Francesco, i poveri e il Sultano

admin | March 15th, 2013 – 7:34 pm

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Dimmi dove hai vissuto, e ti dirò quali sono le cose che ti colpiranno di più. Dritto al cuore. E se per sorte e occasione ti è capitato di vivere a Gerusalemme, e di aver avuto una educazione cattolica, sentire pronunciare quel nome – Francesco – dalla Loggia delle Benedizioni ha avuto tutto il suo effetto. Un misto di calore e nostalgia. Francesco, l’unico santo che ci può permettere di chiamare senza farlo precedere, appunto, da un San, una spiegazione, un appellativo. Francesco è Francesco, e il resto è superfluo. Per chi ha vissuto, come me, un decennio a Gerusalemme di fronte alla Custodia francescana di Terrasanta, ha conosciuto uomini in saio che aiutavano parrocchiani, popolo, umanità dolente, sentire quel nome da piazza San Pietro è stata una gioia.
Ed è un sentimento che, per alcuni versi, prescinde da chi – certo con la piena coscienza – ha deciso di indossarlo. Francesco è diventato Papa, ed è una rivoluzione: il Santo Poverello e straccione che andò nella Roma opulenta a cantargliene quattro al pontefice Innocenzo III diventa il modello del Papa che deve risollevare una chiesa percorsa non solo da scandali, ma dalle solite lotte di potere che ne hanno segnato la storia. Di nuovo, arriva Francesco a salvare la chiesa, a darle linfa e a riportarla a un rapporto serio e imprescindibile col vangelo dei poveri e degli ultimi.
E i primi gesti – religiosi, e in questo politici – di Papa Francesco sono interamente nel solco di Francesco d’Assisi. Perché i gesti, questo tipo di gesti, contengono già il programma del pontificato. In questo, papa Bergoglio ricorda in tutto e per tutto, e in modo sorprendente, un altro conservatore come papa Wojtyla.
Siccome, però, Gerusalemme e il Medio Oriente significano anche altro, sentire quel nome – Francesco – non ha potuto non evocare ciò che Francesco, allora, ha fatto con gli altri, quelli che credevano a un Dio diverso. Francesco e il Sultano, insomma. Francesco che parte e va, nella sua follia santa, a incontrare Malik al Kamel Nasreddine, sultano ayyubide, a Damietta. Era il 1219, e sembrava una follia, durante la quinta crociata. I due si parlarono, eccome se si parlarono.
Francesco andò, sfidando il pericolo di essere ammazzato prima di essere ricevuto dal sultano. E il sultano Kamel lo accolse, come si fa con gli ospiti. Francesco non riuscì a convertirlo, ma i due uomini – dice la vulgata – si piacquero molto. Avrà inciso questo incontro sulla pace che Malik al Kamel stipulò con re Federico II? Chissà. Di certo non la ostacolò.

Paul Moses, giornalista e accademico americano che ha dedicato all’incontro un libro, scrive: “If the greatest Christian saint since the time of the apostles had opposed the Crusade and peacefully approached Muslims at a time when they were supposed to be mortal enemies, that action can inspire and instruct us today. So should the fact that al-Kamil, a great sultan of Egypt and a nephew of Saladin, was so tolerant of Christians that he allowed one of them to preach to him in the midst of a Crusade. The story of Francis of Assisi and Sultan Malik al-Kamil says there is a better way than resentment, suspicion and warfare. It opens the door to respect, trust and peace.It needs to be told anew.”

Quando Papa Benedetto XVI scivolò sul discorso di Ratisbona, provocando un malaugurato raffreddamento delle relazioni con il mondo musulmano, un uomo di fede (cristiano) mi disse a Gerusalemme, con durezza “Per ricucire i rapporti, se ne parla col prossimo papa”. Il nome scelto da Papa Bergoglio potrebbe far ben sperare.

A illustrare questo post è l’incontro tra Francesco e il Sultano fatto da Giotto di Bondone, nel ciclo delle storie di San Francesco ad Assisi.

 

 

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