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Falk Rapporteur dell’Onu: “Non è più immaginabile uno Stato palestinese”

Il 20 ottobre Richard Falk ha presentato all’Assemblea generale delle Nazioni unite il suo ultimo rapporto sulla situazione nei Territori palestinesi occupati. Il suo mandato di «rapporteur speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967» è in scadenza e Falk, consegnando il suo lavoro, ha espresso le sue preoccupazioni in maniera dirompente: non c’è più spazio per una soluzione del conflitto che porti alla nascita di uno stato palestinese indipendente, ha sostenuto il professore emerito di Diritto internazionale alla Princeton University.

Professor Falk, a che punto è la «questione palestinese»?

Assistiamo a sviluppi molto avversi a qualsiasi tipo di soluzione negoziale in grado di garantire l’autodeterminazione dei palestinesi. Questi ultimi sono divisi e non hanno una rappresentanza adeguata a livello internazionale, come quella incarnata in passato da Yasser Arafat. Dal lato israeliano c’è una deriva verso l’estrema destra – della leadership e dell’opinione pubblica – e manca un’opposizione significativa che proponga la visione di due stati sovrani in pace uno accanto all’altro. Inoltre il movimento dei coloni è estremamente attivo, violento e influente e gli ebrei ultraortodossi sono sempre più forti nella politica e nella società. E, soprattutto, continuano la pulizia etnica a Gerusalemme est e l’espansione delle colonie in Cisgiordania. La combinazione di questi fattori ha creato la situazione che ho descritto nel mio ultimo rapporto: siamo di fronte non più a un’occupazione di guerra (temporanea) ma a un’annessione de facto. Non è più possibile immaginare realisticamente uno stato palestinese indipendente e funzionante. Quindi continuare a pretendere che, in queste condizioni, potrà esserci una soluzione negoziale basata su due stati, rappresenta sempre più un caso di falsa coscienza che crea un’illusione. Un miraggio che può provocare l’accettazione, da parte dell’Autorità palestinese (Anp) di un’entità palestinese nominale (non l’espressione di autodeterminazione) geograficamente e strategicamente circondata dal potere israeliano.

In termini di diritto internazionale qual è la situazione a Gaza e in Cisgiordania?

Il blocco di Gaza che, con intensità diverse, va avanti dalla metà del 2007, rappresenta una forma di punizione collettiva flagrante e molto crudele nei confronti di un’intera popolazione civile di 1,5 milioni di persone. Ciò viola l’articolo 43 della IV Convenzione di Ginevra che proibisce in maniera incondizionata le punizioni collettive. Inoltre, in quanto potenza occupante, Israele ha il dovere di provvedere ai bisogni di base e ai diritti della popolazione occupata. Cose che non fa, dal lontano 1967. In Cisgiordania e a Gerusalemme est gli insediamenti rappresentano una violazione ancora della IV Convenzione di Ginevra, che proibisce il trasferimento di popolazione da una potenza occupante alla società occupata e obbliga a non cambiare il carattere di una società che vive sotto occupazione. Ma fin dal 1967 Israele ha preteso di annettersi l’intera Gerusalemme ed espanderne «l’area metropolitana», una chiara violazione, mai riconosciuta dalla Comunità internazionale. Ma è l’occupazione nel suo complesso a essere caratterizzata da violazioni sistematiche del diritto internazionale umanitario e della legge penale internazionale.

Non crede che «l’annessione di fatto » di territori arabi rappresenti un fallimento del sionismo, che in Palestina vuole creare uno stato per gli ebrei?

C’erano interpretazioni diverse su cosa significa sionismo. Ora le sue tendenze più reazionarie – che sostengono che fu un errore non cancellare completamente la presenza palestinese durante la guerra del 1948 – sono rivitalizzate dalla destra al potere. Ad esempio quando propone come uno degli sbocchi dei negoziati la riallocazione di comunità palestinesi, specialmente nella regione di Galilea (quella israeliana, ndr), all’interno di un’entità palestinese, in cambio dell’incorporazione in Israele dei cosiddetti «blocchi di insediamenti».Questo processo porterebbe a un riconoscimento di queste comunità di insediamenti illegali che fanno parte di un processo di colonizzazione e andrebbe incontro alle ambizioni demografiche della leadership sionista: minimizzare la presenza palestinese all’interno dello Stato d’Israele.

Non c’è contraddizione tra politiche di apartheid – il muro, giurisdizioni diverse nei Territori occupati – e spinta all’annessione?

Non so se ci sia una grande contraddizione. Da un lato si tratta di un’occupazione che mira a una «separazione» permanente basata sul privilegio, in cui la maggioranza palestinese è soggiogata e i coloni occupanti mantengono i loro privilegi. Dall’altro è un tentativo di annessione per creare una situazione irreversibile che porti a un unificato grande Israele che assorba gradualmente nei suoi confini tutti o la maggioranza dei territori che sono considerati solo sotto «occupazione temporanea ».

Israele è soggetto fin dal 1967 all’obbligo – formulato nella risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza dell’Onu – di ritirarsi dai territori che ha occupato dopo la Guerra dei sei giorni.Ma non l’ha fatto. L’occupazione militare ha subìto cambiamenti significativi?

La vittoria elettorale di Hamas del 2006 ha favorito la politica israeliana e statunitense di rendere la vita dei palestinesi il più dura possibile a Gaza e, in apparenza, migliorarla in Cisgiordania. Gli sforzi dell’Anp di incoraggiare gli investimenti e la crescita economica, concentrati soprattutto a Ramallah, sono stati interpretati come segnali che l’Anp sta migliorando la vita dei palestinesi e questo concetto è stato a sua volta rafforzato dall’addestramento, da parte degli Stati uniti, delle forze di sicurezza dell’Anp incaricate di mantenere l’ordine in Cisgiordania in collaborazione con gli israeliani. Ma la vita quotidiana della popolazione non è cambiata molto: ci sono ancora centinaia di posti di blocco e ostacoli alla mobilità, chiusure frequenti, violenza dei coloni, arresti notturni. Tutti indicatori di un’occupazione oppressiva che non rispetta i diritti di una popolazione civile. E a Gerusalemme est la situazione è molto peggiore, perché i palestinesi sono espulsi dalle loro case, privati dei diritti di residenza. Si può immaginare quanto sia psicologicamente dannoso per una popolazione sapere che il suo diritto di stare nell’area in cui vive sarà messo in discussione sia da forze sociali estremiste rappresentate dai coloni sia da autorità governative che perseguono una politica di graduale pulizia etnica. L’attacco al Libano, Piombo fuso, l’assalto alla Flotilla. Israele sembra sempre più forte e impunito. Ma c’è chi dice che con queste azioni sta in realtà delegittimando se stesso. I rapporti di forza regionali stanno evolvendo a favore della Turchia e il vero vincitore della guerra all’Iraq è l’Iran. Le armi presenti nella regione sono oggi capaci di colpire molto più duramente Israele rispetto agli anni passati. Si tratta di sviluppi molto preoccupanti per la sicurezza d’Israele. Dall’altro lato c’è un movimento di solidarietà internazionale molto più forte che sostiene l’autodeterminazione palestinese e che qui negli Usa si esprime con la crescita di un movimento per il boicottaggio e il disinvestimento, che è stato rafforzato dall’incidente della Flotilla nel maggio scorso, incidente che ha gettato un’ombra su Israele, tanto da suscitare una grande ansia nella sua leadership, alle prese con quello che ha stigmatizzato come «progetto di delegittimazione».

In quanto intellettuale con radici ebraiche come considera possibili le azioni d’Israele degli ultimi anni?

Mi rattrista, in quanto ebreo, vedere uno stato che si proclama «ebraico» agire in maniera tanto ingiusta. Ho tracciato una distinzione netta, nella mia mente, tra la mia identità etnica e il progetto sionista: non ho mai accettato l’idea che l’una implichi l’altro, anche se gli ideologi sionisti vogliono far credere alla gente che se sei critico del sionismo, lo sei del giudaismo e quindi, in maniera diretta o indiretta, antisemita. Un’idea che ha distorto il dibattito, particolarmente qui negli Stati uniti. I governi non reagiscono alle azioni israeliane, perché perseguono essenzialmente una politica estera realista: fanno ciò che può aumentare il loro potere. In questi casi il diritto internazionale è influente rispetto alla società civile e all’opinione pubblica, alla battaglia sui simboli della legittimità. Non bisogna sottovalutare questa dimensione dei conflitti. Se guardiamo agli esiti delle maggior parte delle guerre degli ultimi 60 anni, generalmente sono state vinte dalla parte più debole, che si è avvalsa dei benefici dell’avere assunto il comando della dimensione morale e legale. Tutte le lotte anti-coloniali hanno questa caratteristica: gli americani sconfitti in Vietnam, i sovietici in Afghanistan. In tutti questi casi la resistenza nazionale, combinata al fluire della storia in favore dell’autodeterminazione si è dimostrato più efficace nel determinare l’esito del conflitto di quanto sia stato il vantaggio militare delle potenze coloniali. E Israele è essenzialmente – in relazione ai palestinesi – una potenza coloniale. Se Israele dovesse prevalere, ciò rappresenterebbe un’eccezione rispetto alle tendenze dominanti dalla Seconda guerra mondiale. L’attivismo di una parte degli ebrei americani può avere un ruolo importante nel cambiare le politiche Usa? Stanno giocando un ruolo: l’opinione pubblica è molto più orientata verso un approccio equilibrato al conflitto, ma la lobby filo israeliana è ancora molto efficace nell’influenzare le politiche, quella governo e, specialmente, del Congresso. C’è una tensione tra queste politiche incondizionatamente filo israeliane a Washington e un’atmosfera che sta cambiando nel complesso del paese. Lo testimoniano soprattutto l’appoggio crescente alle iniziative di boicottaggio che stanno prendendo piede nelle università.

Ha ancora fiducia nel diritto internazionale?

La legge, la moralità, i diritti sono molto importanti. Attraverso di esse le Nazioni unite possono dare legittimità simbolica alla lotta dei palestinesi, ma a causa della realtà politica è difficile immaginare come l’esito di una battaglia legittima possa essere tradotto in risultato politico. Non sappiamo quale ruolo gli attori esterni, in particolare gli Stati uniti, giocheranno in futuro. Ma se Washington continua a giocare quello svolto finora, renderà quasi impossibile una soluzione giusta del conflitto. È possibile a questo punto che l’Autorità palestinese senta che non ha opzione migliore che accettare l’offerta di creare un’entità politica «minima », di compromesso, e chiamarla Stato, dichiarando chiuso il conflitto con Israele. Si tratterebbe di un risultato tragico per il popolo palestinese. Un’entità senza sovranità alienerebbe in particolare la diaspora e creerebbe grandi tensioni tra i palestinesi. Ma, giorno dopo giorno, per loro la situazione è stata così insoddisfacente, hanno sofferto talmente tanto, che è comprensibile che possano accettare.

(Intervista di Michelangelo Cocco a Richard Falk, Il Manifesto 2 dicembre 2010)