Fare acquisti per una nuova guerra

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Articolo pubblicato originariamente su Mondoweiss e tradotto dall’inglese dalla redazione di Bocche Scucite. L’articolo è parte della sezione “Diari da Gaza”

Le guerre di aggressione israeliane sono diventate così comuni a Gaza da essere la nuova normalità.

PALESTINESI TORNANO AL MERCATO PER ACQUISTARE PRODOTTI DOPO QUATTRO GIORNI DI ATTACCHI ISRAELIANI, NELLA CITTÀ DI GAZA, IL 10 AGOSTO 2022. (FOTO: ASHRAF AMRA/APA IMAGES)

Sudo nell’oscurità causata dalle interruzioni di corrente – o forse è solo il terrore di morire? Il suono della “zannana”, o del drone militare israeliano, è assordante, penetrante, e batte insieme al mio cuore.

Mi chiedo perché Israele non ci lasci vivere una vita normale a Gaza, dimenticando per un attimo che Gaza è il posto più lontano dalla normalità. La normalità è una tregua tra un attacco e l’altro, un’incrinatura momentanea nel tessuto di un assedio che dura da quindici anni. Ed eccoci qui, un anno dopo l’operazione “Guardian of the Walls”, tra il suono di quelle bombe che pensavamo stupidamente fossero un lontano ricordo.

Stavo andando alla festa di matrimonio di un amico quando le forze israeliane hanno attaccato diversi luoghi oggi in contemporanea. Nel primo giorno di aggressione israeliana, almeno 10 persone sono state uccise, tra cui una bambina di 5 anni e una donna di 23, oltre a 55 feriti. Il bilancio delle vittime nei giorni successivi è stato più di quattro volte superiore.

La gente ha iniziato a muoversi in fretta verso le proprie case, e io mi sono mossa insieme a loro. Mio fratello mi chiamò e mi chiese di portare a casa pane, fagioli e latte in polvere per sua figlia Suza, di 6 mesi: tutto quello che serviva per due settimane. Ormai ci eravamo abituati a seguire il protocollo, mettendo a frutto le nostre capacità di fare la spesa in tempo di guerra, affinate in un decennio e mezzo di guerre intermittenti. Mentre mi dirigevo verso la drogheria più vicina, pensavo alle persone che non avrebbero potuto permettersi tutto quel cibo e quelle provviste in anticipo.

Il più vicino, naturalmente, perché non potevo fare lo schizzinoso: molte persone avranno avuto la stessa idea e non volevo essere accolto da scaffali vuoti.

La ragione di questa improvvisa frenesia per gli acquisti dovrebbe essere ovvia, ma tutti a Gaza si sono abituati a rispettare un coprifuoco autoimposto, sapendo che la macchina omicida israeliana considererebbe qualsiasi cosa in movimento a Gaza come un bersaglio legittimo, proprio come mio zio, Mansour, che è stato ucciso mentre andava a comprare del cibo durante l’ultimo attacco israeliano a Gaza.

Ma fare la spesa è l’ultimo dei problemi. Abbiamo imparato molto di più dagli interminabili cicli di aggressioni israeliane, come indossare abiti leggeri nel caso in cui dovessimo lasciare le nostre case e correre, scappando dalle macerie. Abbiamo imparato a non mangiare e a non bere troppo, per non dover andare spesso in bagno: quando si può morire da un momento all’altro, si vuole stare con i propri cari. Le guerre israeliane ci hanno insegnato a non fidarci della notte, perché è il momento in cui scelgono di effettuare i bombardamenti più pesanti.

Quando ho scritto queste parole per la prima volta, sentivo ancora il suono lontano (e, cosa allarmante, non così lontano) dei bombardamenti intorno a me. Tutti noi avevamo paura di diventare il prossimo obiettivo di un attacco: mio padre, mia nipote, mia sorella, tutti noi. A prescindere dalle circostanze, chiunque poteva essere preso di mira, civile o no.

Questa è una vita di cui ci siamo stancati. Non abbiamo più le energie per sopportare un’altra perdita, un altro trauma, un’altra notte di follia. Voler vivere una vita normale senza la paura di essere uccisi non dovrebbe essere così irragionevole.

Il giorno prima dell’attentato, ero seduto in salotto, a divertirmi con la mia famiglia e a chiacchierare del mio imminente primo viaggio fuori Gaza, in Italia. Mio padre mi ha chiesto di comprargli delle scarpe classiche italiane. Mio fratello mi diceva quanto fossi fortunato a viaggiare. Mia madre si accontentava di sorridere, sapendo che sarei stata felice durante il viaggio.

Il giorno dopo eravamo nello stesso salotto, ma non riuscivo a guardare il volto di mio padre, né i suoi occhi spaventati. Mia madre era incollata al telegiornale e piangeva silenziosamente per le famiglie di coloro che erano stati uccisi. Mio fratello stava pensando ad alta voce a dove saremmo dovuti andare se gli attacchi aerei israeliani avessero bombardato la nostra casa o un altro luogo vicino. E io pensavo solo a come, in un solo giorno, una guerra potesse cambiare tutto, portando la nostra effimera normalità a un brusco arresto.

E, naturalmente, pensavo se sarei sopravvissuto abbastanza a lungo per andare in Italia.

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