Furush Beit Dajan, il villaggio palestinese prosciugato dallo stretto controllo israeliano sull’acqua

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Articolo originariamente pubblicato su Middle East Eye e tradotto in italiano da Grazia Parolari per Invicta Palestina

Molti agricoltori di Furush Beit Dajan hanno iniziato a coltivare pomodori poiché questo raccolto richiede molta meno acqua e terra rispetto ai limoni (MEE/Shatha Hammad)

La scarsità d’acqua ha costretto gli abitanti del villaggio di Furush Beit Dajan, in Cisgiordania, ad abbandonare la coltivazione dei loro famosi alberi di limoni e riporre speranze nella produzione di pomodori.30

Di Shatha Hammad in Furush Beit Dajan, Palestina occupata

In piedi sulla sua terra, a contemplare il destino dei suoi alberi di limoni un tempo fruttuosi, Thabet Muhammad Abdul Kareem si chiede con ansia se continueranno a seccare.

Da quasi 50 anni l’agricoltore palestinese e la sua famiglia fanno affidamento sulla terra come principale fonte di reddito, proprio come gli altri residenti di Furush Beit Dajan, un villaggio agricolo nella Cisgiordania occupata da Israele.

Situato appena ad est della città di Nablus, nel mezzo della Valle del Giordano, il villaggio palestinese copre 14.000 dunam (circa 3.500 acri) di terra, la maggior parte dei quali è stata confiscata dalle autorità israeliane occupanti.

Il villaggio è anche circondato dal checkpoint militare di Hamra e dagli insediamenti israeliani di Hamra e Mekhora.

Ai residenti palestinesi è vietato piantare su 11.000 dunam di quella terra, lasciando loro appena 3.000 dunam, classificati secondo gli accordi di Oslo come Area C, il che significa che agli abitanti del villaggio è vietato erigervi strutture, neppure serbatoi d’acqua.

Risorse invidiabili

Il novantotto per cento dei residenti di Furush Beit Dajan lavora nell’agricoltura e fa affidamento sui raccolti e sul bestiame come principale fonte di reddito.

La sua posizione privilegiata – dietro la catena montuosa di Nablus dove si trova il bacino orientale – significa che c’è abbondante acqua che scorre nel sottosuolo.

La scarsità d’acqua ha costretto gli agricoltori di Furush Beit Dajan ad abbandonare la produzione di limoni ea coltivare pomodori in serra (MEE/Shatha Hammad)

Il villaggio è noto per le sue terre fertili e gli alberi di limoni, ha detto il capo del consiglio del villaggio Azem Hajj Muhammad a Middle East Eye, ma a causa dello scavo di falde acquifere artesiane da parte dell’esercito israeliano sulla loro terra, l’acqua nei pozzi sotterranei del villaggio ha iniziato a esaurirsi e la produzione di limoni del villaggio è crollata.

Con meno terra e un ridotto approvvigionamento idrico, la gente del posto si è adattata al cambiamento passando alle serre e all’agricoltura verticale. Ma viene loro costantemente ricordato delle risorse naturali disponibili proprio sotto i loro piedi.

“Furush Beit Dajan  sorge su una vena sotterranea e sentiamo il suono dell’acqua che si muove attraverso i tubi dell’acqua israeliani, ma non possiamo usarlo”, ha detto Muhammad.

Secondo il capo del consiglio, le autorità israeliane disturberebbero gli abitanti dei villaggi che cercano di scavare pozzi o di usare le condutture dell’acqua. Diversi agricoltori sono stati arrestati e sono state loro inflitte pesanti multe  in quanto giudicati colpevoli di aver tentato di accedere all’acqua.

Inoltre, nel villaggio sono vietati i serbatoi d’acqua. Il 16 luglio 2021, le autorità israeliane hanno demolito uno dei serbatoi di Muhammad, contenente 500 metri cubi d’acqua, nonostante un ordine dell’Alta corte israeliana avesse imposto l’interruzione della demolizione.

“Israele pratica la discriminazione razziale contro di noi. A cinquecento metri da noi, l’insediamento di Hamra gode delle sue piscine, dell’accesso illimitato all’acqua e di tutte le infrastrutture di cui ha bisogno”, ha detto a MEE.

Sogni costruiti sull’acqua

Thabet Muhammad Abdul Kareem ha ora 72 anni. È padre di nove figli e nonno di 13. Tutti fanno affidamento sulla loro terra, composta da sei dunam coltivati ​​prevalentemente con vecchi alberi di limoni.

L’anno scorso, la sua famiglia si era sentita ottimista quando è diventata uno dei beneficiari di un progetto del ministero dell’agricoltura palestinese per erigere serbatoi per la raccolta dell’acqua. Subito dopo, Abdul Kareem aveva piantato altri 100 alberi di limoni, su cui aveva affidato tutte le sue speranze.

Abdul Kareem, 72 anni, tiene in mano una collezione di vecchie carte risalenti al 1920 che dimostrano la proprietà della terra da parte della sua famiglia (MEE/Shatha Hammad)

Tuttavia, non appena il 15 novembre 2021 la costruzione del serbatoio dell’acqua è stata completata, le autorità israeliane ne hanno ordinato la demolizione.

“Soffriamo di siccità costanti durante i mesi estivi e devo comprare l’acqua per mantenere i miei alberi, e avevo bisogno di questo serbatoio per immagazzinare tutta l’acqua che compro”, ha detto Abdul Kareem a MEE, sottolineando che gli alberi di limoni devono essere annaffiato ogni due giorni e consumano grandi quantità di acqua.

Dopo l’installazione del serbatoio dell’acqua, l’amministrazione civile israeliana ha quindi sconfinato nella sua terra, ha scattato foto e ha persino appeso un ordine militare al serbatoio in cui stabiliva che doveva essere smontato entro 96 ore.

“Siamo andati ai tribunali israeliani… e abbiamo cercato di appellare l’ordinanza. Il 28 gennaio abbiamo ricevuto un rigetto definitivo dal tribunale che ne ordinava la distruzione”, ha detto a MEE.

Pochi mesi dopo, l’8 febbraio, le autorità israeliane hanno fatto irruzione nelle terre di Abdul Kareem e hanno demolito il serbatoio, che conteneva 250.000 litri di preziosa acqua.

“Questi ordini militari sono ingiusti. Non ci hanno dato l’opportunità di ottenere un permesso o di impugnare l’ordine di demolizione”, ha detto. “La politica di occupazione contro di noi è chiara, vogliono espellerci dalla nostra terra”.

“Questa è la prima volta che riceviamo aiuti dall’Autorità Palestinese ed ero stato felice di aver avuto l’opportunità di costruire un serbatoio d’acqua e vi avevo riposto tutte le mie speranze. Ma tutte queste speranze sono state disperse nel vento».

Abdul Kareem ha una collezione di vecchie carte risalenti al 1920 che dimostrano la proprietà della terra da parte della sua famiglia. Porta con sé questi documenti ovunque vada e li mostra agli operatori dei diritti umani e ai giornalisti. Ha detto, tuttavia, che i tribunali israeliani non riconoscono la legittimità di questi documenti.

“Questa è la nostra terra, la terra dei nostri antenati. Coloro che hanno demolito il serbatoio sono stranieri e invasori. Costruirò un’altra vasca al suo posto, e se sradicano i nostri alberi ne pianteremo di nuovi… non lasceremo le nostre terre”.

Nuove colture e contaminazioni

Con la sua produzione di limoni in declino, Furush Beit Dajan ora si concentra sulla coltivazione di pomodori in serra, diversificando le sue colture e sostituendo la sua produzione di agrumi. Il villaggio ora fornisce il 60% del fabbisogno di pomodori del mercato palestinese.

FOTOGRAFIA Burhan Abu Jaysh, 32 anni, ispeziona le sue piante di pomodoro in una delle serre della sua terra esaminando meticolosamente ogni ramo.

Abu Jaysh ha detto a MEE: “I pomodori sono molto delicati e ci prendiamo cura di loro come facciamo con un bambino. Li ispezioniamo quotidianamente, li raccogliamo e li trattiamo con gli spray necessari”.

La scarsità d’acqua ha costretto la sua famiglia a passare dalla piantagione di limoni all’orticoltura, soprattutto di pomodori. Hanno anche dovuto cambiare la loro pratica agricola e concentrarsi sul lavoro durante l’inverno, utilizzando l’acqua piovana, e interromperla completamente durante i caldi mesi estivi a causa della mancanza di acqua.

Secondo Abu Jaysh, alcuni agricoltori hanno iniziato a utilizzare acqua contaminata, poiché l’acqua dolce non è disponibile, il che ha danneggiato la terra e indebolito la produzione.

“Tra alcuni anni, non saremo in grado di ottenere molti raccolti nel nostro villaggio, a causa degli effetti dell’acqua contaminata”, ha detto.

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