Francesco Battistini : «Speculazioni, fallimenti, graffiti d’autore: in Israele si vive così lungo il muro»

sabato 18 giugno 2011

Oltre la Barriera di separazione ci sono migliaia di tragedie personali, totalmente lontane dagli occhi dell’opinione pubblica israeliana» (Meron Rappaport. giornalista israeliano, 2003). Ci sono cose che gli israeliani sanno fare bene. Questa vergogna del Muro l’hanno fatta bene. La nostra attività s’è bloccata al 90 per cento (Nasser, capo palestinese delle Brigate Al Aqsa di Nablus, 2004).» Come padre di due adolescenti, al tempo dei kamikaze, nel mio profondo ho sempre provato gratitudine per una Barriera di sicurezza che faceva tornare a casa vivi i miei figli (Yossi Klein Halevi, professore universitario israeliano, 2011). «Il Muro di separazione razziale mi circonda da tutti i lati. Siamo diventati come un uccello in gabbia. A volte mi chiedo: perché non posso girare il mondo come tutti gli altri bambini? (Iman Juhalin. 12 anni, palestinese della Cisgiordania. 2007). Non si è d’accordo nemmeno sul nome. Come chiamarlo. quel pitone grigio di cemento che da nove anni taglia case e uliveti, vite e sogni? Da quando Ariel Sharon cominciò a costruirlo in un quartiere di Gerusalemme. gli hanno dato almeno una dozzina di definizioni. Tutte contestate allo stesso modo, tutte ugualmente inadeguate: Barriera di separazione, Barriera di sicurezza, Security Fence. Muro della vergogna, Muro benedetto, Muro d’annessione, Muro dell’apartheid, Chiusura di sicurezza, Muro di separazione razziale, Barriera antiterrorista. Muraglia di protezione… Dal termine che usi, ti dicono, si capisce quel che pensi. E un’opinione in certi casi è imbarazzante, come accadde l’anno scorso a Silvio Berlusconi che l’aveva appena attraversato in auto, durante una visita ufficiale, per raggiungere il leader dell’Autorità palestinese. Presidente, gli chiesero, che impressione le ha fatto passare per il Muro? Sorriso: «Mi spiace. ero intento a leggere delle carte… Non l’ho visto. E costato quattro miliardi dì dollari, finora: più di quel che l’America dà ogni anno a Israele. In certi punti, è alto il doppio del Muro di Berlino: otto metri. In alcuni tratti, ha elettricità e telecamere come la barriera di Tijuana, fra Messico e Stati Uniti. «Ma chi fa paragoni compie una scorrettezza» dice l’ex ambasciatore israeliano all’Onu. Dan Gillerman: »A Berlino, serviva a levare la libertà a interi popoli. In Messico, è per fermare l’immigrazione illegale. Questa barriera, semplicemente, è per la nostra sopravvivenza. L’hanno costruito durante la Seconda Intifada, che ha ucciso quattromila palestinesi e mille israeliani. E servito: gli attentati non sono più un trauma settimanale e in Israele, da più di tre anni, non si fa esplodere un kamikaze.Il buon risultato. sul piano della sicurezza, ha convinto il governo a rallentare i lavori di costruzione e a fermare, in maggio, le betoniere a Gush Etzion e in altre zone. In ogni caso», disse una volta il premier Bibi Netanyahu, »noi non stiamo costruendo su Territori palestinesi: stiamo costruendo su Territori contesi. È una barriera temporanea. E può sempre essere rimossa.. Oltre i confini del ’67 Il Muro, ci sono pezzi dove non è neanche un vero muro: filo spinato e fossati, in attesa di nuovi appalti. Tutto anse e zigzag.

la sua lunghezza è oltre due volte quella dei confini del 1967 che Obama vorrebbe fossero ripristinati: 725 chilometri progettati, poco meno di due terzi già completati.

L’esercito di Tsahal l’ha ridisegnato più volte, spesso su ordine della magistratura israeliana che ha accolto le proteste di palestinesi e pacifisti, ma all’80 per cento il serpentone corre oltre la Linea Verde. divorando il 9 per cento della Cisgiordania, inglobando un’ottantina d’insediamenti illegali e 1’85 per cento dei coloni israeliani. sradicando ulivi e agrumeti. annettendo due terzi delle sorgenti d’acqua. E stato dichiarato illegale dall’Onu e dai giudici internazionali dell’Aia. Anche l’Alta Corte di Gerusalemme, pur riconoscendo il diritto israeliano all’autodifesa. ha detto che la barriera non può comunque andare a scapito della popolazione palestinese. «Il Muro penetra nei nostri Territori fino a 22 chilometri, dice Saeb Erekat, storico portavoce dall’era Arafat: »Con la scusa della sicurezza. gli israeliani hanno di fatto preso altra terra e modificato il confine. E gli attentati sono diminuiti per una sola ragione: perché i palestinesi hanno deciso di non farli più..

