Faccia a faccia

       11 gennaio 2014

di G.S. 

Ciao a tutti. Questa è la mia esperienza che vorrei condividere con voi perché credo possa essere un punto di partenza per una riflessione o anche per un dibattito costruttivo su una tematica molto complessa ma di cui credo sia utile e fruttuoso parlarne. Sicuramente quello che è successo a me è simile all’esperienza di molti altri che stanno provando a fare il mio stesso percorso di vita, ma che vi assicuro, provarla sulla propria pelle, cambia molto le prospettive.

 Mi racconto un po’. Sin dalla quinta superiore, avevo ben chiaro cosa volessi fare nella vita: lavorare per organizzazioni internazionali a scopo di cooperazione internazionale.Una volta diplomata, mi sono laureata in studi internazionali, specializzata in relazioni internazionali e fatto un Master in cooperazione internazionale. Come si sa, lo studio ed i libri sono necessari ma non sufficienti per trovare un lavoro, soprattutto in questo mondo. E’ d’obbligo fare prima esperienza sul campo, al 99% delle volte non pagata, e poi sperare che le reti create in loco siano utili per trovare una prima occupazione. Non certo in un’organizzazione internazionale, dove gli anni di esperienza richiesti sono minimo tre. Quindi parto alla volta del mio tirocinio. Il paese prescelto è Israele. Ma come preferisco dire io: Gerusalemme, città che, almeno a livello internazionale, non è riconosciuta interamente sotto la territorialità israeliana. Non starò a spiegare qui la complessità della situazione Israelo-Palestinese, non penso nemmeno di avere la competenza per farlo. La storia è complessa, come sono complesse le vite umane che la creano, minimizzare non serve a niente. Chiaro è, almeno per me, che in questo contesto c’è una parte che può permettersi di fare quello che vuole a discapito della violazione di diritti umani e una parte che invece non può perché è priva di risorse, priva di leggi, priva di diritti e di uno Stato effettivo.

 Perché ho scelto Gerusalemme? Perché nei miei anni di studi mi sono sempre molto interessata al contesto specifico e la possibilità di poter lavorare sul campo in diretto contatto con i beneficiari (coloro che beneficiano dei progetti di sviluppo) era molto importante per porre le basi della mia esperienza lavorativa.

 Cosa sono andata a fare? Bene, il mio master mi ha dato moltissime basi cognitive, tra le quali quelle di imparare a seguire un progetto in tutte le sue fasi di vita, infatti questa particolare branca della cooperazione si chiama “Project Cycle Management”, ovvero Gestione del Ciclo del Progetto. Sono andata a fare quello per cui mi sono formata. Il problema non è tanto cosa sia andata a fare, ma per chi sono andata a farlo. Il tirocinio era con una NGO, ovvero organizzazione non governativa come le più conosciute Emergency, Medici Senza Frontiere o WWF. E quel che è peggio, questa, era una NGO palestinese.

Ora, quando arrivi al Ben Gurion, l’aereoporto di Tel Aviv, i visti che le persone non israeliane e/o laiche possono richiedere sono: il visto per studenti, il visto di lavoro e il visto turistico. Il visto per studenti richiede la certificazione di un istituto educativo riconosciuto da israele, quindi un certificato da parte di una scuola o di un’università ebraica. Il visto di lavoro richiede un certificato di buona condotta, analisi mediche e del sangue fatte da istituti riconosciuti da Israele, contratto di lavoro e l’approvazione del Ministro degli Interni israeliano. Per il visto turistico invece non è richiesto nulla in particolare e la durata è di 90 giorni.

 Ho passato 90 giorni bellissimi. Adoravo il mio tirocinio e i progetti coinvolgevano sia parti israeliane che palestinesi, un vero lavoro di cooperazione. Ho avuto modo di conoscere persone meravigliose, di creare rapporti che seppur brevi, rimarranno indelebili in me.

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Terminato il mio periodo, sono dovuta uscire dal paese e, una volta rientrata, alla dogana in aeroporto ho richiesto nuovamente il visto turistico dato che non potevo richiederne altri. Da lì sono cominciati i problemi. La signora della sicurezza alla dogana inizia a farmi moltissime domande dicendo che è impossibile che io sia tornata dopo tre mesi per fare ancora turismo. Io non potevo dire cosa stessi facendo veramente a Gerusalemme e ho insistito nel dire che stavo tornando per turismo. La signora sempre meno convinta della mia “motivazione di viaggio” mi accompagna in una sala d’aspetto dove mi dice di attendere e io così faccio. Dopo circa 10 minuti esce una donna da un’ufficio relativo alla sala d’aspetto e mi dice, in maniera alquanto brusche, di entrare. Inizia ad attaccarmi e ad urlarmi in faccia quale fosse il suo pensiero su quel che fossi veramente venuta a fare nel suo paese. Ho continuato sempre a sostenere di essere tornata per turismo. Di lì a poco la tensione sarebbe esplosa. Ricordo mi prese il cellulare che avevo messo davanti a me sulla scrivania e inizia a chiamare i numeri locali che avevo salvato accusandomi di essere una bugiarda perché affermavo con convinzione di non conoscere nessuno in Israele. Cercai di spiegarle che essendoci già stata tre mesi fosse abbastanza normale che qualcuno l’avessi conosciuto ma che non sapevo se queste persone adesso stavano sempre in Israele o erano tornate a casa loro, essendo più che altro persone straniere. Davanti a me ha iniziato a chiamare questi contatti e a chiedere dove mi avevano conosciuta e che cosa stessi facendo lì in Israele, chiedendo se stessi lavorando per qualche organizzazione (sospetta). Fortunatamente i miei contatti hanno detto di non sapere cosa stessi facendo là. Sconvolta dalla prepotenza della donna e dalla totale violazione della mia privacy, mi sono fatta ridare il cellulare pretendendo la tutela dei miei diritti.

 Per tutta risposta, la donna, mi ha sequestrato il passaporto e mi ha scortato in un’altra sala d’attesa dove mi hanno lasciata ad aspettare per circa mezzora, in realtà il tempo non sembrava finire mai. Alla fine un uomo si affaccia alla sala d’attesa e fa il mio nome. Lo seguo, mi porta nel suo ufficio, e ricomincia di nuovo ad interrogarmi nello stesso modo molto aggressivo e violento della donna, le domande erano sempre le stesse. “Cosa sei venuta a fare in Israele? Non è vero che sei qui per turismo, cosa fai veramente?” e così via. Dopo un’ora di domande mi scorta nuovamente nella sala d’attesa e mi depositano lì ad aspettare. I minuti sembrano ore. Dopo un po’ di tempo arrivano anche altre persone, una donna in cinta, trattata malissimo, dei ragazzi arabi e… una mamma con una bambina che avrà avuto circa 10 anni. Questa bimba mi guarda e mi chiede in spagnolo “cosa ci fai qui?”. Però io lo spagnolo non lo so e le rispondo in inglese, lei mi dice di essere colombiana e mi sorride. La mamma la prende sulle ginocchia e inizia a cantare una canzone per tranquillizzarla. Arrivano le guardie e le portano via. Io rimango in quella sala d’attesa per un tempo che sembra non finire più. Alla fine mi richiamano e mi scortano nella prima sala d’attesa. Lì succede il peggio che non avrei potuto pensare. Gli ufficiali della sicurezza stavano interrogando nella stanza la mamma e la bambina, sentivo la mamma piangere in preda ad un evidente stato di disperazione. All’improvviso, la bambina uscì di corsa dalla stanza e nella sua corsa per uscire dalla stanza mi vede, viene verso di me e disperata mi prende le mani e prova a chiedermi aiuto, parole in spagnolo che non capisco ma tra le quali anche “Mi mama! Mi mama! Porque??”. Io scoppio in lacrime e in inlgese le rispondo che non la posso aiutare, che non so cosa fare. Le guardie la prendono e la riportano dentro alla stanza insieme alla madre. Dopo pochi minuti la donna che prima mi aveva interrogata mi richiama e mi fa entrare nella stanza, mi richiede energicamente e ancora una volta “Che cosa sei venuta a fare qui?” e io le rispondo sempre che sono tornata per turismo. Mi prese le impronte digitali, mi scattò una foto e mi consegna un visto di una settimana dicendomi che non potrò più rientrare nel paese per sei mesi senza fornirmi ulteriori spiegazioni.

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 Tutto quello che avrei voluto fare e che avrei potuto fare è andato in frantumi. Sapevo che poteva succedere si… Ma poi quando ti capita davvero qualcosa cambia in te, ti rimane uno shock. Non scorderò mai le urla delle guardie, il pianto e le suppliche di quella bambina, il sentirmi totalmente impotente e in pericolo. Ho deciso di fare questo lavoro perché voglio svegliarmi con la felicità e l’entusiasmo di voler fare quello che faccio e voglio addormentarmi con la serenità di sapere che sto facendo la cosa giusta per me e per gli altri. Non smetterò di voler fare questo lavoro. Ma non smetterò nemmeno di soffrire e di stare male se una cosa simile dovesse capitarmi di nuovo. Ero di questa opinione e adesso lo sono più che mai: la questione della sicurezza, tanto cara allo Stato di Israele, penso non debba essere una scusa per violare deliberatamente i diritti umani e per traumatizzare a vita le categorie sensibili come bambini, donne in cinta e anziani. I soldati israliani ai check-point non sono altro che ragazzini e ragazzine, che spesso hanno 18 anni o poco più, obbligati a fare tre anni di servizio militare e armati immediatamente con mitra lunghi la metà di loro. Possono sparare, picchiare, offendere i palestinesi sia che siano minori sia che siano anziani, non fa differenza. E questo avviene quotidianamente. Gli scontri che ogni venerdì capitano e che ho visto capitare ai check point sono tra ragazzi palestinesi in t-shirt che tirano pietre e soldati israeliani con caso e giubbotto anti-proiettile che sparano da dietro un mitra. Una volta mi è capitato di ritrovarmici in uno scontro, e vi assicuro che non avreste voluto essere lì.

 Non voglio giustificare la violenza, non voglio dire che c’è una parte che ha ragione e una che ha torto. Ma come ho detto all’inizio del mio racconto: in questo contesto c’è una parte che può permettersi di fare quello che vuole violando diritti umani nascondendosi dietro lo scudo della “sicurezza” e una parte che invece non può. Si certo, ci sono anche molti palestinesi che non vogliono la situazione, il fattore culturale entra molto in gioco, come ho già detto, la situazione è molto complessa. Quando dico scudo di “sicurezza” non intendo minimizzare la situazione dello Stato di Israele in Medio Oriente ma voglio solamente fare riflettere su quanto davvero questa sicurezza sia minacciata, anche alla luce della storiografia dal 1948 e l’arsenale a disposizione di Israele in confronto agli altri stati confinanti. Un’eventuale minaccia dell’Iran non preclude la possibilità dell’allentamento delle tensioni tra lo stato israeliano e la popolazione palestinese. Il divieto di ingerenza negli affari interni di uno Stato non può essere una scusa per la violazione di diritti umani, trattare i cittadini di altri stati come criminali e perseguire l’occupazione territoriale di un’altra popolazione.

 Questa è la mia esperienza e le riflessioni personali che ne derivano, spero sia utile, come già mi e ci auguri all’inizio, per una riflessione e un dibattito costruttivo…

 

Faccia a faccia

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