Farming action in Khuza’a

venerdì 18 novembre 2011

 

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera…
Abu Khaled cammina a piedi scalzi su un terreno che non coltivava da cinque anni, porta il vestito lungo tradizionale e una kufyah in testa. Ogni due passi le sue vecchie mani lanciano una manciata di grano, cammina fino alla fine del campo, e poi torna indietro. Non dice una parola, e non perde mai il ritmo. I chicchi cadono sul terreno arido, sui cespugli secchi, su tumuli di terra e fosse. I piedi nudi e callosi non fanno caso alle spine e alle pietre, sembra che attraverso di essi ristabilisca un contatto perduto con la terra. La sua terra.
Finito questo lavoro si ferma e si guarda attorno malinconico, osservando il confine e la torretta di controllo.
L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo…
Qui, fino al 2001, c’erano ulivi, aranci e limoni, le famiglie venivano a fare i pic-nic, a stare insieme nel verde. Le ultime case sono state distrutte durante l’attacco israeliano chiamato piombo fuso, e da allora molte poche persone osano metterci piede. Ci troviamo vicino alla strada in cui dieci giorni fa i soldati sionisti hanno sparato senza preavviso in direzione mia e di Radhika, e soprattutto in direzione di alcuni bambini del posto che stavano tranquillamente camminando. I campi sono esattamente in mezzo tra il confine e quella strada.
A poche centinaia di metri verso nord ha avuto luogo l’omicidio di Roya’a AnNajjar, che durante piombo fuso è stata freddata mentre usciva dalla sua casa con una bandiera bianca dopo decine di ore d’assedio, nella stessa occasione è stato ucciso Mahmud e ferita Jasmeen, sempre della stessa famiglia. Poche centinaia di metri a sud si trova la scuola superiore di Khuza’a, crivellata dai colpi di arma da fuoco dell’esercito israeliano.
I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati…
Due vecchi, accovacciati, stanno in silenzio ed osservano un po’ il trattore ed un po’ la terra brulla attorno. Non so cosa pensano e non riesco ad immaginarlo, posso percepire, da estranea, il loro attaccamento alla terra, posso tirare a indovinare i loro ricordi. Questo luogo è veramente molto vicino al confine, al limite dei 300 metri unilateralmente imposti da israele come no-go zone. La gente qui dice che possono raggiungere questo terreno perchè noi siamo con loro, io non so se è vero, perchè so -e lo sanno anche loro- che la nostra presenza qui non porta a loro alcuna garanzia, anche per alcuni di noi ISM è la prima volta che ci si reca così vicino al confine.
Poichè si sentono protetti, anche se è venerdì -giorno di festa- diversi abitanti di Khuza’a arrivano qui. Una donna anziana vuole piantare dei piselli. No, le spiegano gli altri contadini, questo non è un buon posto per i piselli, qui si può piantare solo il grano, i piselli bisogna annaffiarli ed hanno bisogno di cure, non si può piantare i piselli in un posto dove non si riesce a tornare spesso.
I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero…
Uno di noi sta sul trattore, per fornire quel poco di protezione al contadino che lo guida: anche io mi siedo su un parafango in ferro delle grosse ruote dietro, ci sono dei pali dove posso aggrapparmi, ed essi sono essanziali perchè, in cinque anni di abbandono, i bulldozer israeliani hanno creato profende dune e solchi, il trattore si inclina pericolosamente a destra e sinistra, e c’è il rischio di cadere. Non solo le forze di occupazione impediscono ai contadini di avvicinarsi, ma rendono il terreno talmente dissestato che diventa difficile ararlo.
e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”
Alcuni di noi dicevano che di sicuro oggi avrebbero sparato, certamente non sarebbe stata una novità, ma i soldati di la, per qualche imperscrutabile ragione, non hanno sparato. E se non sparano qui si coltiva. Si fa crescere il grano, che poi diventa farina, e poi diventa pane…buon pane arabo integrale.
E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori
Questa volta, perfortuna, i soldati non hanno sparato nemmeno un colpo. Questa volta è stato possibile seminare ed arare. Questa volta. Dieci giorni fa, appunto, hanno sparato a dei bambini che camminavano sulla strada qui vicino. Per ricordare che quando vogliono, sparano. Quando vogliono loro, una volta ogni cento, perchè ce lo ricordiamo per tutte le altre 99 volte in cui scelgono di on sparare. La convinzione di questi contadini che la nostra presenza abbia tenuto a bada le forze di occupazione non fa cambiare il loro stato di costante incertezza.
Abbiamo chiesto a Taragi, la coordinatrice locale, cosa pensasse di oggi. Ha risposto: “Mumtaz!” (perfetto!). I contadini, dal canto loro, non finivano più di ringraziare e di mostrare la loro gioia. Hanno però fatto notare di avere bisogno di una mano anche dopo, vorrebbero degli internazionali anche ad aprile, quando si raccoglie in grano. Qualche volontario?
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Il lavoro finito – foto grazie a welshingaza!
(qui internet adesso è veramente troppo lento per caricare altre foto, domani o stasera ne avrete delle altre…)
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