israeliani e la complicata situazione del loro paese in Medio Oriente, oltre ad essere stato testimone del modo in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu governa Israele nell’ultimo decennio.

“È un politico molto cauto e scaltro. Ha, credo, una comprensione e una manipolazione molto, molto astuta della politica interna israeliana. Netanyahu non è un individuo con principi molto etici. Se pensasse che una soluzione a due stati gioverebbe ai suoi interessi politici, probabilmente la realizzerebbe, ma non ha alcun interesse a fare ciò che è giusto per il popolo palestinese. Riconosce che dalla destra ottiene forza e sostegno. Quindi, quando ha lanciato l’idea dell’annessione dei territori da parte di Israele, penso che volesse rafforzare il suo sostegno a destra. Sapeva che avrebbe potuto ottenere politicamente un grosso vantaggio anche se avesse deciso di archiviare il suo piano di annessione per normalizzare le relazioni con il Golfo. 

Non solo gli israeliani, ma anche i leader stranieri, tra cui l’ex presidente francese Sarkozy e l’ex presidente degli Stati Uniti Obama, hanno descritto Netanyahu come un bugiardo. Ha incontrato personalmente una situazione dove ha mentito o non ha mantenuto le sue promesse?

“Nei miei incontri con lui ho scoperto che la sua rappresentazione della realtà distorceva la verità, ma questo è molto tipico di un politico. Non credo che l’onestà o la coerenza siano i suoi punti forti. È, come ho detto, un forte politico che cambierà le sue opinioni, la sua posizione e non porterà avanti i suoi impegni se ritiene che sia nel suo personale interesse non farlo. Mi ha mentito personalmente? Penso che abbia semplicemente abbellito i fatti.”

Pensi che sia sincero nelle sue paure di un Iran nucleare o è solo una mossa per ottenere vantaggi politici?

Quando ci penso, ricordo un libro pubblicato negli Stati Uniti alcuni anni fa intitolato ‘The One Percent Doctrine. Evidenziava di come [il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti e poi il Vice Presidente] Dick Cheney e altri vedessero le prospettive di un attacco iracheno usando armi di distruzione di massa come molto basse, eppure questa minaccia era ancora troppo alte per loro. Netanyahu condivide alcune delle preoccupazioni relative allo scenario peggiore. È preoccupato per gli estremisti in Iran e per cosa potrebbero fare se decidessero davvero di colpire. Penso che questo sia reale, ma penso anche che per Netanyahu l’Iran sia un obiettivo molto utile per la condanna e la critica, così come per alimentare i timori degli israeliani descrivendo gli scenari peggiori. Quindi penso che abbia preoccupazioni, come molti di noi, su ciò che potrebbe comportare l’avventurismo militare iraniano. Penso che sia molto preoccupato per lo sviluppo delle armi nucleari iraniane, ma quando si è rifiutato di riconoscere i vantaggi dell’accordo nucleare [firmato dalle sei potenze e dall’Iran nel 2015], lo ha fatto per i suoi scopi politici, non esitando a minare il sostegno americano, incluso al Congresso”.

Questa intervista a Brennan, condotta via Skype, è avvenuta pochi giorni prima della notizia dell’assassinio nei pressi di Teheran del senior scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, in un’operazione attribuita dai media mondiali al Mossad. Brennan ha twittato condanne per l’assassinio. Ha osservato che non sapeva se un “governo straniero avesse autorizzato o eseguito l’omicidio di Fakhrizadeh, ma che si è trattato di un atto criminale e altamente sconsiderato. L’omicidio rischiava di provocare ritorsioni letali e di creare un nuovo ciclo di conflitto regionale.

La risposta tagliente di Brennan riflette il suo punto di vista riguardo a un precedente assassinio – quello del comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, il generale Qassem Soleimani. È stato ucciso a gennaio in un’operazione organizzata dall’intelligence e dalle forze speciali statunitensi su iniziativa e autorizzazione del presidente Donald Trump.

Ho detto, e sono stato criticato per questo, che non ero affatto favorevole all’attacco americano contro Soleimani. Non sono in disaccordo sul fatto che Soleimani avesse sangue sulle mani: era responsabile del sostegno a gruppi terroristici, nonché delle azioni che hanno compiuto. Ma Soleimani era un alto funzionario del governo iraniano, e per gli Stati Uniti colpire un funzionario del governo di uno stato sovrano senza alcun tipo di base legale internazionale, senza essere in guerra con l’Iran e senza una decisione del Consiglio di sicurezza, è molto arbitrario e pericoloso. Che tipo di segnali invia ad altri paesi? Cosa succederebbe se i cinesi oi russi decidessero di farlo? Sfortunatamente negli Stati Uniti ci sono stati applausi da entrambe le parti per questo. Penso che abbiano ignorato il fatto che gli Stati Uniti, in quanto paese sovrano, deve onorare il quadro giuridico internazionale e le sue norme e standard. Semplicemente non penso che fosse la cosa giusta da fare”.

Pensa che Israele abbia svolto un ruolo nello spingere l’amministrazione Trump, dato che Soleimani è stato ritratto in Israele come nemico pubblico n. 1?

“Non sarei affatto sorpreso se Israele avesse incoraggiato o addirittura fornito un supporto per quell’operazione. Ho avuto molte conversazioni con le mie controparti israeliane su Qassem Soleimani. Era un personaggio molto pericoloso, ma ancora una volta, per gli Stati Uniti uccidere un alto funzionario di un paese straniero non è in linea con i suoi impegni nei confronti del sistema internazionale”.

Il leader americano per il quale sente la più grande animosità è senza dubbio Donald Trump, il presidente uscente. Il 6 gennaio 2017, prima di recarsi all’incontro con Trump, ha esaminato i rapporti dell’intelligence arrivati durante la notte. “Avevo trascorso i cinque mesi precedenti intensamente concentrato sull’interferenza russa nelle elezioni presidenziali, e per quella mattina avrei potuto virtualmente recitare a memoria l’intera valutazione dell’intelligence (ICA), intitolata ‘La campagna di influenza della Russia nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016. Avevo deciso in anticipo che avrei condiviso l’intero rapporto dell’intelligence e dell’analisi della CIA sull’interferenza russa nelle elezioni senza fornire alcun dettaglio specifico sulla provenienza delle nostre conoscenze per motivi di sicurezza. La strana ossequiosità nei confronti di Vladimir Putin da parte di Trump e il disprezzo nei confronti della comunità dell’intelligence statunitense, ponevano seri dubbi sul garantire la protezione ai segreti più vitali della nazione. Durante l’incontro la vigilanza di Trump non è mai svanita, ma il suo comportamento e le sue domande hanno rivelato con forza che non era interessato a scoprire cosa avevano fatto i russi. Invece, il presidente eletto ha cercato di contestare le solide informazioni sull’interferenza della Russia nelle elezioni e la conclusione che il suo scopo fosse quello di aiutarlo a farsi eleggere. Era anche una mia chiara impressione… che stesse cercando soprattutto di imparare quello che sapevamo e come lo sapevamo. Questo mi turbò profondamente, poiché ero preoccupato per quello che avrebbe potuto fare con le informazioni che gli venivano fornite. “’Potrebbero essere stati i cinesi? Chiunque dirà qualsiasi cosa se li paghi abbastanza. Lo so e tu lo sai.” Ribollendo di rabbia interiore, Brennan ascoltò questi argomenti infondati e non disse nulla. “È stata una delle poche volte nella mia carriera professionale che ho represso con successo il mio carattere irlandese quando ho a che fare con un politico. Vorrei non averlo fatto.” Dopo qualche giorno si è dimesso ed ha scelto la vita civile. Trump, un esperto di vendetta, ha proibito a Haspel, divenuta capo della Cia di dare a Brennan l’accesso ai materiali dell’agenzia. “Ho dovuto fare affidamento sulla mia memoria”, scrive nel libro.

Come mi hanno detto i suoi amici del Mossad, Brennan ha mostrato capacità analitiche impressionanti, un approccio strategico e una notevole comprensione delle questioni mediorientali. Durante i 25 anni di servizio Brennan è stato testimone oculare e ha preso parte a centinaia di operazioni, riscontrando successi e fallimenti. Si sofferma su due eventi in particolare. Una è stata la decisione di Tenet di consentire ai suoi subordinati di prendere parte agli interrogatori, che coinvolgono la tortura, di sospetti di Al-Qaeda in strutture segrete in tutto il mondo, dopo l’11 settembre 2001. La CIA ha riciclato la terminologia e ha definito la tortura “tecniche di interrogatorio avanzate”. Nelle udienze del Congresso Brennan ha difeso i metodi ed è stato aspramente criticato. Nelle sue memorie, tuttavia, esprime il rimorso per non essersi opposto alle tecniche e per non aver messo in guardia Tenet sulla gravità della sua decisione.

Il secondo evento è l’assassinio di Osama Bin Laden. “L’operazione che ha ucciso Osama Bin Laden è stata l’operazione più intensa, segreta, ben pianificata e di successo” che Brennan ha visto in tutta la sua carriera, scrive nel suo libro. Poche ore dopo l’assassinio, racconta, gli è stato chiesto dalla sala operativa di chiamare il ministro degli interni saudita, il principe Muhammad Bin Nayif, per informarlo della morte del terrorista più ricercato al mondo. A Brennan fu anche detto di chiedere al suo amico, il principe, se i sauditi volessero i resti del terrorista ucciso. “Confidiamo che tu ti prenda cura del suo corpo … Non è necessario inviare il suo corpo qui”, fu la risposta.

Chiedo all’ex direttore della CIA se Israele fosse coinvolto nell’operazione per uccidere Bin Laden.

È stata un’operazione degli Stati Uniti”, risponde Brennan, “ma l’intelligence che ha intrapreso l’ultimo raid riuscito contro quel complesso in Pakistan, è il risultato di molti, molti anni di lavoro. Alcune delle migliaia di pezzi di intelligence sono state fornite dagli israeliani. Israele è sempre stato uno dei principali fornitori di quei pezzi del puzzle per l’intelligence statunitense”.

Circa due settimane fa, è stato riferito che Netanyahu e il capo del Mossad Yossi Cohen si sono incontrati con Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita. Conosci bene i sauditi. Come definiresti le relazioni tra i due paesi?

“Per molti anni ci sono stati colloqui tra i due paesi. A volte erano israeliani che non facevano parte del governo israeliano e sauditi che non facevano parte del governo saudita, ma c’erano anche contatti diretti tra l’intelligence israeliana e l’intelligence saudita. Ne sono a conoscenza e forse ho contribuito a facilitare alcuni di questi incontri. Quindi penso che quanto sta avvenendo sia la maturazione di quei contatti. E penso che questo incontro abbia avuto luogo per aiutare MBS a proteggersi da azioni negative contro di lui sotto l’amministrazione Biden come per l’orribile uccisione di Jamal Khashoggi [il dissidente e giornalista saudita assassinato a Istanbul nel 2018]. È anche in linea con ciò che sta cercando di fare, ossia presentare un’immagine di sè più moderata o moderna come leader de facto, anche se non è il re. Questo è qualcosa che certamente gli israeliani desiderano da molto tempo. Yossi Cohen, con cui ho lavorato, credo, sia favorevole. E penso che una varietà di fattori abbia contribuito all’accettazione di questa realtà da parte dei sauditi o dell’MBS.

Pensi che le relazioni alla fine diventeranno ufficiali?

“Penso che questo farà parte di una progressione di interazioni. Potrebbe esserci un qualche tipo di incontro internazionale tra funzionari sauditi e israeliani. La mia preoccupazione è data dalla situazione palestinese. Vorrei solo che gli arabi fossero un po’ più consapevoli della necessità di essere sostenitori dell’autodeterminazione palestinesi”.

Pensa che i sauditi possano andare avanti nelle relazioni con Israele senza alcun progresso sul fronte palestinese?

“Non credo proprio. Certamente non finché Re Salman è vivo. È stato un difensore di lunga data degli interessi palestinesi. Mi risulta che il re Salman non fosse contento della decisione degli Stati Uniti di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Questo era qualcosa sulla quale MBS aveva lavorato con Pompeo e [il genero di Trump, Jared] Kushner e la Casa Bianca. Non credo che l’approccio che il governo israeliano sta adottando nei confronti dei palestinesi sia fattibile a lungo termine. Mi piace pensare che l’amministrazione Biden cercherà di rimettere le cose in carreggiata. È la cosa giusta da fare. I palestinesi per troppo, troppo tempo non hanno avuto il tipo di dignità che meritano. I due stati, ovviamente, non saranno comunque due stati uguali. Ci saranno forti restrizioni su uno stato palestinese, inizialmente, ma mi piace pensare che le speranze e i sogni palestinesi non saranno gettati nel mucchio della spazzatura della storia. Mi piace pensare che verranno realizzati.”

La CIA ha lavorato con i servizi di intelligence di sicurezza palestinesi, ha cercato di svolgere un ruolo di intermediario?

“Non regolarmente. Ogni volta che andavo in Medio Oriente, se andavo in Israele, andavo sempre anche in Palestina. Ho incontrato [il presidente dell’Autorità Palestinese] Mahmoud Abbas e questo è stato appoggiato dai miei omologhi israeliani. Stavo davvero cercando di incoraggiare le mie controparti palestinesi a non permettere l’estremismo nei territori. Quindi ho lavorato con i palestinesi per un lungo periodo di tempo quando ero il capo dello staff di George Tenet.