I politici di Ramallah sorvolano spesso sulla questione Muro. E infatti non la pongono fra le priorità dei negoziati di pace. C’è un motivo: mentre Sharon costruiva, e tutti protestavano, nello stupore generale si scopri che il cemento per la barriera veniva venduto agli israeliani da un cementificio di proprietà di Abu Ala. l’allora premier palestinese. Uno scandalo. Perché il Muro alimenta anche le sue piccole, grandi speculazioni. Una società olandese, dietro pagamento via web con carta di credito, s’incarica di scrivere frasi di protesta commissionate dai pacifisti di tutto il mondo. il Muro è in paginetta della Lonely Planet e a Gerusalemme, in un albergo della Porta di Damasco, ogni settimana si raccolgono iscrizioni al Tour dell’apartheid.. Un giorno, a vergare sul cemento un «tiratelo giù., tra fotografi e pr che fornivano cartelle stampa della casa discografica. è arrivato anche il Roger Waters dei Pink Floyd, quello di The Wall. Per molti è imperdibile, una marcia con la kefiah. Tempo fa, il giornale Yedioth Ahronot scovò alcuni «turisti della solidarietà., un gruppetto di ragazzi romani col foulard sulla bocca e i pugni alzati, stralunati dal fuso. che erano appena atterrati da una manifestazione no global a Seni: «Siamo venuti a sostenere gli amici di Gaza. disse uno di loro all’interdetto cronista che cercava di ricordargli che la Striscia sta da un’altra parte, ed è un’altra storia.

Spalle al muro, rassegnati a considerare il serpentone un confine ineliminabile. ai palestinesi non rimane che elencare le mille. vere tragedie personali.

Naji Yousef, il pastore costretto a vendere le sue pecore perché il cemento le divide dal pascolo. Il ristoratore di Betlemme che da un giorno all’altro è stato chiuso sui tre lati, ha perso la clientela che veniva apposta da Gerusalemme e l’ha presa con spirito: perché i vecchi amici non si dimenticassero di lui, ha fatto dipingere il menù sull’altro lato del Muro. Mohammed Shahini, il preside che la mattina deve caricare i libri sull’asinello e farsi tre ore per raggiungere la scuola, oltre i check-point. I medici che a volte non arrivano in ospedale, perché c’è troppa coda. Gli scolaretti di Ras a-Tira che si alzano col buio, pur d’attraversare puntuali il filo spinato. Le ambulanze perquisite per ore. Le merci bloccate per settimane. Perfino i Salesiani di Betlemme, che hanno rischiato di finire separati: di qui (in Israele) i frati con le vigne, (in Palestina) le suore con l’asilo. Una generazione particolare. Angosce sputate con gli spray. urlate, com. battute. Le graffitano, pure: Bansky, artista underground di Bristol, ha disegnato finte brecce e dentro ha dipinto i trompe-l’oeil di mari cristallini, palme tropicali e paesaggi alpini, perché questo gli hanno chiesto i ragazzini. 

Un vero dramma., dice un giornalista di Radio Israel, Gal Berger, .è che sta crescendo una generazione di palestinesi che non ha mai visto un ebreo. E che gli israeliani ormai non vedono più i palestinesi e non vogliono più vederli, La Barriera ha segnato il divorzio fra due popoli e due economie che prima avevano scambi.

Se vogliamo prenderla in senso positivo, è un passo visibile verso la soluzione dei due Stati*. Da Tulkarem che sta chiusa fra ben due muri, a Qalqilya che lotta per riavere la sua acqua, la geografia dell’isolamento ha per capitale un villaggio di nome Bilin. Un simbolo: le proteste ogni venerdì, mesi di scontri con la polizia, decine di feriti, alla fine hanno dato ragione agli abitanti, coi giudici israeliani che hanno costretto a spostare la barriera un po’ più in là. salvando i campi coltivati.

Il Muro in qualche caso è diventato un simbolo di piccole riscosse, dice Mohammed Mari, giornalista di Ramallah: «Ma un decennio come questo non si cancella. Abbiamo tutti una barriera nella testa, e nessuno la butta giù. L’altra settimana, al confine con la Siria, l’esercito israeliano ha sparato sui palestinesi che cercavano di sfondare il confine. Disperati dei campi profughi pagati dal regime di Damasco, probabilmente. Gente della diaspora che prima o poi ci riproverà. Il governo Netanyahu ha proposto una commissione di studio per risolvere la nuova minaccia di queste invasioni di massa. Come? Costruendo un nuovo muro.

Corriere della Sera Sette    18 giugno 2011

Pubblicato da arial a 22:58
Contrassegnato con i tag:

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam