Fantasmi

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di Paola Caridi

Come fantasmi. Sono i morti che si aggirano per le strade distrutte di Gaza, come statue di sale. Le statue di fango le ha fatte Iyad Sabbah, nel quartiere di Shujayyeha Gaza City, così come su una spiaggia della Striscia. Tanto per non dimenticarci, come abbiamo fatto tutti troppo presto, dei quasi 2200 palestinesi uccisi durante l’Operazione Margine Protettivo sferrata da Israele tra luglio e agosto. Circa 1500 erano civili, secondo il rapporto di fonte Onu reso noto a inizio ottobre. Sono stati uccisi 500 bambini, dieci al giorno nei 50 giorni di bombardamenti, come ha ricordato all’inizio dell’anno scolastico a Gaza – inizio in condizioni precarissime – il commissario generale dell’Unrwa Pierre Kraehenbuehl. Sono stati uccisi 500 bambini a Gaza in 50 giorni, e l’infanzia palestinese continua a pagare, nel cono d’ombra dell’informazione. Paga in Cisgiordania, di cui pochi, pochissimi si interessano. Aveva 5 anni Inas Shawkat Dar Khalil, del villaggio di Sinjil: è stata uccisa da una macchina guidata da un colono dell’insediamento israeliano di Ytzhar, vicino Nablus, uno degli insediamenti più radicali di tutta la Cisgiordania. l’automobilista non è stato arrestato dalle autorità israeliane. La stessa sorte, racconta un blogger israeliano sotto pseudonimo sull’ottima rivista +972, non avrebbe avuto un automobilista palestinese. Aveva 13 anni Baha Badr, un ragazzino palestinese ucciso dai soldati israeliani entrati in un villaggio vicino Ramallah. Sassi e molotov, la reazione verso i soldati israeliani entrati nel villaggio. Baha è stato ucciso da tre colpi sparati al petto. Indagano le autorità israeliane. Per le associazioni di difesa dei diritti civili, sia israeliane e palestinesi, le indagini sono uno dei punti debolissimi, in questa storia. Finiscono sempre, o quasi, con un nulla di fatto. E l’accusa è quella di una sostanziale impunità.
Venerdì non hanno potuto pregare sulla Spianata uomini e donne di età inferiore ai 50 anni. Una violazione palese della libertà di preghiera, mentre l’ingresso è stato concesso a gruppi di israeliani ebrei appartenenti alla destra più radicale e/o al movimento dei coloni. Non è nascondendo la polvere sotto il tappeto che le cancellerie potranno incidere sulla soluzione del conflitto israelo-palestinese, ora che ha superato il giro di boa di Oslo. il paradigma di Oslo è morto da tempo, ma ora – ed era ora – tutti lo dichiarano apertamente. Le mosse di Svezia e Gran Bretagna, pur diverse, indicano che qualcosa sta cambiando. E noi? Noi italiani? Rimaniamo a guardare?

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