Hai trovato professionalità nei servizi di sicurezza palestinesi?

“Avevano sfide di bilancio. La CIA è stata coinvolta con i palestinesi in una varietà di programmi di addestramento. Ho dovuto insegnare loro cosa significa essere un servizio di intelligence professionale, sia che si tratti di operazioni e analisi sia di sistemi informatici e database. Quindi penso che la CIA sentisse l’obbligo di professionalizzare i servizi palestinesi e penso che si stesse muovendo nella giusta direzione.”

Non è un segreto che ci sia una cooperazione molto stretta tra Israele e Stati Uniti, comprese operazioni speciali e persino omicidi, come quello di un uomo di alto livello degli Hezbollah, Imad Mughniyeh, a Damasco nel 2008, in un’operazione congiunta Mossad-CIA. Puoi dire qualcosa al riguardo?

No, non parlo di operazioni. La collaborazione è molto forte, molto profonda. Funziona su molte questioni e regioni del mondo. C’è un forte allineamento degli obiettivi di sicurezza nazionale tra Washington e Tel Aviv. Il lavorare insieme contro le organizzazioni terroristiche, la loro proliferazione, gli stati canaglia ha consolidato un ottimo rapporto tra i servizi di intelligence e forze dell’ordine statunitensi e le controparti israeliane. Ci sono state alcune operazioni eccezionalmente importanti alle quali i servizi segreti statunitensi e israeliani hanno aderito e hanno avuto molto successo, la maggior parte delle quali non sarà mai conosciuta”.

Una delle questioni controverse e degli ostacoli a tale cooperazione è stata la vicenda che coinvolge [la spia israeliana condannata] Jonathan Pollard, recentemente liberato nonostante le passate obiezioni della comunità dell’intelligence americana. Cosa ne pensi?

“So che ci sono ancora alcune preoccupazioni sul fatto che Pollard possa rivelare alcune cose, ma la decisione spetta ai tribunali. Quindi non ho intenzione di condannarlo o criticarlo.”

Hai detto di conoscere Yossi Cohen. Pensi che stia servendo Netanyahu al punto da distorcere l’analisi dell’intelligence?

“Non so cosa abbia fatto Yossi negli ultimi quattro anni in termini di fornitura di informazioni a Netanyahu. So che Yossi ha alcune opinioni personali forti e penso che alcune di queste probabilmente siano in linea con le opinioni fortemente sostenute da Netanyahu su alcune questioni. Mi piacerebbe pensare che Yossi abbia l’integrità professionale e l’onestà per non distorcere intenzionalmente le informazioni. A volte le persone con nozioni preconcette su ciò che dovrebbe accadere spingono le situazioni in un certo modo. Quindi forse lo sta facendo Cohen. Mi piace pensare che Yossi non traviserebbe intenzionalmente i fatti. Può presentare l’analisi o le valutazioni in un modo conforme alle sue opinioni e alle opinioni di Netanyahu, ma non ho idea di cosa sia successo negli ultimi quattro anni, da quando sono andato in pensione“.

Netanyahu e Cohen parlano molto dell’Iran e agiscono contro quel paese. Cosa farà l’amministrazione Biden?

“Penso che l’amministrazione Biden proverà a rivitalizzare l’accordo [nucleare]. L’Iran ha intrapreso una serie di misure che purtroppo complicano la situazione. Ma penso che, a differenza dell’amministrazione Trump, che puntava a rovesciare il regime iraniano, l’amministrazione Biden tornerà all’approccio dell’amministrazione Obama, usando la carota e il bastone. Credo che Joe Biden voglia provare a convincere gli iraniani a conformarsi ancora una volta all’accordo nucleare e offrirà all’Iran alcune di quelle carote che gli sono state portate via dall’amministrazione Trump”.

L’Iran vuole armi nucleari?

“L’Iran non è un monolite. Penso che ci siano persone in Iran che vorrebbero vedere l’Iran armato fino ai denti, anche con armi nucleari, ma penso anche che ci siano individui, come il presidente dell’Iran, molto più pragmatici nella loro visione e riconoscono che il popolo iraniano e l’economia iraniana hanno davvero bisogno di entrare nel 21° secolo. L’ unico modo è di impegnarsi con la comunità internazionale”.

 

 

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