Fallito il piano di Netanyahu di bombardare l’Iran

REDAZIONE 11 OTTOBRE 2012

 

di Gareth Porter – 10 ottobre 2012

Il resto del mondo può smettere di preoccuparsi della presunta minaccia del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di bombardare l’Iran. Il discorso della settimana scorsa di Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sembra segnare la fine della sua lunga campagna per convincere il mondo che avrebbe potuto lanciare un attacco unilaterale contro il programma nucleare iraniano.

Il motivo della ritirata di Netanyahu è la dimostrazione di un rigetto inaspettatamente duro da parte del presidente Barack Obama delle pagliacciate di Netanyahu. E questa potrebbe essere la notizia migliore da molti anni riguardo al tema del nucleare iraniano.

La cronaca del discorso di Netanyahu si è prevedibilmente concentrata sulla sua bomba fumetto e sulla “linea rossa” tracciata a mano, ma il vero significato risiede nell’assenza del consueto suggerimento che potrebbe rendersi necessario un attacco unilaterale contro l’Iran se il programma nucleare iraniano non fosse interrotto.

Anche se ha offerto ancor un altro ritratto allarmista dell’Iran intento a passare nella prossima estate alla “fase finale” dell’arricchimento dell’uranio, in nessuna parte del discorso Netantyahu ha neppure accennato a una simile minaccia. Il suo scopo esplicito è consistito nell’indurre gli Stati Uniti ad adottare la sua “linea rossa”, intendendo con ciò che gli Stati Uniti avrebbero minacciato un intervento militare contro l’Iran se esso non si fosse piegato alla richiesta di cessare l’arricchimento.

Il giornalista Jeffrey Goldberg, che Netanyahu ha utilizzato due volte per trasmettere agli Stati Uniti la sua pretesa preparazione a entrare in guerra con l’Iran, lo ha definito un “discorso di concessioni”. Netanyahu ha concesso (riconosciuto), in effetti, che il suo tentativo di forzare gli Stati Uniti ad accettare la sua linea rossa è fallito del tutto.

Anche se Netanyahu è stato percepito in generale come mortalmente serio a proposito della minaccia della guerra contro l’Iran, c’è un buon motivo per dubitare che Netanyahu e il ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, abbiano mai inteso attaccare l’Iran.  Un’analisi della storia delle dichiarazioni di Netanyahu e di Barak a proposito dell’Iran rivela che entrambi hanno accuratamente evitato in ogni circostanza di formulare una reale minaccia di attaccare l’Iran.

In realtà Netanyahu è stato al riguardo distintamente più cauto del suo predecessore, Ehud Olmert, il cui governo aveva formulato due volte concrete minacce militari contro l’Iran, nel febbraio del 2006 e di nuovo nel giugno del 2008. Un ex dirigente israeliano, che ha richiesto l’anonimato, mi ha confermato la primavera scorsa che persone che avevano lavorato sia con Netanyahu sia con Olmert e sia con Ariel Sharon avevano trovato Netanyahu “meno deciso” sull’Iran rispetto all’uno e all’altro dei due ex primi ministri.

Nonostante le minacce molto più esplicite di Olmert di attaccare l’Iran, sappiamo ora dai dispacci diplomatici statunitensi consegnati da WikiLeaks al giornale Haaretz che il 2 dicembre 2005 i diplomatici statunitensi avevano riferito che le loro conversazioni con dirigenti israeliani indicavano che non c’erano possibilità di un attacco militare condotto contro l’Iran.  

La scelta israeliana della “linea rossa”

Secondo un articolo di di Shimon Shiffer, dello Yedioth Ahronoth, in modo ancor più rivelatore, prima di andare in pensione da capo di stato maggiore dell’esercito nel febbraio del 2011, il generale Gabi Ashkenazi ha detto all’allora presidente di capi di stato maggiore congiunti, ammiraglio Mike Mullen, che tutti i discorsi di Netanyahu e Barak a proposito dell’opzione militare israeliana contro l’Iran erano “parole vuote”, perché “Israele non dispone di alcuna opzione militare”.

Le prove ora disponibili indicano che la campagna di Netanyahu a proposito di un attacco unilaterale contro l’Iran è stata sin dall’inizio un bluff mirato a esercitare pressioni sul presidente Barack Obama affinché adottasse sia “sanzioni paralizzanti” contro il settore delle esportazioni iraniane di petrolio, sia un’esplicita minaccia di guerra se l’Iran non avesse posto fine al suo programma nucleare.

Netanyahu aveva manipolato con successo l’amministrazione Clinton nel caso del “processo di pace” di Oslo e nel 2001, inconsapevole di essere registrato, affermò:  “Gli Stati Uniti sono qualcosa che si può muovere con grande facilità, muovere nella giusta direzione. Non ci intralceranno.” Egli ha evidentemente calcolato nel 2011 che la sua pressione su Obama sarebbe stata amplificata da una maggioranza del Congresso USA, che la potente lobby filoisraeliana AIPAC aveva ripetutamente mobilitato a sostegno delle leggi desiderate.

Secondo i calcoli di Netanyahu la vulnerabilità di Obama a tali pressioni avrebbe raggiunto il suo massimo nel corso della campagna per le elezioni presidenziali del 2012. Non è stato un caso che il ministro della difesa Ehud Barak abbia suggerito in un’intervista alla CNN dello scorso novembre che Israele sarebbe stato costretto a prendere una decisione sulla guerra nel corso dell’estate o dell’autunno del 2012.  Non c’era alcun motivo oggettivo, tecnico bensì un’ovvia logica politica per suggerire una simile tempistica. Ci si poteva attendere che il candidato del Partito Repubblicano sarebbe stato fortemente dipendente da Sheldon Adelson, lo stesso grande finanziatore che aveva foraggiato la campagna dello stesso Netanyahu.

Alla fine del 2011 e nella prima metà del 2012 l’amministrazione Obama è stata apparentemente allarmata da quella che era diffusamente considerata una minaccia di Netanyahu di un’azione unilaterale. Quando gli USA e Israele hanno concordato a metà gennaio di rimandare un’esercitazione militare congiunta originariamente prevista per l’inizio della primavera, ufficiali ed ex ufficiali dell’esercito statunitense si sono allineati nel dire ufficiosamente alla giornalista di Yahoo Laura Rozen e a Jeffrey Goldberg dell’Atlantic che temevano che Israele stesse programmando un attacco in tale periodo. E agli inizi di febbraio l’editorialista del Washington Post David Ignatius ha riferito che il segretario alla difesa Leon Panetta era allarmato per un possibile attacco israeliano tra aprile e giugno.

Ma in queste apparenti espressioni di allarme c’era più di quanto balzasse all’occhio. Panetta stava facendo apparire la minaccia di un attacco israeliano in quei mesi più credibile di quanto realmente fosse e lo stava facendo senza alcuna iniziativa per respingerla. Si trattava di segnali che l’amministrazione Obama stava utilizzando la supposta minaccia di un attacco unilaterale israeliano per accrescere la pressione sull’Iran in vista dei negoziati tra l’Iran e il gruppo dei “P5+1” previsti in primavera.

Mentre il Partito Repubblicano si preparava a nominare proprio candidato alla presidenza il vecchio amico di Netanyahu, Mitt Romney, tutto sembrava pronto perché Netanyahu massimizzasse l’impatto del suo bluff a proposito della guerra contro l’Iran. Due settimane prima della convention, Netanyahu e Barak hanno telegrafato la loro intenzione di convertire la propria campagna in un’influenza decisiva sulla politica statunitense nei confronti dell’Iran. In un’intervista a Ynet news dell’11 agosto,  un  “alto dirigente di Gerusalemme”, non nominato, ha offerto un esplicito accordo con l’amministrazione Obama: Netanyahu avrebbe “riconsiderato” l’opzione di un attacco israeliano unilaterale contro l’Iran se Obama avesse adottato la linea rossa israeliana, intendendo che avrebbe minacciato di attaccare l’Iran se esso non avesse accettato di interrompere il processo di arricchimento entro una data certa.

Resistenza statunitense alla “tattica delle pressioni”

Ma Netanyahu ha incontrato una resistenza statunitense inaspettatamente ferma alla sua tattica delle pressioni. Il 30 agosto il generale Martin Dempsey, presidente dei capi di stato maggiore congiunti, parlando ai giornalisti in Gran Bretagna, ha affermato che un attacco israeliano all’Iran sarebbe stato inefficace e poi ha lasciato cadere una bomba inattesa. “Non voglio essere complice se loro [gli israeliani] scelgono di farlo”, ha detto Dempsey.

Quel commento di Dempsey è stato la prima ramanzina a Netanyahu e Barak e l’ex consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Giora Eiland, è stato categorico a proposito del suo impatto sulla strategia di Netanyahu. “I dirigenti israeliani non possono fare nulla di fronte a un ‘no’ molto esplicito del presidente degli Stati Uniti”, ha detto. Netanyahu era andato sostenendo durante tutto l’anno che gli Stati Uniti “potrebbero non gradire” un attacco israeliano, ma che lo “accetteranno il giorno dopo”. Ma dopo una tale “dichiarazione pubblica netta” di Dempsey, ha detto Eiland, “la situazione doveva essere riesaminata”. Netanyahu e Barak stavano ora “esplorando quale spazio di operatività sia rimasto”.

Quello spazio si è inoltre ridotto ancor di più perché la convenzione Repubblicana di Tampa Bay dal 27 al 30 agosto non ha fatto dell’ ultimatum statunitense all’Iran, come richiesto da Netanyahu, un tema centrale della convention. L’unica importante figura della politica estera a parlare alla convention è stata Condoleeza Rice, che è stata svillaneggiata dagli alleati neoconservatori di Israele per aver favorito un impegno diplomatico con l’Iran.

Obama e altri alti dirigenti statunitensi avevano chiaramente deciso che era ora di por fine al maldestro tentativo di Netanyahu di esercitare pressioni per mettere in ginocchio la politica statunitense. In un’intervista alla radio di Bloomberg del 9 settembre, il Segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato: “Non stiamo fissando scadenze”. E quando Netanyahu ha sollecitato Obama, in una telefonata dell’11 settembre, ad adottare la sua “linea rossa” – una minaccia di attaccare l’Iran se avesse rifiutato di adeguarsi alle richiesta del P5+1 – secondo fonti statunitensi Obama ha recisamente respinto la richiesta. Tre giorni dopo Panetta ha dichiarato alla rivista Foreign Policy: “Le linee rosse sono un tipo di argomento politico che è utilizzato per mettere la gente all’angolo.”

Il 24 settembre, richiesto nel programma ’60 Minutes’ della CBS di dire se avvertiva pressioni dai tentativi di Netanyahu di cambiare la politica statunitense nei confronti dell’Iran, Obama ha risposto che l’unica pressione che avvertiva era di “fare quel che è giusto per il popolo statunitense”, aggiungendo poi “E bloccherò ogni schiamazzo là fuori”.

E in un segnale inequivocabile da parte di Obama che Netanyahu doveva smetterla di intromettersi nella politica e nelle scelte statunitensi, la Casa Bianca ha persino rifiutato seccamente una richiesta di Netanyahu di un incontro nel corso del suo imminente viaggio negli Stati Uniti, come hanno fatto filtrare gli israeliani ai media giornalistici.

Il giornalista di Haaretz Aluf Benn ha suggerito che il discorso di Netanyahu all’ONU è stato un riflesso non solo del rifiuto dell’amministrazione Obama ma anche della realtà dell’opinione pubblica israeliana. Ha scritto che il primo ministro aveva confezionato il suo discorso in funzione dei sondaggi che dimostravano che gli israeliani volevano che fossero gli Stati Uniti, e non Israele, a occuparsi del problema dell’Iran. Benn ha sintetizzato il verdetto del pubblico: “Non ora e non da soli”.

Indubbiamente Netanyahu condurrà la sua campagna in patria per la rielezione demonizzando l’Iran come “minaccia esistenziale” e continuerà a dire che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Ma il suo tentativo di convincere il mondo che sta seriamente contemplando un attacco contro l’Iran ha completato il suo corso. Netanyahu ha sbagliato malamente i suoi calcoli riguarda alla sua influenza sulla politica USA e con Obama che ora sta ampliando il suo vantaggio nei sondaggi, la straordinaria serie di eventi di settembre può indicare come si svilupperanno nel 2013 e oltre le relazioni tra Stati Uniti e Israele riguardo all’Iran.

E Obama, che non è più intimidito da Netanyahu o dalla lobby israeliana, potrebbe finalmente essere disponibile a fare un tentativo serio di trovare per la prima volta una soluzione diplomatica al conflitto sul programma nucleare israeliano. Il fallimento di Netanyahu potrebbe offrire la prima pausa nella lunga catena di azioni e reazioni che ha portato al presente contrasto di volontà sull’Iran.

Gareth Porter è un giornalista d’inchiesta indipendente e uno storico specializzato sulla politica statunitense della sicurezza nazionale e vincitore del Premio Gellhorn 2012 per il giornalismo.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/how-netanyahus-bomb-iran-ploy-failed-by-gareth-porter

Originale: Aljazeera

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/8055

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