“FERISCE LA CONVIVENZA TRA NOI E GLI ALTRI POPOLI” – di Abraham B. Yehoshua

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agosto 13, 2018

Qual è, a mio parere, il motivo dell’approvazione della nuova legge che sancisce il carattere ebraico dello Stato di Israele, l’ebraico come unica lingua ufficiale e incoraggia lo sviluppo futuro degli insediamenti, sottolineandone il valore nazionale?

Perché questo provvedimento suscita l’indignazione dell’ala liberale di Israele, dell’opposizione in Parlamento e di molti accademici, che la vedono come un ulteriore avvicinamento a uno stato di apartheid non solo nei territori palestinesi della Cisgiordania ma anche entro i confini della Linea Verde? 

Anche il presidente Reuven Rivlin, per anni membro del Likud (il partito di maggioranza al governo), ha criticato apertamente il premier Netanyahu e i suoi ministri chiedendo il rinvio dell’approvazione del recente decreto, o almeno alcuni suoi significativi emendamenti.

La legge ha suscitato le forti proteste della comunità drusa, profondamente legata all’identità israeliana. Una comunità che ha rappresentanti in Parlamento (per lo più, ironicamente, nei partiti di destra) e i cui figli si arruolano nell’esercito e prestano servizio in unità di combattimento e di élite. Una comunità che parla l’arabo, retrocesso dalla nuova legge da lingua ufficiale – a fianco dell’ebraico – a «speciale»: una definizione poco chiara e non ben definita. 

Anche la minoranza palestinese è giustamente insorta contro questo decreto in cui non compaiono i termini «democrazia» e «uguaglianza», presenti invece nella Dichiarazione di Indipendenza redatta alla fondazione dello Stato, nel 1948, in cui si specifica che Israele assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, senza distinzione di religione, razza o sesso.

Nemmeno agli ebrei della diaspora è chiaro l’onnicomprensivo concetto di «nazionalità ebraica» che li vede inclusi. Un ebreo, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, il cui compito è di interpretare la costituzione di quello stato, può ritenersi parte della nazione ebraica? E in che modo la sua nazionalità americana si integrerà con quella ebraica? C’è una sovrapposizione fra le due o sono in contraddizione? Se l’ebraismo è per lui solo una componente culturale o religiosa della sua identità americana, Netanyahu ha il diritto di imporgli una nazionalità chiaramente connessa allo Stato di Israele che lui forse non desidera?

Malgrado sia essenzialmente dichiarativa, la nuova legge è comunque superflua e colpisce gravemente l’identità israeliana, un’identità nella quale si accomunano tutti i cittadini dello Stato. Il nome della nazione in cui viviamo è Israele e tutti i suoi cittadini posseggono una carta d’identità israeliana, non ebraica. Che bisogno c’è quindi di un provvedimento simile? Dopotutto, già nel 1947, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale durante la quale un terzo del popolo ebraico è stato sterminato, le Nazioni Unite riconobbero il suo diritto a uno Stato.

Se volessimo chiarire il motivo profondo di questa norma giuridica provocatoria e inutile, ho l’impressione che lo si debba cercare non nel passato ma nel futuro. Ovvero nel dibattito sull’avvenire della Cisgiordania, dove circa due milioni e mezzo di palestinesi vivono sotto occupazione militare. L’auspicata soluzione di due Stati per due popoli appare sempre più inattuabile col passare del tempo, soprattutto a causa della presenza di quattrocentomila israeliani negli insediamenti in Cisgiordania, che sarà impossibile sradicare con la forza se non a prezzo di una sanguinosa guerra civile.

Lo schieramento per la pace sostiene che il proseguimento della costruzione di insediamenti e il deliberato e continuo rinvio del processo di pace trasformeranno profondamente l’identità ebraica di Israele, la cui popolazione, in futuro, sarà costituita dal quaranta per cento di palestinesi e dal sessanta per cento di ebrei. Per difendersi da questa asserzione, considerata dalla maggior parte degli israeliani più teorica che politica, il governo Netanyahu, convinto che le parole possano cambiare la realtà dei fatti, ha varato in maniera affrettata e irresponsabile una legge nazionalista che definisce Israele come Stato del popolo ebraico, rendendo così nebulosi i diritti democratici delle minoranze presenti nel Paese. 

Che lo si voglia o no Israele sta scivolando lentamente verso una realtà di doppia nazionalità, costituita dal sessanta per cento di cittadini ebrei e dal quaranta per cento di palestinesi, fra cui due milioni con cittadinanza israeliana e altri due milioni e mezzo privi di diritti civili in Cisgiordania. Due milioni e mezzo di palestinesi che, prima o poi, chiederanno i loro diritti e noi, a dispetto delle parole vuote della recente legge, non potremo negarglieli.

 

Israele Stato Nazione, perché no. Abraham B. Yehoshua: “Ferisce la convivenza tra noi e gli altri popoli

 

“FERISCE LA CONVIVENZA TRA NOI E GLI ALTRI POPOLI” – di Abraham B. Yehoshua

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